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che hanno ucciso Nicola»

Sono tanti quelli che vivono in una situazione di "inganno" ideologico, culturale, morale.
Traditi da falsi "maestri", travestiti da «amiconi».

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Durante la "Novena di Pentecoste" mi è capitato più volte di pregare e offrire un po’ del mio lavoro quotidiano per i cinque giovani veronesi che hanno aggredito e ucciso Nicola Tommasoli.
Ho provato a mettermi nei loro panni, a vivere il loro senso di colpa, "schiacciati" dal disprezzo di mezzo mondo; ho tentato di sentire il "gelo" del carcere che li aspetta, il "malessere" che si prova quando ci si riscopre mostruosamente superficiali e deboli: qualcosa di simile a ciò che provo anch’io dopo un peccato, una menzogna, una mancanza di carità, un atto di egoismo, di presunzione, di pigrizia.
Provo una gran pena, una grande misericordia per loro, un grande affetto; li sento come miei fratelli minori, ingannati e traditi; sono tanti i ragazzi e i giovani che vivono in una situazione di "inganno" ideologico, politico, culturale, morale, economico, traditi da falsi "maestri" travestiti da "amiconi".
Ho sognato che, "appesi" a tutti i campanili del mondo, sui portoni di tutte le scuole e di tutte le Università, alla "consolle" di tutte le discoteche e sulle recinzioni dei campi sportivi, di colpo comparissero degli "striscioni" con la scritta: «Cari giovani, seguire Gesù è la vostra gioia! Non sbagliate strada!».
Non è una frase strana: sono le prime parole che
Benedetto XVI, nel 2006, ha detto agli 800.000 giovani raccolti nella "spianata" di Marienfeld, a Colonia.
Torniamo ai nostri cinque fratelli... da amare. Capisco che qualcuno, leggendo questa affermazione, possa provare un certo "fastidio" pensando che, avendo ucciso, sono degli assassini.
Quando sbaglio e provo "disgusto" per i miei peccati cerco di consolarmi pensando che, per quanto l’abbia fatta "grossa", io sono più grande delle mie azioni; ogni persona è molto di più dei suoi "atti"; le persone vanno amate sempre; gli "atti", invece, vanno giudicati.
Le azioni appartengono a chi le compie, ma tra persona e azione c’è una "distinzione"; tutti se ne possono accorgere! C’è molta diversità fra il dire a un bambino: «Sei un bugiardo!» e il dire: «Hai detto una bugia!». La prima affermazione "ferisce" perché giudica la persona; la seconda può invece essere addirittura un gesto di amore, uno "stimolo" per diventare migliore. Sarei contento qualora un vero amico mi dicesse: «Hai fatto una stupidaggine»; certamente non gradirei se l’espressione fosse: «Sei uno stupido!».
Gesù, incontrando la "donna adultera", non la giudicò, ma le disse che i suoi "atti" erano sbagliati e che non doveva peccare più. Ogni giorno che passa, scopro l’importanza di pensare, di ragionare, di capire. Vieni Spirito Santo, illumina le nostre menti, "riscalda" i nostri cuori, "fletti" le nostre rigidità!

("Avvenire", 13/5/’08)