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In Australia, abbiamo sperimentato il "calore" dell’ospitalità.
Sarebbe una grande cosa frequentare di più le "dimore" gli uni degli altri.

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Mi è capitato, in questi mesi, di ascoltare racconti, impressioni, ricordi della "Giornata Mondiale della Gioventù" di Sydney.

Come sempre accade, una delle esperienze che maggiormente ha toccato il cuore dei giovani è stata l’accoglienza in famiglia.

Una giovane è rimasta affascinata da una famiglia con quattro figli, dalla loro gioia, dal modo di pregare prima di consumare il cibo o prima di coricarsi per la notte; un’altra è stata in una famiglia dove c’era Amanda, una "bimbetta" di carnagione scura di sei anni, adottata da quattro.

Due ragazzi mi hanno raccontato che ancora oggi si sentono quotidianamente "via Skype" con i loro genitori "adottivi" australiani.

L’accoglienza nelle case è bella!

Le nostre case parlano di noi più di ogni altra cosa: nelle case c’è la nostra storia, il nostro amore, le nostre passioni, le nostre foto, i ricordi. La camera di un adolescente o di un giovane dice tutto di lui.

Sarebbe una grande cosa frequentare di più le case gli uni degli altri: invitarsi a cena, trascorrere serate insieme; farebbe bene a chi è accolto, ma anche a chi accoglie.

I "gruppi giovanili" potrebbero, ogni tanto, ritrovarsi nelle case; a turno, a "rotazione", in casa di qualcuno dei ragazzi, cenare insieme ai genitori, pregare insieme o affrontare un tema di "catechesi". Sono certo che per molti giovani e per molte famiglie sarebbe un’esperienza stupenda.

Anche le "case religiose" sono luoghi di "benedizione", in cui si respira la "fraternità" pacifica e serena; con alcuni giovani ho frequentato per molto tempo, con grande piacere, una casa di Suore; molti di loro continuano a farlo, ogni mese; si sentono accolti, si trovano bene, "a casa loro".

A Settembre, ad un "campo" per Seminaristi, un giorno siamo andati in visita ad una "casa di accoglienza" per giovani che desiderano liberarsi dalla "tossicodipendenza".

È stata una grande sorpresa ed un grande dono vedere la loro disponibilità; erano felici di raccontare il cammino che stavano facendo e di mostrare la loro "casa".

Un ragazzo della "comunità" mi ha detto che hanno avuto la possibilità di avere "in casa" il "Santissimo Sacramento" e che i giovani, volontariamente, fanno dei turni di "preghiera notturna".

Dopo averci ringraziato per la visita, un giovane, come segno di gratitudine, mi ha confidato che quella sera stessa si sarebbe alzato alle tre di notte ed avrebbe fatto l’"Adorazione eucaristica" per noi.

Mi sono sentito in dovere, la notte stessa, di fare la stessa cosa per loro.

Era molto tempo che non lo facevo.

È stato bello…

("Avvenire", 30/9/’08)