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Con "Erasmus"

I giovani che partono per questo "progetto di studio" spesso sono "di valore",
ma talvolta vivono esperienze non "convincenti" dal punto di vista "umano".

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

La scorsa settimana Matteo è partito per l’"Erasmus"; è andato a Glasgow, per il secondo anno della "laurea specialistica" in "ingegneria navale". Matteo era molto attivo nella "pastorale giovanile" della sua Diocesi. Conosco molti giovani che in questi anni sono andati per "Erasmus" in Università europee: Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Scandinavia. Con alcuni di loro ho fatto un "cammino spirituale": "capi scout", giovani di "Azione Cattolica", ragazzi di Parrocchia. Con altri rimango in contatto via "e-mail" durante la loro permanenza all’estero.
Molte "organizzazioni private" addirittura propongono agli studenti di trascorrere il quarto anno della "scuola superiore" all’estero, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Irlanda, in Australia o in Nuova Zelanda, per imparare l’inglese. I giovani che partono per queste esperienze sono in genere in gamba, bravi dal punto di vista dello studio, con alle spalle una famiglia che li segue, consenziente e disponibile ad affrontare una spesa non indifferente. Al loro ritorno, dopo 6 o 9 mesi, i giovani hanno in genere una valutazione globalmente "positiva" dell’esperienza: hanno imparato la lingua, incontrato nuovi amici, visto un mondo diverso. Dal punto di vista "culturale", invece, succede che non siano soddisfatti; religiosamente, moralmente, affettivamente finiscono anche per vivere esperienze "rischiose", in taluni casi quasi "devastanti". Spesso i giovani si trovano in ambienti dove la religione è messa davvero da parte e dove i "costumi morali" sono ancora più liberi dei nostri. Ho incontrato uno studente italiano in "Erasmus" a Copenaghen, a "Cristiania", un parco dove Gesù è "presente", sofferente, fra le bancarelle di "hashish" e "marijuana". Un anno, con un gruppo di ragazzi, abbiamo fatto un "campo estivo" in Olanda; celebravamo la Messa tutti i giorni fra noi. La Domenica decidemmo di andare in una Parrocchia; ci trovavamo in Zelanda, una regione del Sud, in campagna. Dopo aver cercato a lungo in molti villaggi, abbiamo trovato una "celebrazione eucaristica" in un "pensionato per anziani"; il Sacerdote olandese ci disse che aveva la "cura pastorale" di una zona di molti chilometri quadrati.
I giovani che partono con "Erasmus" potrebbero essere dei veri "missionari" per l’Europa; "Erasmus" potrebbe essere un anno di risposta a una "chiamata missionaria". Un giovane, che faceva il "catechista" o l’"educatore" in Parrocchia, non potrebbe continuare a prestare servizio nella Chiesa a Helsinki o a Bruxelles? Forse basterebbe poco: un po’ di "adorazione eucaristica", seguita da una cena insieme e una "catechesi"... In alcune grandi città europee, ci sono Sacerdoti e "comunità italiane" che potrebbero aprire le loro Chiese; alcuni già lo fanno. Non sono preoccupato per Matteo, voglio sostenerlo. Sento che Gesù ci chiama alla "missione" e che dobbiamo fare di più, con la preghiera e con gesti semplici e "concreti"!

("Avvenire", 3/2/’09)