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Il peccato, le bugie, l’apparire, lo "spreco", gli eccessi, il "tempo perso",
le relazioni "egoiste".
Digiunare è recuperare quella semplicità che ha il "profumo" di Dio.

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Alcuni giorni fa ho partecipato a una "trasmissione radiofonica" sui giovani; con me c’era in studio uno psichiatra molto bravo. Il conduttore del programma mi ha chiesto di descrivere le attività della Chiesa a favore delle "giovani generazioni" e il contenuto della proposta per i giovani di oggi, "credenti" e "non credenti". La prima parte della domanda, quella sulle attività, era tutto sommato facile: le iniziative dei "gruppi giovanili", la vita degli "oratori", l’impegno della "scuola cattolica" e delle "organizzazioni di volontariato" sono sotto gli occhi di tutti. Più complesso è stato descrivere, in poche "battute", i contenuti della proposta, anche se metodo e contenuti sono strettamente, anzi inscindibilmente collegati.
L’insegnamento di Gesù mette al centro la persona, amata, voluta, chiamata da Dio. È buono tutto ciò che è al servizio delle persone, che le rende felici, che le fa stare bene, che dona loro una "speranza" che salva; ciò che conta è l’amore, l’amicizia, la "gratuità", il "dono di sé".
La "Quaresima" è un periodo di proposte "forti"; è un tempo in cui si tenta di ritornare all’essenziale della vita cristiana; con i giovani si parla di preghiera, di "elemosina", di "digiuno".
Per me digiunare è tornare all’importanza della persona; digiunare è tornare alle cose "sostanziali", alla semplicità. Da giovane non sono mai stato un frequentatore assiduo di "locali"; con gli amici ci divertivamo di più ad andare su un monte sopra Bogliasco, ad accendere un fuoco e cantare con gioia, accompagnati da una chitarra. Era bello trascorrere le serate in casa a cucinare con gli amici e a giocare a "Trivial". Non pochi Sabati sera li ho trascorsi partendo di notte da un rifugio con la "luce frontale" accesa; amo dormire nel "sacco a pelo", all’"addiaccio", e lavarmi con l’acqua di un ruscello; quante volte ho fatto le stesse cose con i giovani che la Chiesa e i loro genitori mi avevano affidato. Ancora oggi mi piace correre dietro a un pallone. Sono certo che molti giovani d’oggi preferirebbero un Venerdì o un Sabato notte trascorso sotto una tendina a "igloo", cucinando con il "fornelletto", a molti «after hour» trasgressivi. Oggi la mia più grande passione è arrampicare; parlo di cose semplici: una bella "via di roccia", di "IV" e "V grado", "chiodatura" sicura a 3 metri, pane e stracchino, il sole, il cielo blu, la roccia rossa e asciutta, gli amici. Dado, il mio compagno di "cordata", ora è "magistrato" in Kosovo; questa estate siamo riusciti a progettare una scalata insieme. Da sempre preghiamo all’inizio e alla fine della scalata. Per me digiunare è abbandonare tutto ciò che ci fa essere meno uomini: il peccato, le bugie, l’apparire, lo "spreco", gli eccessi inutili, il "tempo perso", le relazioni "egoiste"; digiunare è anche recuperare quella semplicità che ha il "profumo" di Dio.

("Avvenire", 24/2/’09)