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Don Nicolò Anselmi
Pastorale Giovanile, Diocesi di Genova
saleluce@centrosanmatteo.org

Due estati fa sono stato a Calcutta con mia madre e mia sorella, per esaudire un desiderio di devozione della mamma verso Madre Teresa. La visita della città ci ha condotto a "Kali-ghat", il famoso tempio metropolitano dedicato alla dea Kalì, situato nei pressi di una delle prime case aperte da Madre Teresa. Dopo aver fatto una ragionevole coda, siamo riusciti ad entrare nel cortile del tempio e con una certa fatica ci siamo avvicinati alla statua della dea Kalì: era seduta, con due grandi occhi, la carnagione rossa e sei o otto braccia, non ricordo bene. Le persone, pur con la consueta compostezza indiana, si accalcavano alla grata. Più in là, sotto il loggiato, di fronte alla grata oltre il cortile, nei pressi di una specie di altare coperto da corone di fiori infilzati e di candele, stava un signore distinto, fisicamente piccolo; mi colpì la sua camicia azzurra e stirata; capii dopo che era un "brahmino", uno studioso della religione indù, noi lo avremmo definito un teologo. Incrociò il mio sguardo e, senza che io dicessi nulla, mi disse, in inglese: "Voi occidentali non dovete pensare che gli indù sono degli stupidi, che credono ai fantasmi; le persone che stanno attaccate a quella grata sanno perfettamente che Kalì non è mai esistita, che non esiste una donna con tante braccia né esisterà mai; Gesù e Maria sono personaggi storici, noi lo sappiamo e li rispettiamo; Kalì per noi è la dea della forza, in particolare della forza interiore; pregandola noi le chiediamo di donarci la forza per superare le difficoltà della vita; sappiamo che questa forza è già dentro di noi; Kalì è dentro di noi; in fondo Kalì siamo noi stessi!".

Come potete immaginare, dopo questo breve colloquio, la sera, con le mie due compagne di viaggio, abbiamo discusso molto sul tema del rapporto fra l'uomo e Dio nella religione cristiana e della preghiera. La preghiera cristiana non è un semplice guardarsi dentro, una sorta di recupero di energie vitali, di equilibri, di pace; è un'incontro, all'interno di noi stessi, con Dio, è un abbraccio d'amore, una relazione vitale, un bacio affettuoso. Quando non si è abituati può diventare una parlare solitario, con se stessi. S. Ignazio suggerisce di farsi aiutare da un'immagine: avere di fronte a noi un crocifisso o un'icona ci aiuta a rendere presente Dio.

Se ogni giorno, per 15 minuti, 900 secondi, ci lasciassimo amare da lui, quasi passivamente, senza fare nulla, fermi e comodi, la nostra vita di Fede cambierebbe rapidamente. Dopo breve tempo il quarto d'ora non basterebbe più; come gli apostoli sul monte Tabor cominceremmo a dire: "Signore, è bello stare qui, facciamo tre tende...". Subentrano poi i nostri doveri di figli e di studenti, di padri e di madri, di sacerdoti e di lavoratori, doveri quotidiani da vivere trasformati, trasfigurati, risorti in Gesù Risorto dentro di noi: "Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me!"; come la dea Kali, con la differenza che lei non esiste, è semplicemente la proiezione di me stesso, direbbe Feuerbach, uno dei padri dell'ateismo contemporaneo, Gesù invece è il vivente, il Figlio di Dio fatto uomo 2000 anni fa, nato, vissuto, morto e risorto. "Lentamente muore chi...", scriveva Pablo Neruda, e da giovane mi entusiasmavo perché non volevo essere un morto vivente, anzi volevo una vita appassionata e avventurosa; lentamente muore il credente che tutti i giorni, pacatamente, non si incontra con Dio e non si lascia dire: "Sei prezioso ai miei occhi, ti ho amato di amore eterno e ho sete del tuo amore!", almeno per 900 secondi! Molti altri sono i modi per incontrare Dio, ma ne parleremo un'altra volta. La preghiera non è tutto, ma tutto inizia dalla preghiera.