Pregare è
"amare" e "sentirsi amati"
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senza vergogna
Il
"dialogo" con una giovane all’uscita della scuola:
immagine di un’intera "generazione" in cerca di accoglienza, di
ascolto e di amore.
Don
Nicolò Anselmi
Responsabile
del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it
Una delle più belle
esperienze della mia vita è stata quella di insegnante di
"religione". L’ho fatto per 12 anni in un "liceo classico"
della mia città, e oggi dico che non potrei fare a meno dei doni ricevuti dalle
migliaia di ragazzi e dai quasi duecento docenti che la scuola mi ha permesso di
incontrare. Fra i tanti episodi, ne ricordo uno che ancora oggi porto nel cuore.
Un giorno, dopo aver fatto lezione in "1ª liceo" con studenti del
terzo anno di "scuola superiore", camminavo nel corridoio. Mi sentii
chiamare: era V., una ragazza della classe che avevo appena lasciato. V. era
stata bocciata in "5ª ginnasio"; ne aveva sofferto molto e per questo
motivo le volevo un bene particolare; il suo comportamento, apparentemente
"superficiale", non rendeva ragione della "delicatezza" del
suo animo. La giovane si mise a correre verso di me. Stava piangendo. Mi spiegò
che i suoi genitori avevano litigato, che era molto tempo che le cose non
andavano più bene fra loro, che aveva paura per l’unità della sua famiglia e
che stava soffrendo terribilmente. Poi mi disse che voleva pregare per i suoi
genitori, ma che non sapeva come fare. Mi chiese se avevo voglia di pregare un
po’ con lei; ci demmo appuntamento fuori dalla scuola, al termine delle
lezioni. Ricordo che attendemmo un po’ che i ragazzi "sciamassero"
verso le proprie case, e ci andammo a sedere su una delle panchine di ferro che
si trovano fra le aiuole di fronte all’ingresso del "liceo".
Dopo un "segno di croce", cominciammo a parlare con Dio dei genitori
di V. Continuammo chiedendo aiuto anche per altre famiglie, altre situazioni
difficili. Ci capitò di ringraziare anche per alcuni doni ricevuti, per l’amore
ricevuto nelle nostre famiglie. Proponevamo una preghiera io e una lei, e
talvolta la preghiera diventava racconto, "sfogo", richiesta.
Spesso si dice che pregare non è facile, ma forse non è nemmeno poi così
difficile. Pregare è amare e "sentirsi amati". Per molto tempo, e
ancora oggi talvolta, provo istintivamente questa sensazione: mi è capitato di
stare di fronte a Gesù con un senso di "inferiorità", di vergogna,
un silenzioso "senso di colpa". Non c’è nulla di più brutto di
questo "atteggiamento spirituale"; Dio è solo amore, è amore e
basta.
In questo periodo ho iniziato la lettura de «Il Castello interiore» di Teresa
d’Avila, un capolavoro della "spiritualità" cristiana che purtroppo
non conoscevo. Teresa ha conosciuto l’amore di Dio, dolcissimo, tenerissimo.
Di questo amore abbiamo tutti un immenso bisogno, ragazzi e adulti, figli e
genitori, Sacerdoti e giovani; ogni giorno, come il "pane quotidiano".
("Avvenire", 30/6/’09)