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Don Nicolò Anselmi
Pastorale Giovanile, Diocesi di Genova
saleluce@centrosanmatteo.org

La visita e la benedizione delle famiglie è, per un sacerdote, un impegno faticoso ma una grande occasione di incontro, un forte stimolo alla meditazione ed alla preghiera, direi una vera e propria scuola di vita.

Nella Diocesi di Milano si svolge normalmente durante l'Avvento; anche a Genova molti parroci di grandi parrocchie la stanno per iniziare, in occasione dell'inizio del nuovo anno liturgico, per concludere a Pasqua, senza correre, impegnando magari solo tre giorni la settimana.

Fra i tanti incontri ricordo distintamente quello con una signora non particolarmente anziana, su di una carrozzella, semiparalizzata. Era la prima volta che la incontravo, perché quell'anno non vivevo in parrocchia e stavo aiutando un mio amico sacerdote a fare la benedizione delle famiglie.

Subito dopo la preghiera cominciò a raccontarmi la sua situazione. Mi disse che aveva la fortuna di avere una figlia bravissima che la sera la puliva, le cambiava il pannolone e la imboccava con tanto amore. Di giorno invece, quando la figlia era al lavoro, era accudita da una badante. La figlia era mamma di due ragazzini che frequentavano uno le elementari e l'altro le medie. La figlia era separata dal marito, ma la signora malata preferì non parlarne; mamma, figlia e i due ragazzini vivevano nella stessa casa. Il racconto si dipanò velocemente, fino a giungere a frasi del tipo: "Mi sento un peso per mia figlia, preferisco andarmene, se il Signore mi prendesse stanotte sarebbe meglio per tutti, vorrei togliermi dai piedi!"; frasi abbastanza consuete per chi vive l'esperienza della sofferenza e della dipendenza dalle cure degli altri. "Mia figlia mi vuole bene, ma spesso è stanca quando torna dal lavoro, io le faccio perdere la pazienza e diventa nervosa. Vede, prendo tante medicine, preferirei prenderne una potente e non svegliarmi più!". Mi chiesi come avrei reagito se al posto di quella donna ci fosse stata mia madre.

Ho raccontato questo episodio durante un dibattito culturale. Il relatore aveva presentato la sua posizione indicandola come Etica del Rispetto: "L'altro è così importante per me che rispetterò comunque le sue decisioni; ognuno è responsabile della propria vita e deve essere libero di decidere come meglio crede". Sullo sfondo aleggiava lo spettro cupo del suicidio assistito: "Aiutami a togliermi dai piedi e rispetta la mia decisione".

Intervenni dicendo che l'Etica del Rispetto mi sembrava gelida e disumana, che solo un'etica fondata sull'Amore poteva scaldare il cuore di quella anziana malata e farle passare la voglia di togliersi dai piedi. Il relatore mi rispose che, secondo lui, amare davvero vuol dire rispettare la decisione dell'altro, anche se ci fa soffrire!

E se una sera, tornando a casa, incontrassimo un disperato che sta per buttarsi giù da un ponte, "rispetteremmo" la sua scelta o piuttosto lo bloccheremmo coprendolo di abbracci e di carezze?

Questi pensieri sono il terribile prodotto della falsa visione individualistica della vita: "La vita è mia e me la gestisco io!" non è una frase vera; la vita non è solo mia, è di tutti, è un dono; la vita di mia mamma è anche mia, di mia sorella, dei nipoti; se ti suicidi, muoio anche io con te. L'amore ci rende una cosa sola, anzi noi siamo già una cosa sola perché siamo fatti per amare, dall'Amore veniamo ed all'Amore torneremo.

La parola "rispetto" non appartiene al vocabolario evangelico. Alla domanda dello scriba su quale fosse il più importante dei comandamenti, Gesù non rispose: "Rispetterai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo come te stesso", bensì: "Amerai...".

Rispetto dice distanza, amore dice intimità. Credo sia veramente importante oggi ricostruire prossimità attraverso bacini, abbracci, bigliettini affettuosi, preghiere per..., piccoli regali, minimi gesti di attenzione. L'altra sera, dopo aver parlato di vocazione, di Gesù, dopo aver pregato e meditato la Parola di Dio, un giovane mi ha abbracciato in un modo intenso e casto: una vera emozione.

Tra poco sarà Natale; qualcuno penserà: "Niente regali, pensiamo ai poveri!". Io dico: "Evviva i regali, piccoli, semplici, pensati, magari fatti da noi, accompagnati da un bigliettino personale".

Quando penso all'Inferno, mi vengono in mente le frasi che un "dannato" potrebbe dire: "O, Dio, rispetta la mia scelta, lasciami stare, non ti avvicinare alla mia sofferenza, non voglio essere amato o perdonato da Te!".

Signore, spero l'Inferno sia vuoto e mi impegno a pregare perché lo sia, ma sono sicuro che se qualcuno ci sarà allora ci sarai anche Tu, lì, con lui, ad abbracciarlo e a coccolarlo, sono sicuro che non "rispetterai" la sua chiusura e voglia di solitudine, tenterai in tutti i modi di entrarci dentro e di dirgli: "Ti amo!".