RICORDANDO
DON ANDREA
«Guida
pacata e rivoluzionaria»
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Da
Amman, Giordania, Alessandra Antonelli
Nel baccano feroce di attacchi di piazza in
Medio Oriente e dichiarazioni ignoranti e arroganti in Europa per la
pubblicazione a catena delle vignette sul profeta dell’islam Maometto, l’uccisione
di don Andrea Santoro in Turchia mi è dapprima scivolata addosso così,
come decine di altre notizie.
Per me don Andrea Santoro è sempre stato don Andrea e basta - forse per questo
non ho immediatamente collegato il nome al volto invece così familiare. In
questi giorni di isteria culturale e religiosa mi è stato chiesto di
intervenire o scrivere in qualità di
giornalista, di cattolica in Medio Oriente, e di moglie di
musulmano. E mi sono trovata a domandarmi se, e quanto, quella che
sono oggi e il percorso interiore e geografico che ho seguito nella mia
vita, sia dovuto anche al passaggio di don Andrea nella mia adolescenza.
La mia avventura di fede, grandi entusiasmi e dubbi profondi, è iniziata
sotto la sua guida pacata e rivoluzionaria. Una guida che ha fatto
della parrocchia romana della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù
Cristo a Roma una pioniera in scelte innovative a volte anche duramente
contestate: via il prete dall’altare, banchi in cerchio e sacerdote
tra la gente, rock e salmi, messe solo per bambini, e sempre - sempre
- apertura e accoglienza: della comunità argentina di esiliati negli anni
dei desaparecidos prima e dei primi musulmani di quartiere poi. Accoglienza
concreta: ospiti in alcuni locali dell’oratorio rimessi a
nuovo e ospiti nelle celebrazioni con condivisione di riti e preghiere.
Quando il «fenomeno islamico» ha iniziato ad ispessirsi don Andrea non
era più in Trasfigurazione - ma la sua eredità sì, ed è ancora lì, è
ancora qui, in tutti quelli che come me hanno condiviso con lui le esperienze di
quegli anni. E mi chiedo se, paradossalmente, sia stato proprio grazie a quegli
anni di «militanza cattolica» (e umana) che oggi essere sposata ad
un musulmano e vivere in un Paese islamico mi appaiono la cosa più
naturale del mondo.
Fossero parrocchiani, bambini, stranieri, cristiani di altre confessioni da
unire in un matrimonio che altri sacerdoti rifiutavano di celebrare, era l’attenzione
per l’altro che muoveva le scelte di don Andrea.
Fino a quando l’attenzione per l’altro si è trasformata in un fisico andare
incontro all’altro, verso i musulmani nella loro terra, verso quell’altro
che, contrariamente ad altre religioni, è avvertito nella stratificazione del
pensiero e del sentimento cristiano-occidentale come un opposto, un rivale, un
avversario, spesso un nemico. È andato per aprire una «finestra di dialogo e
conoscenza», progetto tradotto anche nella creazione di Finestra per il Medio
Oriente, sito Internet di scambi tra religioni che ospita e promuove un’altra
iniziativa di don Andrea: il calendario ecumenico e interreligioso.
È a questo spazio che il sacerdote ha affidato una delle sue ultime
lettere. Porta la data del 28 ottobre 2005: parole da non dimenticare in questi
giorni di ottusi confronti. «Europa e Medio Oriente, cristianesimo e
islam, devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente, del
modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono
confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo
individuo, della società, di come coniugano il potere di Dio e i poteri
dello Stato, dei doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per
grazia, ha conferito alla coscienza umana. Devono confrontarsi su cosa intendono
per vita, famiglia, futuro, progresso, benessere, pace, sul senso che
danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l’umanità
è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una
casa comune. […]
Devono aiutarsi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria.
Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle
colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca
"assoluzione".
Io credo che ognuno di noi, dentro di sé, possa diminuire la distanza tra
questi due mondi. Ma solo col cuore spalancato dall’amore, non con i
sentimenti duri di chi ha sempre un "avversario" davanti».