RICORDANDO DON ANDREA
RITAGLI
  
«Guida pacata e rivoluzionaria»   DON ANDREA SANTORO

Da Amman, Giordania, Alessandra Antonelli
("Mondo e Missione", Marzo 2006)

Nel baccano feroce di attacchi di piazza in Medio Oriente e dichiarazioni ignoranti e arroganti in Europa per la pubblicazione a catena delle vignette sul profeta dell’islam Maometto, l’uccisione di don Andrea Santoro in Turchia mi è dapprima scivolata addosso così, come decine di altre notizie.
Per me don Andrea Santoro è sempre stato don Andrea e basta - forse per questo non ho immediatamente collegato il nome al volto invece così familiare. In questi giorni di isteria culturale e religiosa mi è stato chiesto di intervenire o scrivere in qualità di giornalista, di cattolica in Medio Oriente, e di moglie di musulmano. E mi sono trovata a domandarmi se, e quanto, quella che sono oggi e il percorso interiore e geografico che ho seguito nella mia vita, sia dovuto anche al passaggio di don Andrea nella mia adolescenza.
La mia avventura di fede, grandi entusiasmi e dubbi profondi, è iniziata sotto la sua guida pacata e rivoluzionaria. Una guida che ha fatto della  parrocchia romana della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo a Roma una pioniera in scelte innovative a volte anche duramente contestate: via il prete dall’altare, banchi in cerchio e sacerdote tra la gente, rock e salmi, messe solo per bambini, e sempre - sempre - apertura e accoglienza: della comunità argentina di esiliati negli anni dei desaparecidos prima e dei primi musulmani di quartiere poi. Accoglienza concreta: ospiti in alcuni locali dell’oratorio rimessi a nuovo e ospiti nelle celebrazioni con condivisione di riti e preghiere.
Quando il «fenomeno islamico» ha iniziato ad ispessirsi don Andrea non era più in Trasfigurazione - ma la sua eredità sì, ed è ancora lì, è ancora qui, in tutti quelli che come me hanno condiviso con lui le esperienze di quegli anni. E mi chiedo se, paradossalmente, sia stato proprio grazie a quegli anni di «militanza cattolica» (e umana) che oggi essere sposata ad un musulmano e vivere in un Paese islamico mi appaiono la cosa più naturale del mondo.
Fossero parrocchiani, bambini, stranieri, cristiani di altre confessioni da unire in un matrimonio che altri sacerdoti rifiutavano di celebrare, era l’attenzione per l’altro che muoveva le scelte di don Andrea.
Fino a quando l’attenzione per l’altro si è trasformata in un fisico andare incontro all’altro, verso i musulmani nella loro terra, verso quell’altro che, contrariamente ad altre religioni, è avvertito nella stratificazione del pensiero e del sentimento cristiano-occidentale come un opposto, un rivale, un avversario, spesso un nemico. È andato per aprire una «finestra di dialogo e conoscenza», progetto tradotto anche nella creazione di Finestra per il Medio Oriente, sito Internet di scambi tra religioni che ospita e promuove un’altra iniziativa di don Andrea: il calendario ecumenico e interreligioso.
È a questo spazio che il sacerdote ha affidato una delle sue ultime lettere. Porta la data del 28 ottobre 2005: parole da non dimenticare in questi giorni di ottusi confronti. «Europa e Medio Oriente, cristianesimo e islam, devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società,  di come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, dei doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana. Devono confrontarsi su cosa intendono per  vita, famiglia, futuro, progresso, benessere, pace, sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l’umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune. […]
Devono aiutarsi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria. Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca "assoluzione".
Io credo che ognuno di noi, dentro di sé, possa diminuire la distanza tra questi due mondi. Ma solo col cuore spalancato dall’amore, non con i sentimenti duri di chi ha sempre un "avversario" davanti».