Giuseppe Anzani
Da noi, dire "morto di fame" a qualcuno è un insulto sprezzante.
L'immagine del "patire la fame" evoca un'umiliazione, e lo è. Nei
Paesi dell'abbondanza il tema della nutrizione incrocia sempre più spesso gli
inversi problemi dell'obesità, del sovrappeso e delle diete, mentre il cibo
trabocca dalle dispense e dai frigo. Ma i morti di fame, in senso letterale, i
bambini dalla pancia gonfia e le madri scheletrite col seno vizzo che non dà
latte, nel mondo ci sono davvero, e sono milioni. Dall'inizio di quest'anno,
l'Onu ha contato più di 6 milioni di morti. La terra non ha abbastanza risorse
per nutrire i suoi figli? Ma no, dice Jacques Diouf, direttore generale della
Fao: abbiamo risorse e potenziale tecnologico per produrre cibo sufficiente a
eliminare del tutto la fame. È questione di soldi? Ma no, dice James Morris,
direttore del Programma alimentare mondiale dell'Onu; per salvare 100 milioni di
bambini a rischio e 15 milioni di donne incinte, sottonutrite, servono 5
miliardi di dollari all'anno; i Paesi sviluppati ne spendono di più in una sola
settimana per i sussidi all'agricoltura.
Lo scandalo dell'ingiustizia ci dà un senso di sconforto; che possiamo fare,
singolarmente, se non qualche goccia di elemosina? Ma la fame è un problema del
mondo, e il mondo è fatto anche di Stati, di governi, di politiche economiche,
di Wto, di G8, di Fao, di Onu. E tutte queste sigle siamo ancora noi. Si può,
si deve globalizzare il problema del pane e della fame, si può e si deve
eliminare dal mondo la vergogna della morte per fame.
Ieri il Papa ha ricevuto in udienza i partecipanti alla 33esima Conferenza della
Fao. Ha detto che una delle vie per liberare l'umanità dalla fame è "il
dialogo tra le culture", che apre nuovi orizzonti nell'attività di
cooperazione. Il dialogo tra le culture, lo stesso tema di fondo al quale la Fao
ha dedicato la recente Giornata mondiale dell'alimentazione, non è di per sé
un pane; ma fa venire in mente il detto evangelico che "non di solo pane
vive l'uomo" e la sua traduzione terrena di sapienziale strategia. Il
dialogo tra le culture è il pane del pane. La fame dell'altro, dell'estraneo,
del diverso, dell'avversario, del disperato mondo degli "out", non
bussa al cuore chiuso dei sazi dell' "in group" finché l'altro
permane avversario, estraneo, nemico. L'immagine della terra come mensa comune
degli umani resta sfigurata se non sono vinte le ricorrenti tentazioni di
conflitto tra diverse visioni culturali, etniche e religiose. Non per nulla la
fame più aspramente s'accompagna al flagello delle "guerre
dimenticate", nutrite dall'odio; e la penuria si allaccia non solo ai suoli
sterili, ma all'organizzazione sociale carente, alle strutture rigide
dell'economia di profitto, all'egoismo che non protegge la vita.
Il cerchio perverso si chiude. Il solco provocato tra i Paesi ricchi e i Paesi
poveri rigenera a sua volta i fenomeni che minacciano la sicurezza di tutti:
l'estremismo, il fondamentalismo, l'odio etnico. Fame di morti e morti di fame,
in macabra rincorsa. Il dialogo invocato dal Papa è l'impasto umano di un pane
del cuore che genera la condivisione del pane del corpo. È essenziale perché
l'umanità viva, nutrita dell'uno e dell'altro. A nulla serve una terra più
feconda abitata da cuori sterili.