33esima Conferenza della Fao

Squilibri insopportabili
RITAGLI  
Capire in tempo il grido degli umiliati   DOCUMENTI

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 25/11/’05)

Da noi, dire "morto di fame" a qualcuno è un insulto sprezzante. L'immagine del "patire la fame" evoca un'umiliazione, e lo è. Nei Paesi dell'abbondanza il tema della nutrizione incrocia sempre più spesso gli inversi problemi dell'obesità, del sovrappeso e delle diete, mentre il cibo trabocca dalle dispense e dai frigo. Ma i morti di fame, in senso letterale, i bambini dalla pancia gonfia e le madri scheletrite col seno vizzo che non dà latte, nel mondo ci sono davvero, e sono milioni. Dall'inizio di quest'anno, l'Onu ha contato più di 6 milioni di morti. La terra non ha abbastanza risorse per nutrire i suoi figli? Ma no, dice Jacques Diouf, direttore generale della Fao: abbiamo risorse e potenziale tecnologico per produrre cibo sufficiente a eliminare del tutto la fame. È questione di soldi? Ma no, dice James Morris, direttore del Programma alimentare mondiale dell'Onu; per salvare 100 milioni di bambini a rischio e 15 milioni di donne incinte, sottonutrite, servono 5 miliardi di dollari all'anno; i Paesi sviluppati ne spendono di più in una sola settimana per i sussidi all'agricoltura.
Lo scandalo dell'ingiustizia ci dà un senso di sconforto; che possiamo fare, singolarmente, se non qualche goccia di elemosina? Ma la fame è un problema del mondo, e il mondo è fatto anche di Stati, di governi, di politiche economiche, di Wto, di G8, di Fao, di Onu. E tutte queste sigle siamo ancora noi. Si può, si deve globalizzare il problema del pane e della fame, si può e si deve eliminare dal mondo la vergogna della morte per fame.
Ieri il Papa ha ricevuto in udienza i partecipanti alla 33esima Conferenza della Fao. Ha detto che una delle vie per liberare l'umanità dalla fame è "il dialogo tra le culture", che apre nuovi orizzonti nell'attività di cooperazione. Il dialogo tra le culture, lo stesso tema di fondo al quale la Fao ha dedicato la recente Giornata mondiale dell'alimentazione, non è di per sé un pane; ma fa venire in mente il detto evangelico che "non di solo pane vive l'uomo" e la sua traduzione terrena di sapienziale strategia. Il dialogo tra le culture è il pane del pane. La fame dell'altro, dell'estraneo, del diverso, dell'avversario, del disperato mondo degli "out", non bussa al cuore chiuso dei sazi dell' "in group" finché l'altro permane avversario, estraneo, nemico. L'immagine della terra come mensa comune degli umani resta sfigurata se non sono vinte le ricorrenti tentazioni di conflitto tra diverse visioni culturali, etniche e religiose. Non per nulla la fame più aspramente s'accompagna al flagello delle "guerre dimenticate", nutrite dall'odio; e la penuria si allaccia non solo ai suoli sterili, ma all'organizzazione sociale carente, alle strutture rigide dell'economia di profitto, all'egoismo che non protegge la vita.
Il cerchio perverso si chiude. Il solco provocato tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri rigenera a sua volta i fenomeni che minacciano la sicurezza di tutti: l'estremismo, il fondamentalismo, l'odio etnico. Fame di morti e morti di fame, in macabra rincorsa. Il dialogo invocato dal Papa è l'impasto umano di un pane del cuore che genera la condivisione del pane del corpo. È essenziale perché l'umanità viva, nutrita dell'uno e dell'altro. A nulla serve una terra più feconda abitata da cuori sterili.