Dure parole del Papa contro gli incendiari

RITAGLI    L'uomo e l'ambiente le vette da preservare    DOCUMENTI

La Terra ci è data in dono:
"scempiare" il dono è segno non solo di "stoltezza fallimentare",
ma di una "ingiustizia" che chiede "eticamente" conto della nostra diserzione,
e ne esige la correzione.

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 29/8/’07)

Dentro la nuvola nera di fumo che sale dal fianco della montagna guizza improvvisa una fiamma, si spande, divampa, e in breve disegna un fronte di fuoco che sale, diventa una rossa muraglia che il vento sospinge alla cima. Si torcono gli alberi come tizzoni, crepita la macchia mediterranea incenerendosi sul terreno arroventato. È l’incendio, un nuovo maledetto incendio, uno dei 7.164 incendi boschivi che hanno bruciato quest’anno in Italia 112.740 ettari (e il conto non è chiuso) con un aumento del 250 per cento rispetto all’anno scorso. Allarme, emergenza, intervento. Vigili del fuoco, "Protezione civile", volontari si prodigano allo stremo, per domare il rogo (in un sol giorno si sono contati 304 focolai e 9mila chiamate); i "Canadair" ronzano sopra le fiamme lanciando la loro goccia d’acqua nel lago di fuoco. Per un piccolo punto spento, un altro punto s’innesca e divampa, a capriccio del vento. Occorrono ore lunghe, a volte giorni interi, per vincere. Quando poi l’aver vinto è solo più il censimento degli scheletri arborei residui, e della coltre di cenere che copre la vita distrutta d’un intero ecosistema, fatto anche da milioni di piccoli animali sterminati, come un lenzuolo di morte. Che non sia una "lebbra" tutta e sola italiana non ci consola. In Spagna l’estate è stata il medesimo inferno, in Grecia l’incendio del Peloponneso che ha divorato boschi e villaggi abitati ha fatto 63 morti. La tragedia delle terre più belle del mondo, affacciate al Mediterraneo, è fatalità, sventura, bersaglio di natura matrigna? Ma no, non ci crede più nessuno. È colpa umana, è "dolo" persino, è delitto. E sul profilo delittuoso si rinfocola periodicamente l’emozione del risentimento collettivo, che assimila ora la caccia ai piromani, in Grecia, ai modelli dell’antiterrorismo. Sulla repressione, da noi, la legge è già dura di suo: da quattro a dieci anni di carcere, per l’incendio boschivo. Resta però il solito problema di scovare i soliti ignoti. Con l’inquietudine di immaginare perversioni su progetti incendiari che dal fuoco cercano profitto: talvolta, si dice, per pascoli, per "lavoro" di spegnimento e ripulitura, o per appuntamenti di remunerato rimboschimento futuro. Ci appare allora un picco d’insipienza che sa di follia, se non si spengono – prima con la politica che col carcere postumo alla tragedia avvenuta – le tentazioni di un casalingo terrorismo del fuoco. Ieri il Papa ha detto parole dure e severe sulle «azioni criminose che mettono a rischio le persone ma anche l’ambiente, bene prezioso per l’umanità». Le persone per prime, si capisce; ma l’ambiente collocato in simultaneo scenario, come "habitat" del miracolo della vita, e per ultimo vertice della vita umana. Qualcosa lega insieme l’ecologia e la teologia, nell’unità d’una creazione "cosmica", cioè ordinata e sapiente, nella quale il "vertice-uomo" fatto libero non può diventare l’elemento caotico che "sconcia" il disegno. La terra ci è data in dono, il dono va custodito e amato, e "scempiarlo" è il segno non soltanto di una "stoltezza fallimentare" ("amartìa") che ci pone in zona erronea, ma di una "ingiustizia" ("adikìa") che chiede "eticamente" conto della nostra diserzione, e ne esige la correzione. Questo mi sembra il senso delle brevi e pregnanti parole del Papa. Ci facciamo "civili" quanto più allacciamo la storia del mondo all’intuito dell’Amore che ce l’ha consegnato.