L’intervento del Papa sull’obiezione di coscienza

RITAGLI    La dignità del farmacista    DOCUMENTI
è nel soccorrere la vita

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 30/10/’07)

Il discorso che il Papa ha rivolto ai farmacisti cattolici in occasione del loro "25° Congresso internazionale" contiene un passo destinato prevedibilmente a far discutere, quando accenna all’obiezione di coscienza come a «un diritto che dev’essere riconosciuto alla vostra professione» allorché si tratta di dispensare prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali, ad esempio l’aborto e l’eutanasia. Discutere è prima di tutto riflettere. Il magistero del pontefice della Chiesa cattolica ha come intonazione profonda il vangelo, e la fedeltà al vangelo vuole coerenza alla verità, costi quel che costi, e obbedienza «Deo magis quam hominibus»; chi non ha, o non comprende, questa essenziale chiave di lettura, non ne intenderà il senso e il valore. È il livello in cui il rispetto della vita umana e la connaturata sapienza del "non uccidere" trovano presidio ultimo nel territorio del sacro, e sul piano relazionale della vita nel "comandamento nuovo" dell’amore. La seconda chiave investe la sfera etica, quando il Papa rammenta che non si deve collaborare a dare la morte. Nel campo dei rapporti sociali, al bivio delle scelte cruciali fra una condotta che altri pretendono e che la coscienza rifiuta come ingiusta, il primato della legge morale traccia la via esigente del dovere, fino al sacrificio. Antigone non è emblema di trasgressione, e neppure di mera libertà, ma di "obbedienza" più radicale alla norma etica che non può essere infranta. La terza chiave riguarda la sfera giuridica. A volte il diritto positivo si contenta di un basso livello etico, passando sopra a ingiustizie "mute", che "non turbano l’ordine sociale" (perché le vittime non hanno voce). Ma nel disegnare il territorio lasciato alle libertà individuali prevaricanti, il diritto non può inversamente prevaricare la libertà delle coscienze che rifiutano il concorso nell’ingiustizia avvertita. È questo un concetto non solo tradotto in episodiche leggi, ma presidiato dalla "Costituzione", come rammenta la "Consulta" fin dalla sentenza n. 467 del 1991 («La protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo ai sensi dell’art. 2 della "Costituzione"»). Di più: se i farmacisti sono "operatori sanitari" e non ridotti a commessi di bottega o magazzinieri di supermercato, è già scritta anche per loro l’obiezione di coscienza nell’art. 9 della legge 194, quando venga loro richiesto di dispensare farmaci che hanno per scopo ed effetto di intercettare e distruggere la vita embrionale.
Nel senso del legittimo rifiuto si è espresso del resto anche il "Comitato nazionale di bioetica" nel maggio 2004. Non dunque novità, sul piano giuridico, ma puntualizzazione di una condotta che recupera, insieme con la libertà giuridica e l’obbedienza al dovere morale, il senso della dignità di una professione di soccorso all’uomo. Proprio là dove l’antica parola di "farmaco" sconta l’ambiguità semantica fra cura e veleno, il farmacista coscienzioso si schiera per la cura, per il diritto alla vita, mai per la morte. E si fa così lettore coerente dei fini ultimi dello Stato di diritto, per il quale il valore della vita umana resta, pur nella sventura delle contrarie prassi tollerate, il sommo interesse comune.