Già 4 "senzatetto" morti

RITAGLI    Quando manca una società fraternizzante    DOCUMENTI

Papa Benedetto, tra le Missionarie della Carità, in visita alla Casa "Dono di Maria".

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 5/1/’08)

Per accorgersi che esistono bisogna trovarne qualcuno morto stecchito di freddo nell’alba di un giorno d’inverno (è successo quattro volte negli ultimi giorni, da Firenze a Roma a Bari). "Barboni", "homeless", senza nulla e senza nessuno. Allora si prova dolore e vergogna, e un fremito breve di confuso rimorso. Poi di colpo si riversa la "rampogna" sulla società del "welfare" bugiardo e sui suoi reggitori: tocca alle istituzioni, si dice, evitare queste tragedie, assicurare a tutti condizioni umane di vita, provvedere al soccorso dei miserabili.
È vero, tocca alle istituzioni. La legge le ha fatte anche per questo. La legge parla dei diritti inviolabili, dell’esistenza libera e dignitosa, dei compiti della "Repubblica" volti a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libertà e l’uguaglianza, eccetera; e la povertà estrema dei "senzatetto", dei "barboni" che trascinano il loro stento e la loro disperazione per le strade della città indifferente è la peggiore delle catene. Nell’Italia "cementificata" delle doppie e triple case, non pare possibile procurare un tetto a chi è privo di ogni risorsa, e ospitarlo la notte? Persino i "dormitori" pubblici, spesso al limite della decenza, sono una goccia nel mare. E poi, le privazioni si sommano, il bisogno di cibo, di vestito, di una doccia, di una medicina, tutto rimesso ad una randagia quotidiana incertezza; e su tutto, il bisogno di ciò che nutre il cuore e sostiene la voglia di vivere, la relazione umana, il permesso di esistere.
È singolare che tutte le dottrine politiche si siano sempre proposte come sfida di debellare la povertà, la fame, l’ingiustizia del disagio estremo, seminando promesse e proclami virtuosi e persino rivoluzioni, per ritrovarsi nel tempo del progresso a contare sconfitte e fallimenti. I poveri sono sempre fra noi. E forse l’occulto errore d’impianto è stato ed è quello di intendere l’uomo come un catalogo di bisogni da fronteggiare burocraticamente con risorse "sostenibili", in luogo di ravvisare in lui un "volto" di fratello, e condividere da fratelli le risorse comuni. Non dunque le istituzioni da sole: è una società fraternizzante ciò che può rimontare la povertà umana, materiale e spirituale. Ieri
il Papa è andato a trovare le Suore di Madre Teresa di Calcutta nella Casa "Dono di Maria", che da vent’anni accoglie le donne che bussano e chiedono soccorso alle loro grandi difficoltà. Anzi è andato a trovare in "primis" quelle donne ospitate, che ora sono più di settanta, per dire che il primo soccorso è l’amore. Vi si specchia il mistero del Dio fatto Bambino per "venire incontro alla povertà e alla solitudine degli uomini". Un Dio Bambino che nasce "homeless", che lezione. Che viene a condividere le difficoltà e il peso dell’esistenza e le sue fatiche; che viene per "restare con noi".
C’è nell’etica delle leggi umane un dovere di soccorso ai poveri che incombe ad ogni cittadino, e che la "Costituzione" chiama col nome di "solidarietà". Nessuno può sottrarsi, o chiamarsi fuori, o lasciar fuori qualcun altro tra gli esclusi o gli espulsi, senza rinnegare la sua vocazione umana. Ma c’è nel Vangelo qualcosa di più, una fede che ravvisa nell’incontro col povero il contatto con l’amore stesso di Cristo e il suo "comandamento nuovo". La solidarietà umana si dilata e si colma nell’orizzonte della "carità", e prende dunque luce teologale (
"Deus caritas est"). La traduzione letterale della carità è semplicemente una pienezza d’amore.