MENO SPOSALIZI, PIÙ FIGLI "EXTRA"

RITAGLI    Se non esplode il fascino del matrimonio    DOCUMENTI

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 8/2/’08)

In Italia si vive di più, ci si sposa di meno, si mettono al mondo meno figli rispetto alla media europea, la popolazione è in lieve aumento grazie all’immigrazione. Il quadro che esce dalla nota informativa dell’"Istat" sugli "indicatori demografici 2007" mostra uno scenario "composito", che tocca molti differenti problemi e si presta a vari approfondimenti tematici. Uno di essi ci interessa in particolare: il calo dei matrimoni (appena 242mila l’anno scorso, contro i 270mila di cinque anni prima) e il numero dei figli nati fuori del matrimonio.
Il primo dato fa intuire una tendenza all’aumento delle convivenze "di fatto"; il secondo dice che, comparando il tasso di natalità con il minor tasso di nuzialità, si può ricavare un’immagine di "fecondità" delle coppie "di fatto", che va osservata con grande attenzione. A rigore, i fenomeni non sono necessariamente sovrapposti: c’è chi non si sposa e resta "single", ci sono coppie "di fatto" che non hanno figli, ci sono figli che nascono fuori dal matrimonio ma anche da qualsiasi stabile convivenza. Ma una volta "sfrangiati" i margini delle variazioni, sembra di poter cogliere un "nocciolo" caratteristico di questo indicatore demografico, nel punto in cui intreccia le coppie conviventi senza matrimonio e la generazione dei figli.
Pensiamo a questa coppia non sposata, uomo e donna che diventano padre e madre. Ciò definisce il loro stato naturale, il loro essere (essere padre, essere madre), quale modificato dalla vicenda della generazione; legato dalla relazione vitale col nuovo essere, con la nuova vita. Il figlio è un vincolo definitivo. I suoi diritti di figlio non "scolorano" mai. Dice la "Costituzione" che "è dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire e educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio". Ci si può chiedere dunque che differenza faccia, per il figlio, che i suoi genitori siano sposati o no. Eppure la differenza c’è.
Il legame del figlio con ciascun genitore è "verticale", il legame fra i genitori è "orizzontale". L’origine del figlio sta dentro quell’"alleanza d’amore" fra l’uomo e la donna che lo chiama alla vita; lo sviluppo della vita del figlio ha bisogno di quella "alleanza educativa" con cui il padre e la madre lo conducono all’autonomia e alla maturità. Lo statuto "filiale" e il duplice statuto "parentale" sono giuridicamente definiti secondo natura da norme immediate; tuttavia, è lo statuto "coniugale" che allaccia i segmenti aperti e completa il "triangolo" non solo secondo la sua coerente naturalezza, ma secondo l’esigenza giuridica di una protezione definitiva della famiglia così disegnata.
Accade spesso, del resto, che giovani coppie che hanno incominciato una convivenza, magari ancora incerti sulla "definitività" della scelta, si sposino quando si annuncia l’arrivo di un figlio. Se invece l’indicazione statistica attuale fosse quella di una tendenza a "dissociare" l’una e l’altra realtà, sarebbe preoccupante. Sarebbe come un calo di speranza nella famiglia legittima che annuncia se stessa e la propria fecondità con la gioia d’un soggetto sociale protagonista, secondo quello statuto "normativo", necessario alla certezza dei diritti, e alla loro garanzia protettiva, che la legge "riconosce" iscritto nella società naturale fondata sul matrimonio. Se questa gioia è in calo, se il diritto si sciupa in "rinuncia", la società diviene più povera.