Il Papa agli Ebrei sull’"Olocausto"

RITAGLI     Chiarezza definitiva.     DOCUMENTI
"Profezia" della Chiesa

Il Papa visita in preghiera il campo di sterminio di Auschwitz...

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 13/2/’09)

Leggo le parole del Papa nell’ultimo incontro con la "Delegazione" della "Conferenza dei Presidenti delle maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane" e con il "rabbino" Arthur Schneier, ieri a Roma. Leggo e subito l’attenzione va d’istinto alla chiarezza che irrompe, definitiva e lineare, sul rapporto fra cristiani ed Ebrei, dopo i molti giorni di nebbia costruita con "puntiglio" dai critici astiosi, sulle "scomuniche" revocate e le idee "negazioniste" di un "lefebvriano" sconfessato.
Ciò che è chiaro, ora è chiaro fin dall’inizio.
Dopo i giorni dell’incomprensione narrata con molti artifici, il Papa fa di nuovo chiarezza, e chiarezza definitiva. Dentro le nuove emozioni che si rinfocolano nei
"giorni della memoria", il Papa dice che l’"Olocausto" è stato un crimine contro Dio e l’umanità. Dice che minimizzare o negare è inaccettabile e intollerabile. Lo dice forte e chiaro, e lo correda col suo vissuto, anche d’emozione, oltre che di ragione, quando rammenta la sua visita ad Auschwitz. Così questo capitolo basta ed avanza a chi ha tenuto per traguardo, a volte in forma "polemica", una lettura storica e una valutazione politica del problema tremendo della "Shoah", tradotto in "pronunciamenti" conformi o diversi. Il Papa è in cima alla schiera di chi piange questo "esecrabile" mistero del male. Nella sua descrizione, questo mistero di male è collocato come esplosione dentro il mondo moderno. Esploso in forma che pesa sulla coscienza umana fino all’"interpello" essenziale e radicale del suo riconoscersi come "genere umano", inchiodato com’è alla vergogna della sua "brutalità selvaggia." È una lettura che trafigge le coscienze. Ma questa chiave storica, condivisa da tutti, non è per me l’"epilogo", ma solo l’"incipit" della lettura del Papa. E se il suo punto di vista verrà da molti "esperti" reputato come l’esternazione di una "linea vaticana confermata", cioè semplicemente come una carta fra le carte delle infinite "diplomazie", calibrata su convenienze "politicamente corrette", non è per me la stessa cosa che io vi sento. Io vi sento un messaggio che sta dentro la "missione profetica" della Chiesa e che trapassa la storia. Io so che il mondo è già pieno di orrore e di rimorso, di suo, per l’"Olocausto", e si va facendo di giorno in giorno più pieno di altro orrore. Negarlo è folle. Ridirlo è poco. Poca cosa è l’orrore infinito di ridirlo, se non si intende la ragione che lo possa scongiurare domani, o rigenerare se non si scongiura. La "Shoah" è il segno sanguinoso dell’accaduto inimmaginabile. Chi c’è di mezzo? Ecco: il crimine è crimine "contro Dio" e contro l’uomo, dice il Papa; è questo ciò che perfora come fulmine la "scorza" della storia. Io so cos’è il dolore della speranza umana affaticata, nelle nostre "dubitose" visioni della giustizia sognata e tosto "snervata" dall’esperienza del male. So la tentazione del "contro Dio" quando l’aspetto "disumano" dell’umano chiede conto alla sua origine, o alla sua libertà "devastata". Allora le reazioni "morali" e "politiche" che escogitano rimedi contro le diffidenze e le ostilità fra i popoli sono preziose. Ma altra, e più alta, è la parola del "Vangelo", della fede, della preghiera condivisa. La parola del Papa agli Ebrei di fede è infine una parola di fede: prende l’orizzonte di Dio, richiama l’alleanza e la promessa, così come il "Concilio" richiamò il grande patrimonio comune a cristiani e a Ebrei. La verità dell’alleanza "indefettibile", dilatata nella verità sacra e rivelata che ogni essere umano è immagine di Dio, diviene ora l’orizzonte di un mondo che invoca la pace.