L’ultimo "discrimine" per la nave dei "dispersi"

RITAGLI     "Salvataggio", "imperio" della natura.     DOCUMENTI
L’Italia in gara per la vita

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 19/4/’09)

La nave è "turca", la "bandiera" è "panamense", il mare dove ha raccolto i "naufraghi" è il mare che sta in mezzo a così tante terre diverse da chiamarsi "Mediterraneo", e che un tempo fu il "mare nostrum", e che oggi è rifiutato e "rimpallato", forse è il mare di Malta o forse è il mare di Lampedusa, con due Governi in gara per farne un "mare altrui". Poi ci sono loro, i 154 "naufraghi" raccolti, di cui non si sa o non conta la patria di terra o di mare, nell’unica disperata "bandiera" del viaggio di fuga e d’approdo che rischia la morte. Dentro le cronache, c’è un "fermo immagine" che ammutolisce: in una "scialuppa", il cadavere di una donna incinta, vita nella vita uccisa. Gli altri "ammassati" sul ponte (la nave è un "cargo" e le "stive" sono piene), in condizioni precarie, da giorni. La terra è a qualche ora di distanza. Ma quale terra? Dalle due terre invocate rimbalza l’eguale "rifiuto".
Eppure la "legge del mare" è prima di tutto legge di "salvamento". Siano portati in salvo, e poi si vedrà. Si è venuta forgiando così la "legge del mare", traversando i secoli, da quando l’uomo mise sull’onda il legno scavato e la vela. Il mare e la vita, il mare e il cammino "avventuroso", la ricerca, oppure l’"odissea", o forse il folle volo; il mare e il rischio della morte.
"Naufragi" e soccorsi. Secoli e secoli e l’epilogo della regola riassuntiva, per il "diritto del mare", sempre eguale: il "salvataggio". Ancora, il succo del "diritto internazionale" del mare è oggi la "salvaguardia" assoluta della vita umana a mare. Chi vuol saperne di più può vedere la "Convenzione di Montego Bay" del 10 Dicembre 1982 ("Unclos"), fonte primaria del "diritto internazionale del mare". Il suo "Articolo 98" s’indirizza non solo ai comandanti delle navi, ma direttamente agli Stati costieri, che devono creare «un servizio permanente di ricerca e di salvataggio adeguato ed efficace».
Chiamiamo "Sar" ("Search and Rescue") questo servizio e leggiamo in questa chiave la "Convenzione Internazionale Marittima" "Sar" del 1979 che si fonda sul principio della "cooperazione internazionale". Essa dice che le zone di ricerca e "salvataggio" sono ripartite d’intesa con gli altri Stati interessati, e che tali zone non corrispondono necessariamente con le "frontiere marittime" esistenti. È la vita che invoca la vita, dove il suo "grido" è ricevibile. C’è dunque un punto cruciale per ogni "geografia migrante naufraga", dove l’obbligo di soccorso «senza distinzione di nazionalità o stato personale o circostanza rinvenuta» stabilisce il dovere di condurre i "naufraghi" «in un luogo sicuro». E qui si gioca allora l’ultimo "discrimine" della grande "legge del mare", contro le possibili inadempienze dei Governi di terra. Prima d’ogni discorso sull’"accoglienza" o meno il diritto punta qui: all’immediatezza del "luogo sicuro", del "porto sicuro", l’"approdo sicuro" più vicino, dove speranza e certezza sono uno. E allora, se nello "scenario internazionale" si assiste allo scontro delle "diplomazie", "guardingo" o "virulento" che sia, e se in sede europea si può "censire" e giudicare chi è leale agli obblighi comuni e chi li scansa, il "grido" che si leva da questa nave in nome del "diritto del mare" fa nostra, immediatamente, l’obbligazione solidale del «porto sicuro». E resti "indefettibile", anche se Malta è più vicina al "naufragio", se Malta sta vicina al "lager", secondo i "Medici senza Frontiere".
Verrà per essa in Europa il tempo del "rendiconto". Noi però non siamo in gara con i "lager", ma con la vita.