ANCHE IN UMBRIA

RITAGLI   Farmacisti, la loro coscienza non vale meno   DIARIO

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 14/10/’06)

Il concepimento naturale che dà origine a una nuova vita avviene nel grembo materno a livello tubarico. Di lì l'embrione, che moltiplica le sue cellule incessantemente, inizia a scendere verso l'endometrio, dove si anniderà entro 72 ore. E come spiegano stupendamente i biologi, già "manda segnali" alla madre durante il tragitto, e il corpo della madre risponde e si prepara a dare nido sicuro al figlio, modificando la parete uterina. Ma se su questa parete interviene un farmaco che la rende inospitale e refrattaria come una terra riarsa, il figlio morrà.
Questo farmaco esiste, si chiama levonorgestrel (LNG), noto come "pillola del giorno dopo". Il suo meccanismo biochimico è complesso, ma l'effetto peculiare e finale che si persegue è quello "antinidatorio", cioè quello di impedire all'embrione di annidarsi. Se il figlio c'è, sarà un figlio rifiutato ed espulso. Questa è l'intenzione di chi assume il farmaco, ancora "senza sapere" se il figlio c'è o non c'è, ma per timore che ci sia; è come una raffica sparata al buio, se non c'è nessuno va a vuoto, se c'è qualcuno lo uccide.
È evidente che il fine ripromesso, nello spazio ancor cieco di una eventualità mortale, non conosciuta ma possibile, qualifica l'uso del farmaco come un atto diretto contro la vita. Sorgono dunque problemi di coscienza per chi vi collabora, prescrivendolo (i medici) e fornendolo (i farmacisti). La coscienza, in questo genere di problemi di vita e di morte, pone i suoi imperativi morali che ogni legge civile rispettosa dei diritti umani non può negare senza andare in pezzi. La legge 194 sull'aborto ha sancito, ad esempio, che "il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza". Dire che la pillola del giorno dopo intercetta la vita "prima" dell'annidamento e dunque "senza" gravidanza, è un'ipocrisia, già affrontata e liquidata dal Comitato nazionale di Bioetica, nel documento con cui affermò per i medici il diritto di coscienza nel "rifiutare la prescrizione o la somministrazione di LNG".
E i farmacisti? La domanda s'impone dopo la decisione della Regione Umbria che ha imposto la vendita in farmacia della pillola del giorno dopo, escludendo il ricorso all'obiezione di coscienza. I farmacisti sono dunque solo rivenditori inerti di "merce" che - in presenza di ricetta medica - deve solo essere consegnata al cliente, senza gran differenza rispetto a un supermercato? No, i farmacisti esercitano una "professione sanitaria" secondo la definizione della legge n. 833 del 1978. Sono nel novero del "personale sanitario" di cui parla la legge 194 ai fini dell'obiezione. Ma c'è di più: la clausola di coscienza additata dal Comitato nazionale di Bioetica all'unanimità porta un'altra ragione giuridica più profonda, si motiva con "il riconosciuto rango costituzionale dello scopo di tutela del concepito che motiva l'astensione, e dunque a prescindere da disposizioni normative specificamente riferite al quesito". Per i farmacisti non può esservi trattamento in "peius"; la loro coscienza non è una coscienza a nolo dietro ricetta; il loro diritto non vale di meno. Lo sfondo dei diritti umani fondamentali, che definisce l'ordine giuridico accolto nell'art. 2 della nostra Costituzione di cui ogni legge è ancella, è la "grundnorme" che sanziona accanto al diritto della vita il diritto di rifiutare la complicità nella morte.