L'ANNO VECCHIO, L'ANNO CHE VIENE

RITAGLI   Un compito per gustare la speranza   DIARIO

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 31/12/’06)

Fine d'anno, veglia di capodanno, ultimo giorno in attesa di un primo. A che cosa mette capo una fine, stordita nella memoria d'un passato dolente, che il frastuono di botti e di luci e di vini spumanti non placa? Che cosa pensiamo che possa accadere al volger dell'ora che la terra riprende il suo giro, il suo ciclo incessante ed eguale? "Rivoluzione", la chiama la scienza. La stessa parola impiegata da noi a segnare invece lo stacco da un passato respinto, verso l'orbita nuova di un sogno diverso, di un diverso futuro. Sul piano dei simboli, gli auguri al mutare dell'anno sentono che la storia umana non è una giostra mossa dalla ruota del caso, ma un cammino verso un traguardo, una strada rivolta a una meta, che possiamo raggiungere o fallire.
La veglia di capodanno è il tempo sospeso che capovolge la clessidra, e la sabbia perduta nel ventre dell'ampolla torna in cima e ridiventa promessa, inverte il rapporto fra memoria e speranza. La sabbia della memoria dell'anno finito è sporca e insanguinata. Le fiammate di guerra, divampanti o discontinue, dall'Afghanistan alle Filippine, dallo Sri Lanka al Sudan, dal Libano, Israele, Palestina, al Corno d'Africa; e i massacri quotidiani nell'Iraq, picco d'orrore, cui non è rimedio l'aver consegnato al boia, l'ultimo giorno, il corpo di un detronizzato dittatore. E i conflitti invisibili, le "guerre dimenticate" nelle regioni del mondo dove la falce prende il nome di fame, di privazione, di malattia senza farmaci, di disperazione, mentre l'Onu confessa il fallimento degli obiettivi promessi di soccorso, e Kofi Annan dedica il suo ultimo discorso a dire che, così, "la Dichiarazione universale dei diritti umani suona falsa".
Quando ci piovono addosso le sventure, e ci sopraffanno, qualcuno allarga rassegnato le braccia, e sussurra "pazienza, quel che Dio vuole". E no, non è così. Dio non vuole il male, e il male non viene da Dio. Sono gli uomini, siamo noi, nella nostra sciagurata insipienza, nei nostri errori, nel nostro "peccato" a fare del mondo un mistero d'iniquità. Dico peccato a ragion veduta, pensando alla radice della parola "amartìa", che è il bersaglio mancato, la méta fallita, la strada perduta. "Errare" si dice di chi sbaglia e al tempo stesso di chi vaga smarrito su piste senza traguardo. Torna allora l'immagine della storia come un cammino verso una meta; torna l'invocazione sapienziale del Salmo "fammi conoscere i tuoi sentieri", cioè - stavolta sì - "quel che Dio vuole" da noi, e la speranza di accogliere operosamente quella salvezza che viene da Dio. Il suo sentiero è luce prima che norma; e svela in un sol raggio e in una sola parola l'intera mappa della nuova storia, il comandamento nuovo, l'amore.
A volte gli etologi dicono che l'uomo è la tragedia della terra. Eppure, dentro la tragedia, il Coro di Antigone cantò in antico che "vi sono molte cose mirabili nel cosmo, ma la più meravigliosa di tutte è l'uomo". Gli Angeli del Natale hanno accostato insieme la gloria dei cieli e la pace in terra agli uomini amati da Dio. L'anno nuovo, il nuovo tempo, il tempo che resta, non è un tuffo cieco nel destino che verrà; la speranza non è una lotteria. Siamo noi a darci sventura rinnegando l'amore. Saremo noi a gustare la pace, dono di Dio, se ne faremo anche un compito "come Dio vuole".