IL BRIVIDO CI PRENDE

RITAGLI    LITI DA RINGHIERA    DIARIO
CAPACI DI DESTARE IL MOSTRO

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 12/1/’07)

Hanno confessato, sono stati loro a massacrare i vicini della porta accanto, il bimbo di due anni col coltello brandito da mani di donna, la sua mamma con la testa fracassata, la sua nonna, l'altra vicina di casa che era accorsa, e il marito di lei è miracolosamente scampato alla morte con la gola tagliata. L'inchiesta condotta dalla procura di Como con esemplare riserbo e intelligenza è praticamente finita. Il giallo del massacro di Erba è risolto, il caso è chiuso.
Chiuso? Il caso rovescia su di noi, dopo l'orrore che ci travolse alla notizia della strage, uno sgomento nuovo e tenebroso per l'incredibile verità raggiunta, ci costringe a ripercorrere l'abisso dell'accaduto con gli occhi fissi su quel sangue e su quel fuoco, a chiederci perché, se un perché esiste; a sovrapporre l'immagine di una coppia "normale" che vive e lavora come tutti, gente comune, brava gente, all'immagine "mostruosa" delle coltellate e delle sprangate che ammazzano tre donne e un bambino piangente, della casa bruciata per bruciare i morti, della corsa a cenare fuori per procurarsi l'alibi. Perché? Che cosa allaccia, che cosa può tenere insieme la normalità e la ferocia, quale mostro si cela in sonno dentro la normalità della vita, quale parentela c'è fra il mostruoso e l'ordinario, quando la tragedia rivela la tremenda banalità del male? Da quel che è trapelato attraverso le cronache, il movente del delitto ha un'unica desolante radice: il vicinato e le sue spine irritative.
I giudici di pace conoscono bene le "liti da ringhiera", gli alterchi condominiali, le doglianze sui panni che sgocciolano, i vasi di fiori innaffiati dal balcone di sopra, la spazzatura lasciata in cortile, il cane che abbaia di notte, i rumori e gli schiamazzi che non fanno dormire, e via. Piccole cose? Ma seguono i rancori, gli asti, le male parole, le mani addosso. L'ostilità diviene permanente, ogni gesto è vissuto come dispetto o provocazione, la vicinanza si fa inimicizia ossessiva, fino a convincersi, con Sartre, che "l'inferno sono gli altri". Di che cosa è capace una fiammella di odio che divampa fino a diventare un rogo, un rancore covato che s'impadronisce del cervello e del cuore?
La "prossimità" è il tema primario della condizione umana. La grande norma del "non uccidere" è l'opposta frontiera del comandamento positivo dell'amore al prossimo. La perversione ha radice nell'odio, nemico della vita e alimento di fantasie di rovina. L'orrendo delitto di Erba ci sembra il desolato paradigma di una sorta di guerra scalata, che il delirio di rivolta e di distruzione (dopo il massacro, il fuoco, quasi a cancellare e annientare quei corpi e quella casa nemica espugnata) ha condotto a catastrofe.
Ci prende un brivido al pensiero che questo "si spieghi", infine, quasi recuperando da ciò che tuttora ci appare come incredibile follia i disordinati frammenti del male esploso, fino a farne un mosaico razionalmente intelleggibile. Resta lo sgomento di quel mistero ultimo, non esplorabile dai tribunali, del bene e del male che fa di ogni uomo una preda contesa. Se il male ha potere di fare d'un movente un motore di morte, dopo i rimedi umani lo sguardo trascorre all'oltre, il cuore leva dall'abisso della nostra comune mostruosa normalità la suprema invocazione "liberaci dal male".