La basilica è
un «cantiere aperto», una «summa» dell'arte
e una ricerca continua per la nostra sete di bellezza e verità.
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Attraversando la croce della
navata nel transetto della lauretana basilica di Santa Maria, Papa
Benedetto XVI sacramentalmente sottolineerà la regalità della
basilica, così come il suo predecessore Benedetto XIII la proclamò nel 1728:
cattedrale, infatti, lo era già dal 1586 per volontà di Sisto V che, nel
bronzo di Calcagni, dal 1587, staziona nella corte della piazza, mentre fuori,
all'ingresso del santuario, accoglie il pellegrino, dal 1967, la statua di
Alessandro Monteleone dedicata al beato Papa Giovanni XXIII, a ricordo della sua
visita del 4 ottobre 1962.
La praticata "devotio" e l'intensità liturgica dell'invocazione
mariana sono testimoniate dalla preghiera
scritta dallo stesso Papa Ratzinger: «Maria Madre del sì, tu hai ascoltato
Gesù e conosci il timbro della sua voce e il battito del suo cuore. Stella del
mattino, parlaci di lui».
Dal rivestimento dei madreperlacei marmi dei Sansovino/Bandinelli/Francesco da
Sangallo - rivestimento voluto nel 1513 da Papa Giulio II e portato a compimento
con Leone X e Clemente VII - si alza la preghiera e si avvita nel volo a spirali
delle litanie così mostrate dal senese Cesare Maccari (vi lavorò dal 1888-1895
al 1908 ).
Nella espressione della spiritualità, le pietre ancestrali della "Santa
Casa" - trasportata per mare o portate in volo angelico - legano le
profondità della nostra coscienza con le dimensioni dell'universo quale "naturalismo analogico" all'infinito dell'Altissimo "dentro di noi",
così restituendoci, l'architettura e il decoro artistico, la qualità
ecclesiale del vivo corpo della nostra fede nell'Annuncio del Signore, con i
profumi della domestica Nazareth riletta e reinterpretata nella "ciclicità" delle
civiltà, delle storie, degli stili, delle immagini - in architettura e in arte
- a cantare la catechesi della salvezza cristologica.
E gli affreschi stratificati sulle pareti interne, tra i secoli XII e XIII, nel
loro ieratico "linearismo" si ribaltano nella moderna plastica
dinamicità di Floriano Bodini, cui monsignor Pasquale Macchi affidò la "reinvenzione"
dell'arredo presbiteriale - altare, ambone, sedia, suppellettili sacri - nella
ricorrenza del VII centenario della Santa Casa, così perpetuando l'indicazione
di Papa Paolo VI di farsi pellegrini nella "Via Pulchritudinis".
Il giovane pellegrino che entra in basilica in questi giorni ascolterà l'eco
dei cori di Montorso. Ed ecco si ha ora un abbraccio, dei secoli e delle
civiltà, degli stili e delle poetiche che attraversando i calendari e gli
alfabeti delle culture ribadiscono la persistente unicità dell'Annuncio, del
mistero dell'Incarnazione. Una pluralità di talenti che la civiltà consegna a
ciascun di noi e che aiutano a tradurre nell'arte liturgica il «passaggio da
Babele a Pentecoste», come si è espresso monsignor Crispino Valenziano.
Dall'Umanesimo e dal Rinascimento - nell'ingegno dei Melozzo e Signorelli alle
sacrestie di S. Marco e S. Giovanni - e dal Manierismo elegantissimo di Federico
Zuccari - in Cappella dei duchi di Urbino - , passando per le porte in ingresso
- Calcagni e Vergelli - si entra in una "summa" dell'arte e dell'iconologico
spartito con cui si spiega per immagini la Parola. La basilica è un
"cantiere aperto", è una ricerca continua che si pone "analogica" al
nostro ricercare, alla nostra sete di bellezza e di verità. Si deve al vescovo
Tommaso Gallucci e al cappuccino Padre Pietro da Malaga l'intuizione di
ridisegnare nei segni della contemporaneità - tra metà del secolo XIX e inizi
del XX - la visione architettonica e artistica dell'icona della Santa Casa nella
realtà della basilica. Dall'architetto Sacconi (1854-1905), cui si deve il
famoso Altare della Patria in piazza Venezia a Roma, agli artisti che hanno
disegnato la nazione specifica dell'Europa.
E così ecco la Cappella spagnola - con il bresciano Modesto Faustini, lavori
eseguiti tra il 1886 e il 1890; la Cappella francese, con Charles Lameire, tra
il 1896 e il 1903; la Cappella slava, del 1912/1913, con l'opera di Biagio
Biagetti. A semicerchio le Cappelle delle nazioni accompagnano il "sacello" della
Santa Casa, nella dimensione della verticalità ci si proietta sublimati nelle
Litanie del Maccari in cupola; nella orizzontalità dell'abbraccio materno, il
Coro in quanto Cappella tedesca, dispiega le storie di Maria e Gesù, con la
pittura di Ludovico Seitz, che realizzò il ciclo tra il 1892 e il 1902, e che
l'allora cardinale Ratzinger ebbe modo di apprezzare nella sua visita compiuta
con padre Giuseppe Santarelli, il 30 maggio 1999.
Questa pittura ci ricorda il ritmo del verso del Torquato Tasso, pellegrino al
santuario di Loreto, e ci ricorda, altresì, lo struggente «fondo d'oro»
della poesia di Mario Luzi, quasi si rinnovasse, in questo "coro"
lauretano, il poetico racconto di Luzi, del pellegrinaggio contemporaneo nel
«viaggio terrestre e celeste di Simone Martini».