Una parola delicata e franca per il signor Englaro

PRECEDENTE     Dopo la vittoria dell’irreparabile,     SEGUENTE
davvero si sentirà meglio?

Don Michele Aramini
("Avvenire", 17/7/’08)

Trovare la via del dialogo è veramente arduo, quando prospettive differenti si scontrano nella valutazione delle esperienze fondamentali dell’uomo. Ma la parola di cui noi uomini siamo dotati, se pronunciata nella verità e nell’amore, permette di avvicinare pensieri diversi. È in base a questa convinzione che mi permetto di rivolgere, in punta di penna, una parola al padre di Eluana, a lei signor Beppino Englaro. In questi anni la cura concreta di sua figlia è stata svolta con grande competenza e amore dalle "Suore Misericordine", ma su di lei è rimasto un enorme peso. Prima il dolore dell’incidente, la delusione per il mancato risveglio, la perdita della speranza e poi chissà quante domande sulla vita di Eluana (è viva? è ancora persona? che cosa bisogna fare?) e sul perché di tutto questo. Lei afferma che Eluana è morta al momento dell’incidente, ma le chiedo se è veramente riuscito a elaborare il lutto per sua figlia. Non è curiosità la mia.
Coloro che hanno perduto i loro cari senza poterne curare il corpo e la tomba, testimoniano di sentirsi come sospesi, in un’attesa dolorosa.
Prova anche lei questa sospensione logorante?
Se la provasse sarebbe umanamente del tutto comprensibile. Molti genitori soffrono perché i loro figli sono "sbandati", sono drogati o altro.
Ciascuno di noi soffre per qualcun altro che ama o che amava. Nello stesso tempo dovrebbe essere chiaro a tutti che non si può eliminare una esperienza dolorosa agendo negativamente sulla persona che sembra provocarla. Ma lei dice che la motivazione della sua insistenza nel chiedere alla magistratura l’autorizzazione a sospendere l’alimentazione e l’idratazione a Eluana consiste nel rispetto della volontà espressa da sua figlia. È un’affermazione netta, precisa, indiscutibile. Sembra che Eluana avesse parlato con lei, una volta, dell’argomento.
Magari in un momento di sofferenza dovuta alla vista di un amico che aveva avuto un incidente.
Pian piano questa parola è cresciuta ed è diventata un motivo dominante: Eluana non voleva vivere in "quelle condizioni", come una "nullità". Ma forse che aveva detto di voler morire come sta succedendo oggi? Eluana è vissuta in questi anni come una "nullità"? O piuttosto non è stata accudita con competenza e affetto, proprio come merita una persona umana? Lei si rende conto bene che intorno a sua figlia si giocano delle questioni umane, sociali, morali molto importanti non solo per lei, ma per tutta la società. Occorre decidere se l’idratazione e l’alimentazione sono cure che si possono sospendere o sostegni vitali da garantire sempre; occorre decidere qual è il ruolo della volontà del paziente nell’ambito della terapia medica; sotto ogni questione fa capolino la terribile richiesta di introdurre l’"eutanasia". Tutte cose note. Ma nella vicenda di Eluana c’è la questione somma: chi è l’uomo? Chi è la persona umana? Forse lei si è convinto che la persona umana è solo quella che ha le capacità relazionali forti. Ma è mai possibile che un corpo che vive autonomamente sia un oggetto inutile? Lei pensa che il rispetto della volontà di Eluana possa portare a cambiare lo stesso concetto di persona? Il passaggio è quello che va da un concetto che vede l’uomo là dove c’è il suo corpo e che perciò lo protegge anche quando è debole e silente, a un concetto in cui l’uomo è valutato per quello che sa dire o che sa fare, una concezione "quantitativa", che pensa lecito sbarazzarsi dei deboli, di quelli che hanno quantità troppo piccole per essere utili al "mondo-mercato".
Infine, vorrei chiederle se non teme che, dopo questo momento di "vittoria legale", una volta accaduto l’irreparabile, non possa avere altri sentimenti. Mi pare che questo sia un momento "parossistico". Dopo tante "battaglie legali", finalmente si può procedere. Ma dopo che succederà? L’umanità fa sempre sentire la sua voce e rivendica i suoi diritti. Perciò mi chiedo che cosa può succedere se un padre diventa l’artefice della morte di sua figlia. Lei comprende bene che non concordo con la sua attuale scelta, che spero non definitiva o per un suo stesso ripensamento o per un nuovo intervento della magistratura, ma sappia che le sono vicino come uomo. Penso infatti che probabilmente lei soffrirà sia nel caso che Eluana dovesse restare in cura presso le Suore, sia nel caso della sua scomparsa perché lasciata morire.