Il "dibattito" su idratazione e alimentazione "artificiale"

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un "dovere" che non si sospende

Don Michele Aramini
("Avvenire", 14/10/’08)

Nel "dibattito" svoltosi qualche anno fa in seno al "Comitato nazionale di bioetica", in vista del "Documento" sulle "dichiarazioni anticipate di trattamento" ("Dat"), si è registrato un accordo sulla quasi totalità delle questioni trattate, con una importante eccezione che ha visto un "dissidio" insanabile tra due "schieramenti". Si tratta della possibilità di ammettere anche direttive sulla sospensione di trattamenti di sostegno vitale, quali l’alimentazione e l’idratazione "artificiale". È il punto che viene richiamato anche nel "dibattito" di questi giorni attorno al "caso" di Eluana Englaro, attraverso varie dichiarazioni apparse sulla stampa. La questione risulta particolarmente delicata, perché ha conseguenze immediate in tema di "eutanasia". La possibilità di stilare direttive anticipate relative alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione "artificiale" («Aia») finisce infatti con l’introdurre l’"eutanasia" all’interno delle direttive stesse. In sostanza, avremmo una "piccola eutanasia", fatta entrare come un "Cavallo di Troia" all’interno di una legge sulle direttive anticipate. La questione sull’opportunità di continuare l’alimentazione e l’idratazione "artificiale" è importante per tutti, ma ha un rilievo fondamentale per le persone entrate in quello che si chiama «stato vegetativo». Questi pazienti possono vivere nella loro condizione per molti anni, e la nutrizione "artificiale" può preservarli a lungo. Molti si chiedono se «il trattamento non risulti eccessivamente "gravoso"». La risposta che ci danno i medici è che i pazienti in "stato vegetativo", proprio a causa del loro stato, non possono percepire la nutrizione "artificiale" come insostenibile.
Qualcuno potrebbe giudicare la loro stessa vita "gravosa", ma in questo caso veniamo a trovarci su un piano diverso: non abbiamo più a che fare con direttive anticipate ma con l’"eutanasia" vera e propria. È quindi importante non confondere la "gravosità" della condizione esistenziale con la presunta "gravosità" dell’alimentazione e dell’idratazione. Come regola generale, l’idratazione e l’alimentazione non vanno sospese anzitutto perché non richiedono l’impiego di sofisticati "sistemi tecnologici" e, dunque, non costituiscono mezzi straordinari. In secondo luogo il nutrire non costituisce un trattamento medico ma un normale intervento infermieristico, equivalente a girare regolarmente un paziente o a praticargli "frizioni" con l’alcool. Inoltre il suo valore simbolico è di gran lunga superiore a quello di altri trattamenti infermieristici.
Perciò il nutrire si differenzia dal curare. Va tenuto conto che i pazienti in "stato vegetativo" a cui – secondo alcuni – potrebbero essere sospesi i trattamenti di sostegno vitale non sono "morenti". Queste indicazioni sono state ribadite autorevolmente dalla "Congregazione per la dottrina della fede", nella risposta del 1° Agosto 2007 a due quesiti posti dai Vescovi statunitensi. Come afferma la "Congregazione", «la somministrazione di cibo e acqua, anche per vie "artificiali" è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita» ed «è obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente». In quel breve, ma importante "Documento" si ribadisce dunque come sia illecita la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, sia ai malati comuni sia ai soggetti in "stato vegetativo". Un giudizio che non può essere "eluso", e che trova riscontro nella realtà "clinica" dei pazienti.