INTERVISTA

Il dialogo fra le culture e la storia della metropoli
sempre sospesa fra Oriente e Occidente:
parla il premio Nobel della letteratura.

RITAGLI   «Istanbul? È ancora città ponte»   MISSIONE AMICIZIA

«Le nostre "élites" incapaci di far fronte alla modernità.
Hanno pensato che tradurre Balzac o Montaigne bastasse.
Alla Repubblica, che pur difendo, è mancata la nozione di umanesimo».

Da Parigi, Sabine Audrerie
("Avvenire", 12/5/’07)

Premio Nobel della letteratura nel 2006, lo scrittore turco Orhan Pamuk si trova in questi giorni a Parigi per presentare l'edizione francese del suo romanzo "Istanbul" (in Italia uscito nel 2006 per Einaudi). L'abbiamo incontrato per parlare della Turchia e della sua città oggi.

Molti scrittori nutrono i loro universi di luoghi molteplici, mentre lei è sempre rimasto a Istanbul e vive ancor oggi nel "condominio Pamuk" della sua infanzia...

«Sì, ma sono rattristato per i cambiamenti del vicinato, sempre più internazionale. Meno di dieci anni fa, potevo scorgere il mio vecchio collegio dalla mia finestra, ma ormai dei centri commerciali lo nascondono. Quando ero bambino, il passaggio di una vettura era un avvenimento, mio fratello e io ci precipitavamo in strada. Adesso, il traffico è intenso e banale, la città invasa da questa cultura occidentale del consumo».

Il Bosforo è nel suo libro un simbolo di vita che scongiura la malinconia.

«Il Bosforo rappresenta un'energia che lava, apre, ottimizza tutto. Trasmette una grande vitalità. E Istanbul è, sociologicamente ed ecologicamente, un luogo vitalizzato dal Bosforo. È più che un fiume, è un braccio di mare nel quale i pesci risalgono, che lava la città. Per me, è il vero centro d'energia, la bellezza di Istanbul».

Si dice comunemente che il Bosforo separa l'Europa dall'Asia. Istanbul è contesa fra due mondi?

«Direi piuttosto che sono questi due mondi che cercano di strattonarla. Chi abita a Istanbul si disinteressa della questione dello scontro delle culture. Per lui, Istanbul è Istanbul, essa non ha nulla a che vedere con l'Est o l'Ovest».

Perché a Istanbul Oriente e Occidente sono così intensamente mescolati?

«Perché il centro dell'Impero ottomano era per metà europeo, per metà mediorientale, e persino in parte caucasico, anzi africano. Tutte le ricchezze culturali di questi territori convergevano qui, affluendovi e mescolandosi, producendo ciò che Istanbul è divenuta lungo i secoli. Tutto ciò è crollato con la caduta dell'Impero, che ha lasciato solo rovine. L'origine è dunque semplicemente geografica».

Lei percepisce Istanbul come «una città in bianco e nero»?

«È un sentimento che condivido con tutti quei bambini cresciuti nella Istanbul degli anni '50 e '60. Un sentimento di povertà, una sorta di rassegnazione "islamo-orientale", una malinconia che aureola gli abiti dei poveri, poco colorati, l'architettura degli edifici, fatti di legno e cemento, gli "yalis" del Bosforo (piccoli edifici costruiti a fior d'acqua, "ndr"). Trecento anni fa, era un luogo molto più colorato. Quest'impressione di bianco e nero è legata alla specificità che ha sviluppato la città dopo la caduta dell'Impero ottomano e l'avvento del "kemalismo"».

L'inizio del secolo ha segnato una svolta?

«La svolta risale in realtà a metà Ottocento. Gli ottomani presero coscienza della forza militare e culturale europea e cominciarono ad imitare gli europei. Ma ebbero difficoltà per competere e ciò prese del tempo. I francesi vennero in Turchia a causa della guerra di Crimea, in cui turchi e francesi affrontarono i russi. L'invenzione di Istanbul come attrazione turistica è anche legata a quella dei battelli a vapore, che ridussero la durata del viaggio dalla Francia. Molti scrittori giunsero a visitarla. Si trattava già di una specie di globalizzazione!».

La cultura rimase un ambito riservato alle "élite" più ricche o si è democratizzata grazie al "kemalismo"?

«Sembra che un certo numero di problemi della Turchia siano oggi una conseguenza dell'incapacità delle "élites" di far fronte alla modernità. Hanno pensato che tradurre Balzac o Montaigne bastasse. Ma ciò ha creato solo un vuoto morale e religioso, all'interno del modello repubblicano turco. Alla Repubblica turca, che pur difendo, è mancata la nozione di umanesimo».

Traduzione di Daniele Zappalà;
per gentile concessione del quotidiano «La croix»