L’eredità missionaria di don Oreste Benzi
Nelle "case famiglia" della
Comunità sparse nel mondo,
accoglienza e condivisione sono le parole d’ordine.
Insieme all’impegno per rimuovere le cause dell’ingiustizia.
Da Rimini, Laura Badaracchi
("Mondo e Missione", Gennaio 2008)
Le porte del cancello sono sempre aperte, a
Chalna. Nel piccolo paese del Bangladesh,
circondato dai fiumi, la lussureggiante foresta ha protetto i poveri e gli
intoccabili dalla furia del ciclone "Sidr",
che nel novembre scorso ha mietuto migliaia di vittime. Qui la "Comunità
Papa Giovanni XXIII" è arrivata nel febbraio ’99, chiamata dal vescovo
locale. Tra i primi a rispondere all’invito, Rudy Bernabini, 45 anni, oggi
responsabile della missione: una delle tante inaugurate dal fondatore della
"Comunità", don Oreste
Benzi, recentemente scomparso. Incontriamo
Rudy a Rimini, nella sede dell’Associazione. «Abbiamo iniziato aprendo
"case famiglia"; ma i bisogni erano tanti e ora la nostra accoglienza
si è… allargata», racconta. Le "case famiglia" sono diventate sei
e, oltre ai missionari (Franca, Sara, la bengalese Anita e tre novizie che
attendono di diventare membri effettivi della Comunità) e ai volontari, le
persone che oggi vivono nella «cittadella» sfiorano il centinaio tra bambini
in affido e disabili psichici o fisici, anziani abbandonati e ragazze madri.
Senza contare che ogni giorno la mensa distribuisce 939 pasti (consumando 750
litri di latte al mese) a bambini, ragazzi e adulti che rientrano nei programmi
scolastici, di accoglienza e di adozione a distanza.
Solo in un caso si chiede alle persone che arrivano di uscire dal cancello: «Se
ci dicono che vogliono convertirsi al cattolicesimo, li invitiamo ad andare da
un sacerdote, dal vescovo, in una parrocchia - precisa Rudy - . Invitiamo
ciascuno a vivere con coerenza la propria fede e ad essere un buon credente».
Una presa di posizione senza "chiaroscuri", in una terra dove i cristiani
rappresentano un’esigua minoranza rispetto all’87 per cento di musulmani e
al 12 per cento di induisti. Qualche diffidenza iniziale, da parte dei
"leader" locali, c’è stata: «Erano sospettosi, di fronte alla
nostra attività, al tentativo di dare risposte ai bisogni. Temevano un secondo
fine, il rischio di proselitismo. Ma ora i rapporti sono sereni». E la
Comunità collabora con i religiosi e i missionari della zona: dal "Pime"
alle Suore di Madre Teresa.
Davanti al cancello vengono lasciati i piccoli con un "handicap", che
spesso vivono nell’isolamento, chiusi nella capanna. A loro «non è permesso
frequentare la scuola pubblica. Vengono considerati una vergogna e una
maledizione», dice Rudy. Nella sua "casa famiglia" ha accolto 3 casi
molto gravi; ma gli altri suoi 19 «figli», dai 4 ai 22 anni, fanno i turni per
accudirli, insieme a lui, ovviamente. In questi anni il missionario è diventato
anche «nonno», e lo sottolinea con commozione: Minthu - oggi ventiquattrenne,
«fuori casta»: un intoccabile diventato «figlio della Comunità» - ha
adottato Oscar, un neonato abbandonato. Impossibile elencare le molteplici
attività di assistenza sanitaria, formazione, sviluppo che si sono strutturate
attorno al nucleo delle "case famiglia", che comunque «va oltre l’assistenza
per essere condivisione. Nella "casa famiglia" non c’è chi salva e
chi è salvato, ma ci si salva insieme, poiché chi è accolto ha valori che chi
accoglie non ha, e viceversa», sottolinea Rudy, ex "manager" di
successo in un’azienda di "export".
La sua vita è cambiata nel ’94: ateo ma insoddisfatto, partecipa casualmente alla professione dei voti di una monaca di clausura e resta colpito dalla sua felicità. Inizia un percorso di ricerca e l’anno dopo conosce don Benzi, che lo «squadra» con gli occhi e lo accoglie in Comunità, chiedendogli dopo 4 anni di partire per la missione. «Ciò che non capisci oggi, domani lo capirai», rispose don Oreste, di fronte alle sue resistenze. A metà del ’99, durante la sua visita alla missione, il sacerdote gli chiede di diventare responsabile della Comunità in Bangladesh.
Le difficoltà non sono mancate: dall’apprendimento
della lingua alla distanza dalla sua famiglia di origine, che non ha capito la
sua scelta radicale: nel 2003 Rudy - già membro laico della Comunità - ha
pronunciato i voti, scegliendo di consacrare la sua vita al servizio degli
ultimi in Bangladesh. Una chiamata alla missione sperimentata in modo diverso -
come coppia - da Sonia e Antonio Caproni, entrambi 42enni e fisioterapisti, da
qualche mese rientrati dal Brasile con la loro famiglia allargata: un figlio
naturale undicenne, Daniel, e 5 adottati (la maggiore ha 26 anni e un bimbo di
6, due gemelle 23enni, Edna di 10 anni, il piccolo Vito, affetto da displasia
ossea, 2 anni e mezzo), tutti con la doppia cittadinanza. In Brasile hanno
vissuto per 16 anni, aprendo nel Sud del mondo la seconda missione della
Comunità: la prima era stata inaugurata da don Oreste nel 1985 in Zambia. Due
anni prima il sacerdote aveva incontrato in Italia il vescovo di Ndola, che
aveva visitato le "case famiglia" e chiesto che ci fossero anche nella
sua diocesi, per accogliere i bambini disabili.
«Ci siamo sposati nel ’90 e, dopo qualche mese di matrimonio, abbiamo deciso
di andare in Brasile.
Avevamo nel cuore il desiderio di partire anche prima di conoscerci: ci aveva
toccato l’incontro con alcuni missionari», ricorda Sonia, che ha conosciuto
la "Papa Giovanni XXIII" quando era nelle fila dell’"Azione
cattolica", mentre Toni ha svolto il servizio civile in una "casa
famiglia", dopo una lunga esperienza nell’"Agesci". Approdano
nel ’91 ad Araçuai, 40mila abitanti, nello Stato di Minas Gerais: quartiere
povero, zona rurale. E anche qui adottano lo stile dell’accoglienza: la coppia
apre la sua casa semplice ma dignitosa ai bambini del quartiere e a tre sorelle
in affido, che poi diventeranno figlie adottive. L’obiettivo? «Offrire ai
piccoli un ambiente sereno». La famiglia conosce le altre famiglie e scopre
«la ricchezza della solidarietà tra vicini, la loro accoglienza: rispetto alla
"baraccopoli", in una città abbastanza piccola, molti valori e tradizioni restano
vivi. Don Oreste ci diceva: "Parlate il linguaggio dell’amore, è
sufficiente"… Lo abbiamo sperimentato». «Quando veniva a trovarci,
spegneva il cellulare e vivevamo momenti di familiarità, spaziando dalla
teologia alle barzellette. Per lui il fondamento della missione era ripartire
dagli ultimi, per fare di Gesù il cuore del mondo. Nel rispetto di culture e
tradizioni locali», sottolinea Antonio.
"Casa Caproni" diventa un
"crocevia" per minori e ragazze madri: bambini che poi tornano nella
loro famiglia di origine, altri invece che finiscono di nuovo sulla strada…
Alcuni brasiliani iniziano a diventare membri della Comunità, secondo «il
cammino di incarnazione della vocazione della "Papa Giovanni"». Dopo
11 anni, Sonia e Antonio vogliono «rimettersi in gioco». Rispondendo alla
richiesta della Chiesa locale, inaugurano un’altra "casa famiglia" a nord-est,
nella città di João Pessoa, capitale dello Stato del Paraiba: 800mila
abitanti, in un territorio provato dalla siccità e dalla corruzione. Qui l’impegno
sociale si fa più intenso, nell’urgenza di «rimuovere le cause delle
ingiustizie», come diceva don Benzi: Toni sostiene un gruppo di "sem
terra" e la pastorale carceraria, in uno Stato in cui è stata reintrodotta
la tortura dei detenuti; Sonia promuove «Fios e cores», corso di taglio e
cucito per le adolescenti delle "favelas": «Non è importante fare
grandi cose, ma dare la speranza di migliorare la propria situazione, di avere
una vita non oppressa dalla miseria», dice Sonia.
Lasciare le porte della propria casa aperte perché chiunque possa entrare e
sentirsi accolto, significa anche esporsi al pericolo dei furti: i Caproni ne
hanno subiti molti. E non sono mancate altre difficoltà con i propri figli,
chiamati alla fatica di condividere gli spazi e di trovare un nuovo equilibrio
dopo ogni affido, superando anche il dolore per distacchi e abbandoni. «Abbiamo
cercato di trasmettere loro il valore della fratellanza universale, vivendola
insieme - confidano - . Una sfida ardua, ma anche un grande arricchimento
personale».