Le nuove rotte africane del "narcotraffico"
BISSAU
"CONNECTION"
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"Supermercato"
della cocaina, il Paese dell’Africa occidentale rischia di diventare
una «colonia» dei "narcos" colombiani.
Esportando in Europa, a prezzo quintuplicato, l’ex droga dei ricchi.
Laura
Badaracchi
("Mondo
e Missione", Febbraio 2008)
Delle 400 tonnellate di
cocaina che ogni anno sbarcano sui mercati europei, circa il 30 per cento passa
per i Paesi dell’Africa
occidentale. La Guinea
Bissau è il
«nuovo paradiso dei "pusher"»: per essa entrano, secondo alcune
stime, 5 tonnellate di "blanca" quasi ogni settimana. Cifre che fanno
"rabbrividire". Un giro di soldi scandalosamente impressionante, se si pensa che
una dose non arriva a un grammo di sostanza e che un chilogrammo di cocaina
purissima può essere suddiviso in 20mila dosi da circa 50 euro ciascuna. Valore
complessivo: un milione di euro.
Da qualche anno le rotte della «polvere bianca» sono cambiate. Dall’America
Latina (la base di produzione resta soprattutto la Colombia,
dove viene preparato il 62 per cento del quantitativo mondiale) la cocaina passa
sempre più per l’"Africa nera", lungo percorsi alternativi al Marocco e al
Sahara, per arrivare in Europa. In quantità tali che da qualche anno l’euro
ha sostituito il dollaro tra le mani dei "narcos".
La «merce» viene
caricata su navi o piccoli aerei a due motori, che sempre più spesso atterrano
con un carico fino a due tonnellate - dopo 7mila chilometri, scalo in Venezuela
o Brasile - sulle coste dell’Africa occidentale, transitando soprattutto nel
Golfo di Guinea, "ansa" dell’immenso Oceano Atlantico. Destinazione
sempre più frequente: le piste di atterraggio nascoste tra le paludi di
mangrovie della Guinea Bissau. Vale a dire il quinto Paese più povero al mondo,
dove l’aspettativa di vita è 45 anni e la gente vive grazie all’esportazione
di anacardi e di pesce.
Qui - nei meandri dell’arcipelago delle Bijagos, centinaia di isole spesso
disabitate - circa 300-400 tonnellate all’anno di cocaina (ma l’"Onu"
ne stima solo 40) vengono smistate e nascoste in "container" caricati
su navi dirette in Spagna e Portogallo, oppure su aerei che decollano verso l’Europa;
poi ci sono gli "ovuli" ingoiati dai «muli», persone che arrivano
negli aeroporti dell’"Unione Europea" con il pericoloso carico nell’intestino.
Una quantità marginale rispetto al volume del traffico che sta assumendo
dimensioni impressionanti, a fronte di una richiesta crescente da parte dei
cittadini del "Vecchio Continente".
Così la cocaina finisce in Europa, soprattutto "sniffata", fumata o
iniettata in vena. E i resti dei consumi finiscono nelle "fogne" delle
città: secondo uno studio condotto nel 2006 a Torino dalla "Smat," la
società che fornisce acqua potabile, quotidianamente negli scarichi del
capoluogo piemontese e di altri 25 Comuni limitrofi vanno a confluire un chilo e
288 grammi di cocaina: gli «avanzi» del consumo di 13mila dosi al giorno, 9
ogni mille abitanti. Segno eloquente che il consumo della "polvere
bianca" sta crescendo: chi "sniffa" in città per «tirare tardi
al massimo» e chi lo fa in provincia, per riuscire a lavorare di più. Perché,
grazie al crollo dei prezzi (dal 2001 al 2006 un grammo è passato da 99 a 83
euro, ma oggi si trova anche a 50) non si tratta più della «droga dei
ricchi». Secondo l’ultima relazione annuale al "Parlamento" sullo
stato delle "tossicodipendenze" in Italia, circa due milioni di
persone hanno fatto uso di cocaina una o più volte nella vita; in testa, nella
percentuale dei consumatori, la Lombardia (4,7 per cento).
Chi l’assume, lo sa: lo
smercio di "coca" è ormai diffusissimo e il giro d’affari
altrettanto. Il "business" fa gola a molti: nell’Aprile scorso la
polizia guineense è stata elogiata dall’"Onu" per il sequestro di
oltre 600 chili di cocaina, per un valore superiore ai 30 milioni di euro; in
seguito, però, si è scoperto che i trafficanti si erano accordati con la
polizia locale per fuggire con circa due tonnellate e mezzo di droga. «È da
biasimare il fatto che non si sia sequestrato il resto della spedizione, ma non
sorprende, visto che la polizia era "deplorabilmente" male
equipaggiata e spesso non ha nemmeno sufficiente carburante per i propri
veicoli», ha dichiarato Antonio Costa, direttore esecutivo dell’"Ufficio
delle Nazioni Unite contro le droghe e il crimine" ("Unodc").
Ma una nostra fonte, che vuole restare anonima, conferma «le complicità all’interno
del governo: difficile sapere fino a che livello è implicato, sicuramente molto
in alto; forse lo stesso Presidente, il capo delle forze armate e della marina,
i Ministri dell’Interno e della Difesa. Un commercio che avviene in un
contesto di "anarchia"; infatti lo Stato non ha il denaro per pagare i
salari dei funzionari, vive degli aiuti internazionali e della cocaina, che
beneficia i pochi implicati nel "business": dai politici ai militari,
dai giudici ai poliziotti corrotti, in Africa come in Europa. E molti
dimenticano i mali connessi al traffico: i proventi della "coca" - che
in Guinea costa 10mila euro al chilo, in Europa arriva a 50mila - finanziano
anche i guerriglieri in Niger e Ciad». Per la nostra fonte, la piccola ex
colonia portoghese è diventata «di fatto una "colonia" colombiana: i
"narcotrafficanti" danno ordini a forze armate, polizia, governo;
praticamente, lo Stato lavora per una potenza straniera: una sorta di nuova
"colonizzazione"».
Assodata la dilagante corruzione, la giustizia guineense sembra incapace di far
fronte all’emergenza anche per la scarsità di mezzi: le mancano armi,
strumenti di intercettazione, "radar", ma anche cellulari, auto di
servizio, personale qualificato.
La "fotografia" del problema è stata focalizzata dalla "Conferenza
internazionale sul traffico di stupefacenti" svoltasi a Madrid nel Maggio
scorso, promossa dai governi spagnolo e statunitense. A Ottobre 2007 è sceso in
campo Ban Ki-moon, segretario generale dell’"Onu", con un rapporto
sulla situazione nel Paese dell’Africa occidentale: «I trafficanti di droga
minacciano di sovvertire la nascente democrazia della Guinea Bissau. Vista l’incapacità
del Paese di combattere da solo questo nuovo fenomeno, è necessaria una
risposta collettiva. Occorre un supporto tecnico e finanziario da parte dei soci
regionali e internazionali». Nella relazione delle "Nazioni Unite"
vengono citati esplicitamente alcuni casi di corruzione di alti funzionari
governativi da parte dei "narcotrafficanti": «Gli ufficiali che
indagano sul "narcotraffico" sono particolarmente vulnerabili alle
pressioni e alle minacce del crimine organizzato. Una questione critica che deve
essere affrontata con urgenza è quindi la protezione di questi servitori dello
Stato», ha auspicato Ban Ki-moon.
Detto, fatto: nel Dicembre
scorso, a Lisbona, la "Comunità economica degli Stati dell’Africa
occidentale" ("Ecowas/Cedeao") ha organizzato una
"Conferenza" sul traffico di droga nella regione, a cui hanno
partecipato i vertici dell’"Unodc". Tra loro, Antonio Mazzitelli,
rappresentante dell’"Ufficio regionale Unodc" in Africa occidentale
e centrale. A "Mondo e Missione" che lo ha interpellato - girandogli
il "j’accuse" di "Única", supplemento del settimanale
portoghese "Expresso", che ha definito la Guinea Bissau un «narco-Stato»
- , Mazzitelli replica: «In una situazione complessa mi guardo bene dal dare
"etichette", facili da mettere ma difficilissime da togliere. La
comunità internazionale si è decisa ad affrontare il problema, attraverso l’esame
approfondito del "Consiglio di sicurezza Onu", prendendo coscienza
dell’impatto del traffico sulla vita del Paese e anche dell’area».
Le strategie di contrasto al fenomeno si muovono su tre "assi"
operativi, spiega Mazzitelli: «Lotta alla corruzione, sicurezza e contrasto al
"narcotraffico", svolgimento regolare delle elezioni nel 2008. In
Guinea Bissau è possibile arginare e contenere il "narcotraffico"
solo se si rimette in piedi la giustizia; perseguire i trafficanti e
incarcerarli può funzionare solo all’interno di uno Stato di diritto. Non
basta il controllo "spicciolo" delle frontiere». Un programma,
dunque, esiste, ma «ci vogliono i fondi per metterlo in pratica. Al momento il
Paese non si può permettere di contrastare il "narcotraffico",
perché non ha i mezzi sufficienti. L’"Unodc" non ha nessun potere
di denuncia di uno Stato, ma di una situazione sì: l’Africa occidentale offre
dei vantaggi in termini assoluti di riduzione del rischio economico e di
persecuzione giudiziaria, alla base di qualsiasi attività illecita», ricorda
Mazzitelli, "snocciolando" i dati dei sequestri compiuti nel 2007: 5
tonnellate nei Paesi dell’Africa occidentale, di cui la metà in Senegal e
circa 650 chili in Guinea Bissau.
Ma è solo la punta dell’"iceberg". E i controlli delle rotte
"transatlantiche"? La lotta all’impunità legata al potere economico
e finanziario? Nel suo ultimo "Rapporto annuale", la "Lega
guineense dei diritti umani" denuncia: «Il traffico e il consumo di droga
aumenta, giorno dopo giorno». E accusa alcuni «funzionari dello Stato» di
costituire una parte integrante della "rete" e di essere responsabili
in prima persona della sua espansione. «Il fenomeno del
"contrabbando" di stupefacenti si diffonde grazie alla protezione
delle forze di difesa e sicurezza del Paese», prosegue il "Rapporto",
"stigmatizzando" «le responsabilità di politici e organizzazioni
della società civile, compreso il presidente della Repubblica, Joao Bernardo
Vieira». Un intreccio di "omertà" e complicità tale che un cronista
locale ha "coniato" per il suo Paese la definizione di «Stato di
camaleonti».
A tali accuse si aggiungono quelle dell’Associazione internazionale
"Reporter senza frontiere": la relazione stilata a Novembre 2007, dopo
una missione in Guinea Bissau, evidenzia la «situazione precaria» dei
giornalisti guineensi, che «vivono costantemente minacciati dai "narcotrafficanti
colombiani e dai loro complici africani, civili e militari. Quale giornalista
vorrebbe, per un salario misero, correre il rischio di essere ucciso? Per
evitare la vendetta o il colpo di Stato, la maggioranza dei giornalisti di
Bissau hanno optato per l’"omertà"». Non tutti, però: Allen
Embalo, corrispondente a Bissau di "Radio France internationale"
("Rfi") e dell’"Agenzia France presse" ("Afp"),
nel 2005 ha ricevuto le prime minacce per le sue indagini sui "narcos"
e lo scorso anno è stato costretto a trasferirsi in Francia, per motivi di
sicurezza.
«Ma i giornalisti - osserva Mazzitelli - non sono i soli ad essere minacciati:
lo è chiunque si opponga al "narcotraffico" e ha un ruolo operativo
in questo campo. Purtroppo però - aggiunge - spesso anche la società civile
guineense non è disinteressata e trasparente come sembra». Una
"zavorra" in più per la Guinea Bissau, che - stando ai dati del
"Rapporto 2007-2008" del "Programma delle Nazioni Unite per lo
sviluppo umano" ("Undp") - si colloca agli ultimi posti nella
lista della "vivibilità" nei Paesi del mondo.
Traffico globale
«Il "buco nero"
africano è la nuova frontiera del traffico, di droga e non solo. E l’Africa
occidentale ne è la regina». Comincia così il capitolo «Seicento mattoni da
un chilo» del volume "Narcotica" ("ISBN", Milano 2007, pp.
416, euro 17,00), in cui viene descritta l’emergenza "narcotraffico"
in Guinea
Bissau. Scrive l’autore, Alessandro Scotti: «Sembra che i
"narcotrafficanti" colombiani e venezuelani stiano comprando questo
paradiso terrestre, poco a poco, e senza spenderci più di tanto. Lo Stato non
ha i mezzi per esercitare le proprie funzioni, né per pagare i suoi dipendenti.
In questo contesto sbarcano i "narcos"».
L’ampio "reportage" raccoglie sei anni di viaggi e tocca diversi
Paesi, esplorando i "crocevia" del commercio di droghe nel mondo:
dalla Guinea Bissau al Myanmar,
dal Tagikistan alla Colombia, dal Pakistan alla Liberia, dal Laos alla Giamaica.
Giornalista e fotografo (suoi gli scatti nel volume, alcuni dei quali
gentilmente concessi alla nostra rivista dall’"Editore"),
Scotti, in collaborazione con l’"Onu", ha sviluppato nel 2002 il
progetto "De Narcoticis", con l’obiettivo di delineare una mappa del
"narcotraffico" che solca il pianeta globalizzato. L’iniziativa ha
ricevuto il premio giornalistico tedesco "Henri-Nannen" (2007) e, nel
2004, il premio "Amilcare Ponchielli" per il miglior progetto
fotografico italiano.