Protagoniste dello sviluppo
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Storie e testimonianze
al femminile,
nel quarto "incontro" promosso dall’"Ufficio Aiuto
Missioni"
per gli adottanti e i sostenitori dei progetti, al "Centro missionario
Pime".
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Laura
Badaracchi
("Missionari del
Pime", Aprile 2008)
«Chi educa una donna educa un
popolo». Sembra un concetto "assodato", ma che contiene mille
sfumature inesplorate. Perché le donne che in missione incontrano altre donne
insegnano loro qualcosa, ma imparano anche nuovi approcci, stili di vita,
valori. È il miracolo delle relazioni, coniugato al femminile, che può davvero
trasformare - attraverso i processi educativi - il tessuto sociale e culturale
di un Paese, partendo dalla concretezza della quotidianità. E questo
"slogan" è stato scelto dall’"Ufficio
aiuto missioni" ("Uam")
del "Pime"
come tema per il quarto "incontro" per tutti gli adottanti e
sostenitori dei progetti, che si è svolto il 17 Febbraio scorso presso il "Centro
missionario Pime"
di Milano.
«Il bello della missione è costruire "ponti", relazioni, per
mettersi a fianco delle persone che si incontrano e camminare con loro», ha
sottolineato Padre Gian
Paolo Gualzetti, Direttore
del "Centro missionario Pime" di Milano, precisando però che non
mancano «difficoltà e ingiustizie subite dalle donne nel Sud del mondo». Le
cifre parlano chiaro: 2/3 del miliardo di "analfabeti" nel pianeta
sono donne, che rappresentano anche circa il 40 per cento degli adulti malati di
"Aids". Oltre mezzo milione le "gestanti" che muoiono per
complicazioni dovute alla gravidanza.
Quindi lo scenario della tutela dei "diritti umani", sul fronte
femminile, presenta ancora molte ombre. Per questo il sostegno a distanza di un
bambino o di un progetto «può davvero cambiare la vita delle persone, aprire
orizzonti nuovi», ha rilevato Padre
Livio Maggi,
vicario generale del "Pime", per 16 anni Missionario in Thailandia.
«Nel mondo orientale si dà precedenza al maschio; in Cina
e India
si praticano "aborti selettivi" delle femmine, perché secondo la
cultura e la tradizione la donna vale di meno», ha riferito, testimoniando
quali cambiamenti possono favorire gli aiuti allo sviluppo: «Nella mia missione
alcune ragazze "thai" hanno concluso gli studi universitari e
insegnano ai bambini dei villaggi; la loro cultura ritorna come un dono ai loro
fratelli, rallentando anche l’esodo dalle campagne verso le
"megalopoli", dove dilagano sfruttamento sessuale, prostituzione e
"pedofilia"».
Ma è soprattutto il rapporto tra donne – missionarie e locali – a
costituire un "volano" per veicolare i cambiamenti sociali, passando
per la concretezza della vita quotidiana. Lo racconta Lisa
Moretti, dell’"Associazione
laici Pime" ("Alp"),
arrivata a Moutourwa,
nel Nord del Camerun,
quattro anni fa. «Ho imparato che le donne africane educano con l’esempio,
anche se sono poco considerate: si svegliano prima dell’alba, portano i figli
a scuola, vanno ad attingere acqua a piedi fino al pozzo, spesso con un bambino
sulla schiena e un altro in arrivo; raccolgono la legna e lavorano nei campi»,
racconta. Il suo impegno era quello di formare i maestri della scuola, grazie
alla sua laurea in pedagogia; poi, attraverso gli incontri mensili con i
genitori, ha trasmesso alle mamme le sue conoscenze educative, ricevendo da loro
«un’accoglienza sempre gioiosa, mai segnata dalla fatica di ogni giorno».
Si stabiliscono, quindi, legami di amicizia al femminile che durano negli anni.
Lo ha testimoniato Francesca
Terzi, partita nel ’96
per una "favela" di San
Paolo del Brasile
con il marito Massimo;
ci sono rimasti tre anni, inaugurando e gestendo una "casa famiglia",
su invito di Padre
Maurilio Maritano.
«Torniamo a trovare i ragazzi d’estate, quando possiamo, partendo con i
nostri figli: loro stessi ci chiedono di non far regali a Natale, ma di poter
andare ancora nella missione». Ed è ripartita qualche settimana fa per la Cambogia
Stefania
Agatea, della "Comunità
missionarie laiche" del "Pime",
infermiera.
«Oltre il 20 per cento delle famiglie cambogiane è costituito da una donna
sola con figli, perché vedova o abbandonata dal marito», riferisce Stefania,
ricordando l’importanza del contatto umano per stabilire un rapporto di
fiducia: «Comunichiamo tra noi anche con un linguaggio fatto di gesti e
sorrisi; alcune sono sopravvissute al regime di "Pol
Pot" e si sono
aggrappate alla fede, alla croce che portavano al collo per andare avanti».
Incontri come questo, promossi ogni anno dall’"Uam", diventano
quindi un’opportunità per conoscere più da vicino realtà lontane, e dare un
volto alle persone che si aiutano grazie alle testimonianze dirette di chi le ha
incontrate. Così la condivisione si trasforma in relazioni significative e
durature.