«Sarò
sempre al servizio del Papa. Noi siamo ancora in esilio:
spero che i nostri dirigenti capiscano che la fede è una realtà normale».
Da Roma, Laura Badaracchi
«Qui comincia una nuova
missione per me: lavorare perché il mio Paese viva una nuova primavera. Quando
il Santo Padre mi chiamerà, sarò sempre disponibile, al suo servizio. Ma ora
devo rientrare subito a Hong Kong, anche perché prima di giungere a Roma per il
Concistoro mi sono fermato una settimana in Germania». Raccolto durante la
concelebrazione di domenica pomeriggio a San Bernardino da Siena ai Monti, nel
cuore della capitale, il neo-cardinale Joseph Zen Ze-kiun cantava con trasporto
gli inni liturgici in cinese, dalla melodia dolce e dal sapore antico. Si
aspettava questa accoglienza dalla «sua» gente, che ha atteso con garbo e
cortesia il proprio turno - subito dopo la Messa - per poter scattare una foto
ricordo accanto a lui.
«Sono molto contento del calore ricevuto in questi giorni, sia dalla comunità
cinese che vive a Roma, sia dai pellegrini giunti nella capitale da Hong Kong»,
ha detto il neo-porporato. Nell'ordine, è il sesto cardinale originario
dell'immensa Cina. Il primo fu creato da Pio XII il 18 febbraio 1946; in seguito
la berretta rossa fu assegnata da Papa Pacelli a Thomas Tien Keng-hsin,
designato come arcivescovo di Pechino. Successivamente, 23 anni dopo, Paolo VI
creò il secondo cardinale cinese, Paul Yu Pin.
A Papa Wojtyla spettò il compito di nominare tre porporati provenienti dalla
Cina: iniziò il 30 giugno 1979 con il suo primo concistoro, annunciando la
creazione di un cardinale «in pectore», la cui identità venne svelata dallo
stesso Giovanni Paolo II solo il 29 maggio 1991. Il porporato era Ignatius Kung
Pigmei, vescovo di Shangai, per anni perseguitato a motivo della sua fede e
incarcerato per trent'anni. Infine nel giugno del 1988 il Pontefice polacco
scelse di consegnare la berretta cardinalizia al vescovo di Hong Kong, John
Baptist Wu Cheng-Chung e creò cardinale Shan Kuo-hsi, vescovo di Kaohsiung, a
Taiwan.
Certamente la scelta di Zen da parte di Benedetto
XVI ha
suscitato una vasta eco mediatica, tanto che la notizia occupa da giorni le
prime pagine dei giornali e delle news televisive di Hong Kong. I principali
media cinesi hanno mandato a Roma loro inviati (una di questi ha partecipato con
il marito alla Messa presieduta dal porporato nella chiesa romana affidata alla
comunità cattolica cinese). E si conta circa un centinaio fedeli che hanno
accompagnato Zen da Hong Kong (città con il 5% di cattolici) alla Città
eterna. Altrettanti sono arrivati da Taiwan, Canada e Stati Uniti. A loro si
deve aggiungere un centinaio di preti e suore cinesi che studiano nella
capitale. «Ci auguriamo di vedere presto Papa
Benedetto XVI
da noi in Cina», dice il cardinale.
Zen nella sua domenica romana non si scompone di fronte a tante attenzioni:
stringe con semplicità la mano a chi gliela porge, accetta libri in regalo e
fotografie, sorride davanti all'enorme crostata con gli auguri in cinese scritti
con la pastafrolla sulla marmellata. Risponde alle domande dei giornalisti, ma
velocemente, perché vuole stare con la «sua gente».
Il suo sguardo si fa però profondo e attento nel riflettere sulle affermazioni
rilasciate nei giorni scorsi ai media cinesi dal «ministro degli Esteri
vaticano», il segretario per i rapporti con gli Stati. Infatti l'arcivescovo
Giovanni Lajolo ha dichiarato che la scelta di Zen rappresenta un «segno dello
speciale affetto che Benedetto XVI prova per tutta la popolazione cinese» e che
ormai i tempi sono maturi per un miglioramento nelle relazioni fra Santa Sede e
Pechino, interrotte dal 1951 con l'espulsione del Nunzio apostolico da parte di
Mao. «Di questi sviluppi ne sa più lui che io - ha replicato il porporato
cinese - . Mi auguro che il processo in corso sia il più veloce possibile e che
si concluda prima delle Olimpiadi», in programma nel 2008. Allo stesso tempo il
capofila della lotta dei cattolici cinesi contro la repressione del governo di
Pechino si augura che Papa Ratzinger possa visitare presto la Cina, aggiungendo:
«Noi siamo ancora in esilio: la nostra patria non gode ancora della libertà
religiosa. Spero che i nostri dirigenti capiscano che la fede è una realtà
normale. Attendiamo una nuova primavera».