CHIESA E MISSIONE

I missionari. Le riflessioni della "Fondazione Missio" e degli istituti religiosi
impegnati nell’annuncio «ad gentes» in vista dell’evento di Verona.

RITAGLI   Giovani Chiese: scuola di speranza   DOCUMENTI

Laura Badaracchi
("Avvenire", 5/10/’06)

Ripartire dalle frontiere, dalle periferie, dalla precarietà, rilanciando una «missione nella debolezza» che dica no a sicurezze e prestigio e sia gestita attraverso strutture agili. Con un'attenzione privilegiata ai poveri. È l'auspicio del mondo missionario italiano in vista del "IV Convegno ecclesiale nazionale" ormai alle porte. Due, in particolare, i contributi inviati al "Comitato preparatorio" dell'evento di Verona.
La "Fondazione Missio" (l'ente che rappresenta legalmente le Pontificie Opere Missionarie nell'ordinamento civile italiano) suggerisce di soffermarsi a leggere più attentamente il «libro delle missioni» scritto da sacerdoti, laici, volontari, famiglie. «Dalle giovani Chiese, quasi come da un "laboratorio ecclesiale", può trarre utile ispirazione la necessità sempre più avvertita di intraprendere nuove strade pastorali per ridonare alle parrocchie italiane un volto missionario». Una sollecitazione a una maggiore concretezza, da una parte, che significa anche «partire dalla conoscenza delle persone e delle loro situazioni sociali, politiche, culturali e religiose», con gli scenari di povertà e di emarginazione presenti nel nostro Paese; dall'altra, l'invito è quello di allargare gli orizzonti locali fino ad abbracciare quelli mondiali, per vivere la missione secondo la logica dell'incarnazione, dei piccoli passi, in definitiva «con lo stile di Gesù, che considerava ogni situazione, anche la più oscura, occasione per tener viva o riaccendere nei cuori la speranza». In uno stile sobrio ma radicale, in sostanza si invitano le parrocchie italiane a «sprovincializzarsi» per assumere in sé il respiro della missione universale, perché ormai il processo della globalizzazione ha accorciato i confini e abbattuto gli alibi delle distanze. I missionari italiani, dunque, invitano a fare i conti con un mondo che bussa alle nostre porte, anzi, che è già arrivato. E che non è portatore solo di problemi da risolvere, ma anche di freschezza e novità ancora da sondare.
Interpellati dal tema «Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo», anche gli "Istituti missionari" che risiedono in Italia hanno voluto sintetizzare il loro contributo in un articolo apparso nei mesi scorsi sul semestrale di teologia e antropologia della missione "Ad gentes". Non si tratta di un documento ufficiale, ma di una riflessione fatta nell'ambito della rivista da un gruppo di membri degli Istituti missionari, che invitano al discernimento comunitario e all'ascolto, a una maggiore valorizzazione delle esperienze locali e alla «importazione» di spunti e suggerimenti maturati nelle Chiese del sud del mondo. Per passare da una «pastorale di conservazione» a quella «di missione», confrontandosi con le dinamiche delle giovani comunità cristiane da non assumere come modello da imitare, ma da osservare perché in esse si sperimenta meglio la freschezza del Vangelo.
Infatti i missionari che tornano in Italia «raccontano un nuovo modello di Chiesa, che certo non può essere trasportato di peso nel nostro mondo - dove una Chiesa dalle antiche radici ha il suo ricco patrimonio di tradizione, di teologia, di pratica pastorale - e tuttavia può offrire molti stimoli al rinnovamento in senso missionario della pastorale». Un esempio? La centralità nelle giovani Chiese dell'annuncio pasquale come «principio di speranza. Si vive la gioia di quanti lo incontrano per la prima volta e trovano in lui la conoscenza del Padre e la possibilità di una vita nuova». Entusiasmo che talvolta sembra assopito nelle comunità parrocchiali nostrane, sollecitate a gettare lo sguardo senza pregiudizi o buonismi su «Chiese deboli e povere, qualche volta anche perseguitate», che vivono in mezzo alla gente condividendone i disagi. Ancora: in terra di missione si sperimenta «la ricchezza dei carismi e dei ministeri, che rende sacerdoti, religiosi e laici corresponsabili della vita e della missione della Chiesa. Si pensi ai catechisti, agli animatori delle piccole comunità cristiane, alle guide della preghiera. Le Chiese dell'estremo Oriente asiatico enumerano, per esempio, nei loro documenti ben 70 ministeri riconosciuti», riferisce il documento, descrivendo «la bellezza e vitalità delle "comunità ecclesiali di base" (America Latina) o "piccole comunità cristiane" (Africa e Asia), dove il Vangelo si coniuga con la vita e si fa esperienza di Chiesa come fraternità, condivisione, collaborazione, corresponsabilità».
Percorsi non facili, preceduti dallo sforzo dell'inculturazione e dalla lunga pratica del catecumenato per gli adulti. E poi l'urgenza del dialogo ecumenico e interreligioso, che «diventa spesso una necessità, in quanto si vive e si opera nello stesso ambito territoriale» non solo in terra di missione: nella società italiana «non più monolitica, ma multietnica, multiculturale, multireligiosa» la missione è «tutta da inventare». In questo faticoso itinerario, i missionari suggeriscono di ascoltare non solo gli esperti, ma il popolo di Dio e anche chi è lontano dalla fede, per comprendere le esigenze di tutti, anche di chi «si ferma alle porte della chiesa».