La metropoli ivoriana è stretta da una cintura in espansione di
"bidonville",
dove la vita è resa sempre più precaria da povertà, inquinamento,
dilagare
delle malattie.
Ma un nuovo associazionismo al femminile sta iniziando a porre un argine
al degrado e ai conflitti etnici.
Rinasce la speranza
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tra le baracche di Abidjan
Boukayé ("Aiutiamoci") riunisce cristiane e
musulmane
di una decina di etnie differenti.
L’esperimento multireligioso funziona, a
partire dagli obiettivi:
allearsi per contrastare la piaga degli stupri e per impedire che il quartiere
di Vridi
diventi ancora di più una discarica a cielo aperto.
«Vogliamo che le nostre figlie possano andare a scuola in sicurezza».
Baraccopoli, "bidonville", "slum" o "favelas".
Ad Abidjan li chiamano «quartieri precari», ma lo scenario non cambia. La
crescita smisurata di una città produce sobborghi fatti di baracche, che si
assomigliano un po’ in tutto il mondo. Solo che nella capitale economica della
Costa d’Avorio (Paese definito in passato «la Svizzera d’Africa»),
arrivata a cinque milioni di abitanti, le case fatiscenti sono abbarbicate a
ridosso di spiagge, porti e canali di una laguna inquinata. Una periferia
allungata a dismisura di fronte al Golfo di Guinea, bagnata dall’Oceano
Atlantico. Al ritmo fragoroso delle onde si alterna il vociare dei bambini,
perennemente impegnati in partite di calcio. Il loro idolo e concittadino?
Didier Drogba, classe 1978, attaccante del "Chelsea" e della nazionale
ivoriana, che campeggia sui cartelloni pubblicitari al centro della metropoli.
Ai margini della città lo scenario cambia. Vicino al canale di Vridi, nella
laguna che si insinua tra piccole penisole e isolotti, sono nate
progressivamente tre zone che hanno preso lo stesso nome e sono state numerate.
L’ultima, Vridi 3, viene chiamata anche Zimbabwe. Qui al tramonto scende il
buio su ventimila persone e sulle loro baracche fatiscenti ammassate l’una
accanto all’altra: l’energia elettrica non arriva. Tra i vicoli, un bordello
dove periodicamente transitano ragazze nigeriane destinate in seguito a Paesi
europei; la giovane "maman" dà il nome al luogo, che suona quasi
ironico: "Il giardino di Rose".
Le stradine sterrate di Vridi confluiscono in un ampio piazzale, che svolge la
funzione di mercato e di campo di calcio, di aia per le galline e di parcheggio
per biciclette e poche auto; in un angolo, sedute a semicerchio sotto un grande
albero, si radunano ogni due settimane le donne aderenti all’associazione
Boukayé ("Aiutiamoci"). La presidente, Danielle, è cattolica, mentre
la segretaria, Mariame, è musulmana. Le altre appartengono a una decina di
etnie diverse, come differenti sono le fedi professate. Ma l’esperimento
multireligioso tutto al femminile funziona, a partire dagli obiettivi: unirsi
per arginare la piaga degli stupri e per impedire che il quartiere diventi
ancora di più una discarica a cielo aperto.
«Vorrei che la mia figlia maggiore, sedici anni, possa andare a scuola e
tornare a casa tranquilla», dice Mariame, il velo che le incornicia il viso e
che non lascia intravedere i capelli. A 38 anni, si ritrova a vivere qui perché
il marito notaio, fuggito con la famiglia dall’ovest a motivo del conflitto,
non riesce a trovare un’occupazione stabile in città. E lei, segretaria d’azienda,
deve occuparsi dei tre figli. Ma non rinuncia ad impegnarsi per le altre donne
di Vridi 3, testimoni come lei delle continue violenze sessuali ai danni di
minorenni. «Uno dei problemi più gravi – le fa eco Danielle – è che sta
scomparendo l’età dell’infanzia: i nostri figli stanno diventando adulti
troppo presto». Un recente rapporto di "Amnesty International" ha
denunciato «centinaia, se non migliaia» di stupri di gruppo, rapimenti e
riduzione in schiavitù sessuale di donne e bambine, avvenuti durante i cinque
anni di guerra in tutto il Paese, che hanno fatto aumentare in modo
significativo la diffusione dell’Hiv. Anche per questo Danielle, Mariame e le
altre di Boukayé – sostenute da padre Luciano
Gonzales, missionario del
Pime
che ha abitato per mesi in una delle baracche di Vridi 3 – sono riuscite ad
ottenere il coinvolgimento dei responsabili governativi ivoriani e dei
rappresentanti dell’Onu, promuovendo formazione e informazione sull’Aids.
«Quando si parla di Costa d’Avorio, delle sue divisioni, dei suoi odi e delle
sue separazioni io rispondo: Boukayé. Che sia una nuova coscienza cittadina che
sta nascendo?», si chiede padre Luciano.
Nella "bidonville" arsa dal sole cocente per dodici ore al giorno,
popolata anche dagli a"gama" – grandi lucertole variopinte – che
si arrampicano veloci sui muri, una delle prime iniziative di sensibilizzazione
promosse dall’associazione multietnica è stata l’operazione "Colpo di
scopa": spazzare il quartiere per renderlo più vivibile. Ma il problema
rischiava di aggravarsi ulteriormente nell’agosto scorso, quando la
multinazionale europea "Trafigura Ldt" voleva scaricare un carico di
rifiuti tossici, arrivati a Port Bouet sulla nave cargo "Probo Koala". Una vicenda
apparentemente conclusa con una decina di morti e circa sedicimila intossicati,
ma le cui conseguenze legali continuano a farsi sentire: qualche settimana fa la
compagnia (con base in Svizzera, sede legale in Olanda, uffici commerciali
centrali a Londra e un fatturato che nel 2005 ha toccato i venti miliardi di
euro) ha siglato un accordo "extragiudiziale" con il governo ivoriano in cui s’impegna
a pagare centocinquanta milioni di euro. Una sorta di "indennizzo" per
aver contaminato almeno diciassette siti della metropoli, anche se la
multinazionale sostiene che le sostanze chimiche erano state legalmente
consegnate a una compagnia ivoriana nata poche settimane prima, anche se in
Costa d’Avorio non esistono impianti per lo smaltimento di quel tipo di
sostanze. «Complicità criminale, che ha rischiato di provocare anche una
catastrofe ecologica, a cui si sono aggiunti lassismo e negligenza», tuona
Jacques Andoh Allé, architetto ed ex ministro dell’Ambiente. Succede anche
questo, in una città e in un Paese con un altissimo tasso di corruzione.