DAL BANGLADESH

RITAGLI    I missionari:    MISSIONE BANGLADESH
case spazzate via da venti a 200 all’ora

Donna bengalese sfollata, in una provvisoria baracca...

Laura Badaracchi
("Avvenire", 20/11/’07)

«Qui si ricomincia sempre da zero, ogni volta che passa un tifone: non dovrebbe essere più così». A constatarlo, il 76enne padre Enzo Corba, missionario del "Pontificio istituto missioni estere", da quasi mezzo secolo in Bangladesh. Dopo il passaggio di "Sidr" – la più grave tempesta negli ultimi dieci anni che ha colpito il Paese – , è tempo di cominciare a pensare alla ricostruzione per tante famiglie rimaste senza tetto. Le case fatte di lamiera sono state spazzate via dal vento, che ha raggiunto i 200 chilometri orari. «Un’esperienza terribile – racconta padre Corba – , che ho vissuto anche nel 1991. Ma, grazie a Dio, oggi esistono tanti rifugi di cemento armato, costruiti in parte dal governo, in parte dalle "Ong" e dalla "Caritas’, dove molte persone hanno potuto ripararsi. Speriamo che il prossimo anno la gente possa avere casette piccole ma sicure, in cemento armato, che non siano spazzate via dal vento. Perché purtroppo queste calamità naturali si ripeteranno». Proprio per la sua collocazione geografica, il Bangladesh è esposto non solo a monsoni e cicloni, ma anche a inondazioni.
Nonostante i rifugi "anti-cicloni", che possono contenere dalle 500 alle 1.000 persone, la popolazione – confermano i missionari – è stata colpita in modo drammatico. E in questi giorni sta cercando di reagire: «Si seppelliscono i cadaveri, e al tempo stesso si cerca di arginare i danni e di eliminare i detriti». Ora il timore è che le migliaia di corpi in decomposizione avvelenino l’acqua. Il governo ha chiesto che tutti i cadaveri vengano bruciati quanto prima per evitare epidemie. E la piccola comunità cristiana? «È stata colpita a sua volta; si stringe attorno alla maggioranza musulmana e si riunisce per pregare: celebriamo la "novena" prima della festa di Cristo Re, prevista domenica prossima. Una tradizione antichissima ereditata dai portoghesi, che la gente vuole mantenere», riferisce padre Enzo, che in questi giorni si trova a Padrishibpur, nella provincia di Barisal, una delle zone più colpite dal disastro: si trova a 80 chilometri dal mare, nel centro-sud del Paese.
Qui il "Pime" è presente con due missionari,
padre Ezio Mascaretti e padre Amado Higuita Gomez, colombiano; ma in Bangladesh il "Pontificio istituto missioni estere" è arrivato nel 1855.
«Ci sono migliaia di casette di lamiera distrutte, interi villaggi rasi al suolo, qualche decina di morti – testimonia padre Mascaretti – . Un nonno è stato trascinato via con il suo nipotino dalla forza del vento e dell’acqua: non riusciamo neppure a ritrovarne i corpi. Molte persone sono arrivate alla missione trascinate dai canali, dai fiumi d’acqua straripata». Ore di panico e di terrore, trascorse al buio: la luce elettrica è saltata per almeno due giorni. «Abbiamo visto arrivare rappresentanti del governo, delle "Ong", a fare "sopralluoghi" per poi andare via; perché arrivino gli aiuti e si avvii la fase della ricostruzione, passeranno alcune settimane. Intanto la gente vive all’aperto, senza più nulla».
Arrivano gli aiuti gettati dagli elicotteri. E arriveranno gli aiuti dall’Italia: il "Centro missionario Pime" di Milano ha subito attivato un
"fondo di emergenza" ("Progetto S107", www.pimemilano.com) per sostenere le popolazioni colpite. «Dopo momenti di preoccupazione, da sabato scorso siamo riusciti a comunicare con i nostri confratelli via "Sms", per avere notizie – spiega padre Gian Paolo Gualzetti, da novembre nuovo direttore del "Centro", con alle spalle 14 anni trascorsi in Bangladesh – . Ora pensiamo a sostenere la ricostruzione e a stare accanto alla gente».