"GIORNO DELLA MEMORIA"

RITAGLI    Giusti non solo per Israele, ma per l’umanità    TERRA SANTA

Solo colui che riconosce il diritto di esistenza alle altrui identità può «abilitarsi» al mondo.

HAIM BAHARIER
("Avvenire", 27/1/’08)

Anticipiamo il discorso che il pensatore francese Haim Baharier, tra i principali studiosi di "ermeneutica biblica", terrà stamane alle 11 per il "Giorno della Memoria" alla "Sala Grande" del teatro milanese «Franco Parenti».

«Chiunque salva un ebreo acquisisce il proprio mondo», insegna il "Talmud". Modalità sottile per affermare che solo colui che riconosce il diritto di esistenza alle altrui identità, ai mondi altrui, può "abilitarsi" al proprio mondo. Nel rispetto di questa saggezza, lo Stato d’Israele, dopo la "Shoah", decise di esprimere riconoscenza ai "Giusti delle nazioni", a coloro che avevano salvato ebrei, salvato gli approcci altrui al mondo. Giusti non solo per Israele e il suo popolo, ma giusti in quanto legittimatori delle altrui identità.
Giusti universali: giusti nazionali universalmente giusti. Per la tradizione ebraica è proprio il rapporto con il mondo in "divenire" che qualifica il giusto. Il giusto è colui che, nel percorso di un’identità, è chiamato a rinnovarla, a "traghettarla" verso una dimensione nuova. Alcune volte vi riesce, altre no. Quando fallisce, ci si interroga sulle sue mancanze. La lacuna dell’"integerrimo" suscita la nostra curiosità. Offro un esempio biblico. Giobbe è il "giusto" per eccellenza. Sempre equo, irreprensibile. A tal punto, scrive la tradizione, che quando i suoi figli – tutt’altro che "crapuloni" – rientrano in casa al tramonto, Giobbe eleva sacrifici a Dio, nel timore che questi abbiano in qualche modo peccato, forse inconsapevolmente. Ma Giobbe è ricordato dalla tradizione come un giusto "carente". Come mai? Il suo stesso comportamento rivela qual è il suo limite: Giobbe non ha fiducia in ciò che ha insegnato ai suoi figli, teme che il suo insegnamento non possa trasferirsi alle generazioni. E questo suggerisce altre considerazioni: per Giobbe esistono unicamente certezze. Il futuro ai suoi occhi può solo essere il presente, visto che soltanto sul presente si può esercitare un controllo "ineccepibile". Tiene stretti i suoi "semi" nella mano, non si proietta nel futuro delle generazioni seminandoli, affinché altri ne raccolgano i frutti. Il vero giusto, quindi, è colui che sa dire basta al suo desiderio di controllare, anche se questa sua ansia egli la reputa cosa buona, ricerca continua dell’"inconfutabile" equità. Mosè invece, a differenza di Giobbe, è colui che affida, non trattiene. Assumere il peso di "traghettare" un’identità significa convertire il senso della giustizia "personale" con quello della giustizia "identitaria", assumerne le connaturate "smagliature". Mentre volerle "rammendare" sarebbe andare oltre, significherebbe smarrire un orizzonte possibile. Il giusto rischia: come la mamma partoriente, come ogni vero creatore, dona autonomia al proprio progetto. Il giusto, dunque, è colui che rischia. È colui che cerca di agire anche quando ha le mani legate. E anche quando ogni movimento è impossibile è colui che urla il suo sdegno. Questo mi riporta all’angoscia irreversibile che ho colto spesso in molti "reduci"; anche in mio padre. Un interrogativo che ostinatamente torturava tutti loro: perché io sono salvo? Quale "macchia", quale vergogna non mi ha consegnato ai "santi" e ai giusti che sono morti nei "campi"? Forse la "macchia" è il pensiero perverso e affiorante, che la coscienza non reprime del tutto, di avere dei meriti che gli altri non avevano? Non c’è risposta. Ci conforta sapere che anche il Creatore fu contestato nel suo qualificare i "giusti". Il Signore disse a Noè: «Entra nell’arca tu e tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me, in questa generazione…» ("Genesi, 7, 1"). Il "Midrash" scrive che gli angeli, in opposizione al Creatore, si ersero ad accusatori nel tribunale celeste: consideravano Noè "biasimevole" per non aver esortato l’umanità al pentimento e quindi non degno di essere salvato dal diluvio. La misericordia del Creatore sembrava apparentemente tradita dal rigore delle sue "emanazioni", gli angeli. Il "Talmud" ricorda che i giusti non si salvarono dalla strage che segnò la distruzione del primo santuario ad opera dei Babilonesi; i giusti non ricevettero sulla fronte il segno della vita poiché secondo gli angeli anche loro non avevano ammonito gli altri a non commettere ingiustizia.
Noè e i giusti, agli occhi degli angeli, mancarono d’incitare l’umanità alla redenzione. E gli angeli, nel rigore, non sbagliavano. Se Dio conosce la "sordità" umana e sa che incitare è vano, ciò non esime gli uomini dal farlo.