Le
spinte verso il cambiamento: la testimonianza dei cristiani,
la «scoperta» del Vangelo attraverso "Internet" o le trasmissioni
satellitari,
la sete di libertà.
I berberi sentono di poter riconquistare la loro identità «schiacciata»,
in una regione dove da secoli essere arabi equivale a essere musulmani.
Da Tunisi, Anna Mahjar Barducci
Da qualche anno si
moltiplicano in Nordafrica, nel silenzio e nella clandestinità, le conversioni
dall’islam al cristianesimo. Non ci sono cifre a riguardo, i «neocristiani»
preferiscono mantenere nascosta la loro nuova condizione, evitano di partecipare
alle messe nelle chiese dei loro Paesi e cercano di sfuggire alla pressione
sociale e culturale dei governi e dei fondamentalisti. Ma varie fonti confermano
che questo movimento sotterraneo è consistente e continua da tempo.
In Marocco, il "Rapporto internazionale per le libertà religiose" del
"Dipartimento di Stato" sostiene che ci sono circa 25mila convertiti.
Altri documenti offrono cifre a volte inferiori, altre volte superiori. Lo
stesso avviene per l’Algeria
e la Tunisia. Secondo i quotidiani locali, la maggior parte dei convertiti hanno
scoperto il cristianesimo principalmente attraverso letture, articoli su
"Internet", programmi religiosi alla radio, trasmessi in arabo da
"Radio Monte Carlo", o sui canali satellitari.
I quotidiani della regione, a differenza di quelli occidentali, mantengono
sempre uno sguardo attento sul fenomeno. Molti editorialisti si dicono
preoccupati e spaventati dall’attività missionaria nell’area, in
particolare di quella protestante. La maggior parte dei giornali locali accusano
infatti i preti protestanti di essere "spie" degli Stati Uniti e di
offrire denaro ai più poveri in cambio della conversione.
Le preoccupazioni dei "media" riflettono anche quelle delle autorità
marocchine e algerine. Nel 2004 il ministro per gli "Affari religiosi"
algerino, Bouabdellah Ghlamallah, aveva avvertito del "rischio di effusione
di sangue", a causa della conversioni. Qualche settimana dopo, pentendosi
dell’affermazione, aveva dichiarato che "ognuno era libero di scegliere
la propria fede". Nel 2006 il governo algerino ha però promulgato una
legge contro il proselitismo. In Marocco sono noti alcuni casi di arresti di
missionari.
Il profilo dei convertiti è molto eterogeneo. Tra di loro ci sono uomini,
donne, giovani e anziani appartenenti a varie classe sociali. In Algeria l’interesse
verso il cristianesimo si è accentuato negli Novanta, con l’inizio delle
violenze da parte degli islamisti e poi la vera e propria carneficina che ha
causato oltre duecentomila morti. La maggior parte delle conversioni avvengono
in Kabilia tra i berberi, spesso bistrattati sia dal governo sia dagli islamisti.
«Noi berberi ci sentiamo discriminati – spiega Mouhoub, ventenne della
Kabilia – . Veniamo uccisi quando reclamiamo la libertà di essere ciò che
siamo. Nel cristianesimo, invece, mi sento libero di essere me stesso».
Mouhoub spiega, inoltre, di apprezzare lo sforzo dei missionari per imparare il
"tamazigh" (lingua berbera) e nel tradurre la Bibbia nella loro
lingua. Alcuni berberi, inoltre, sentono di potere ritrovare una propria
identità soltanto attraverso il cristianesimo, introdotto nel Paese nel terzo
secolo. I libri di storia riportano la sparizione delle ultime comunità
cristiane berbere, prima di essere assimilate all’islam, che data intorno al
1145-1160.
Anche in Tunisia le conversioni sono in aumento seppure in numeri più
ristretti. Molte ragazze appaiono interessate al cristianesimo per la sua
visione della donna e perché non contempla la poligamia, che peraltro in questo
Stato è stata dichiarata illegale. I cammini che portano alla conversione sono
diversi a seconda della storia personale. Yacine, un ex islamista affiliato al
movimento illegale "al-Nahdha", racconta di essersi convertito dopo un
periodo trascorso in prigione. «È stato difficile ricominciare da capo –
racconta Yacine – . La polizia continuava a fare controlli a casa e avevo perso
la speranza nel futuro». Un giorno Yacine, sintonizzandosi su "Radio Monte
Carlo", aveva ascoltato la predica di un prete egiziano che lo aveva
commosso. «Ho pertanto iniziato a documentarmi sul cristianesimo attraverso
"Internet" – spiega Yacine – . Qualche anno dopo ho deciso di convertirmi».
In Marocco si possono contare sette chiese libere a Marrakesh, sei a Casablanca,
cinque a Rabat e una a Layoune, capoluogo del Sahara occidentale. Secondo un’indagine
locale, il 60 per cento dei nuovi cristiani marocchini si è convertito
attraverso contatti personali con altri cristiani, il 30 per cento attraverso la
televisione e "Internet" e il 10 per cento in seguito alla
predicazione dei missionari, smontando così l’accusa a questi ultimi di
essere i principali responsabili delle conversioni con la loro attività di
proselitismo. «Cerchiamo comunque di non esporci – spiega Mohammed, trentenne
di Casablanca – . La massa non capisce che si può essere arabi senza essere
musulmani. Per noi, il più grande pericolo è l’ignoranza».