Il
«testamento» del fondatore della Comunità dei figli di Dio, scomparso ieri
mattina,
riflette sul destino ultimo dell’uomo.
«Quale corpo il Signore mi darà?»
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«Sembra che
solo andando verso la morte l’uomo viva.
A vent’anni siamo portati via dagli
istinti,
le ambizioni, le vanità, gli egoismi, la sensualità.
L’uomo incomincia a
vivere invecchiando».
«Morire significa deporre un corpo che non è fatto per l’immortalità.
E
dunque la morte non è un male,
perché libera da uno strumento che è inetto a una vita pienamente umana
e
veramente spirituale».
Don Divo Barsotti
("Avvenire", 16/2/’06)
La risurrezione suppone la morte, il trionfo del
Cristo il giudizio. Sono verità di fede elementari, e pur tuttavia, proprio
perché sono elementari, non sono solo importanti ma fondamentali anch'esse per
la nostra vita spirituale. È sempre il Mistero del Cristo: morte e
risurrezione; e non vi è un elemento senza l'altro. La morte da sola non
sarebbe mai, né potrebbe essere mai un argomento di meditazione per il
cristiano, perché la morte è soltanto condizione alla risurrezione gloriosa;
d'altra parte la risurrezione è impensabile senza la morte. I due elementi si
richiamano l'un l'altro cosicché non possiamo meditare l'uno senza l'altro. È
vero però che possiamo separarli, non per mantenerli divisi, ma perché la
nostra meditazione abbia una maggiore ampiezza, infatti potrebbe essere soltanto
un poco di curiosità teologica il meditare sul giudizio finale o sulla fine del
mondo, mentre su tutti noi incombe la morte.
Tra poco noi moriremo. Che vuol dire morire? Che cos'è la morte? La prima
considerazione da farsi sembra questa: l'uomo è un essere estremamente
paradossale. Per il fatto che siamo in un corpo, indipendentemente dal peccato,
sembra non potersi evitare la morte. Quel che è fisico, quello che è biologico
non può durare eternamente, consuma. D'altra parte sarebbe non solo impensabile
ma del tutto miracoloso (è un miracolo che non ha nessuna giustificazione e che
a lungo andare andrebbe precisamente contro gli stessi voleri di Dio) che questo
corpo vivente non conoscesse la dissoluzione. Sarebbero innumerevoli miracoli
quelli che Dio dovrebbe fare perché questo essere che abbiamo, il corpo,
dovesse mantenersi vivo senza fine. Non vi è esempio di questo nella natura:
nemmeno le montagne rimangono ferme, nemmeno il sole e gli astri sono eterni.
Una forza unica travaglia tutto l'universo fisico in mutamenti continui, in
rivolgimenti inevitabili. È proprio il cambiamento stesso che assicura la
permanenza. Non vi è nulla di permanente quaggiù se non il movimento.
Da una parte, dunque, il paradosso di un uomo che è corpo ed è spirito. Per
quanto riguarda il corpo secondo la filosofia marxista, non solo, ma anche direi
secondo la reazione spontanea e naturale degli uomini che hanno perso la fede,
è naturale la morte; non c'è lo scandalo della morte per loro. Accettano di
morire non pensandoci, cercando di esorcizzarsi nei confronti dello sgomento,
della paura che l'uomo ne prova, col non pensarci. Non c'è nulla da fare, la
morte è inevitabile ed è naturale per questo. Dall'altra parte però, rimane
vero che l'uomo non è soltanto un corpo organico, è anche spirito, e proprio
in forza del fatto che è anche spirito, l'uomo non riesce ad accettare la
morte, né può accettarla. Si prova nei confronti della morte una opposizione
naturale, spontanea. Non per nulla, si diceva prima, si cerca di dimenticare, si
accetta per principio, ma poi non si vuol ricordare, perché poi l'insorgere
naturale dello spirito è anche esso inevitabile.
E allora Dio ci ha creati male? Ci ha dato nello stesso tempo un corpo che di
per se stesso è soggetto alla morte e uno spirito che non può morire. Come mai
ha unito queste due cose così stranamente diverse?
Secondo la Genesi, Dio riveste l'uomo di pelli morte cacciandolo dal Paradiso
terrestre. E secondo l'interpretazione che dà il rabbinismo, il passo della
Genesi vuol significare che dopo il peccato Dio sottopone alla morte l'uomo - e
questo è vero anche per noi - dandogli un corpo che ora soltanto è mortale. Il
nostro corpo che possediamo oggi non è il corpo che Dio ci ha dato all'inizio.
Creati per l'immortalità, noi non potevamo avere un corpo passibile. Il corpo
passibile che anche riceve Gesù, lo riceve in vista della morte; se il corpo è
passibile è destinato a morire. Se dunque Adamo ed Eva prima del peccato non
dovevano morire, vuol dire che avevano un altro corpo da quello che abbiamo noi
ora. Questo l'insegnamento di Israele, e Israele ci dice appunto che questo
corpo fu dato l'uomo dopo il peccato. E Dio ha dato all'uomo questo corpo
mortale non per castigo ma per suprema misericordia.
Dio ci aveva fatto per l'immortalità, e facendoci per l'immortalità non poteva
donarci un corpo mortale: il corpo mortale diviene tale dopo il peccato. E
allora ecco, noi vediamo precisamente nella nostra condizione umana una
situazione veramente paradossale: sul piano fisico, sul piano biologico noi
andiamo verso la morte, ma l'andare verso la morte non vuol dire morire, sembra
anzi acuire, per colui che ha una vita spirituale, la potenza di vita che Dio ha
inserito nella nostra natura. Sembra di fatto, che proprio andando verso la
morte l'uomo viva. Non si vive a vent'anni, tranne alcune eccezioni, e nemmeno a
venticinque; non si vive, siamo portati via dagli istinti, siamo portati via da
tutte le piccole ambizioni, le vanità, gli egoismi, la sensualità, l'uomo non
prende ancora coscienza di sé, del proprio destino, dei proprio valore, della
propria grandezza. L'uomo incomincia a vivere invecchiando; è una cosa strana,
ma si vive invecchiando, nella misura cioè che questo corpo, che doveva essere
strumento dello spirito, esprime minori esigenze, non pesa più, e non diviene
più qualche cosa che impedisce allo spirito di vivere la sua vita.
Si muore. Ma che cosa vuol dire per noi morire? Vuol dire deporre un corpo che
non è evidentemente per l'immortalità. E dunque la morte non è un male,
perché ci libera da uno strumento che è inetto a una vita pienamente umana e
veramente spirituale. Non è l'anima che non sia fatta per il corpo: l'anima
umana è "forma corporis", è principio vitale di un corpo ma, si
direbbe, non di questo corpo, perché sembra anzi che l'anima tanto più viva
quanto meno il corpo pretende, esige, s'impone nella sua forza, nella violenza
dei suoi istinti.
Però nessuno ci assicura l'altro corpo tranne la Rivelazione divina. Di qui lo
sgomento che ci prende perché sul piano umano, naturale, nessuno ci assicura un
nostro permanere, perché è vero che vi sono due vite: una vita dello spirito e
una vita del corpo, però rimane vero anche che la vita stessa dello spirito ha
bisogno del corpo, cioè è lo spirito umano, l'anima umana è "forma
corporis" e perciò io non posso capire nemmeno il mio permanere nella vita
senza il corpo. Quale corpo il Signore mi darà? È tutto qui, direi, il
problema della morte. Quale corpo il Signore mi darà.
Nel cristianesimo non c'è la rivelazione dell'immortalità quanto c'è la
rivelazione della risurrezione. Perché? Che cos'è questo mistero?
Evidentemente ci voleva proprio l'evento della risurrezione del Cristo per
ridonare agli uomini non solo la speranza, ma la certezza che si sarebbero
risolti, per l'uomo, tutti i tragici interrogativi, problemi, angosce,
turbamenti che la sua vita stessa origina per lui.
Dice il libro della Sapienza che la morte è entrata nel mondo per il peccato;
se noi fossimo dovuti rimanere sempre nel corpo senza morire avremmo vissuto,
sì, una vita immortale in un corpo adatto alla immortalità, però in questa
immortalità noi avremmo vissuto in tal modo da non sentire precisamente la
tragedia che è propria della vita di oggi, la tragedia cioè di una vita
immortale che dobbiamo attendere soltanto da Dio dopo la remissione del nostro
peccato, anzi, come compimento di una redenzione dal nostro peccato. Oggi
l'immortalità viene a noi come dono che è perdono e grazia divina, mentre
l'immortalità di prima, dopo il peccato, sarebbe stata per l'uomo non più
salvezza, non più redenzione, ma un fissarsi nella sua condizione di peccato e
di lontananza da Dio.
Ma meditando la morte dobbiamo riconoscere ed accettare lo sgomento, l'angoscia,
il rifiuto della nostra natura. È vero che il nostro corpo ci fa
necessariamente schiavi della morte, ci fa naturalmente retaggio della morte, ma
questo non toglie che nella misura che viviamo, tutto l'essere nostro debba
ribellarsi a questo destino. E questo è tanto vero che perfino la Umanità
sacrosanta del Verbo, il Cristo, prova ripugnanza a morire, si vuol sottrarre
alla morte e per questo prega il Padre celeste. Non siamo fatti per la morte,
tutto in noi dice che siamo fatti per la vita e per la vita divina, per la vita
immortale, per una vita senza fine, e proprio il fatto di essere fatti per
questa vita senza fine crea in noi una tensione e suscita in noi una reazione
viva nei confronti della morte che viene.
Dobbiamo vederla come castigo o come medicina? Molto spesso noi si parla della morte come castigo. Ma se stando alla interpretazione rabbinica e anche dei Padri greci, la morte viene a noi dopo il dono che il Padre ci fa delle pelli morte, evidentemente non è soltanto un castigo, e dobbiamo dire di più: che Dio non castiga mai altro che il rifiuto ultimo, se c'è un rifiuto da parte dell'uomo che si chiude in se stesso, positivamente Dio non interviene mai per dare la morte. Per dare le medicine sì. C'è l'inferno, intendiamoci, ma l'inferno dipende dal fatto che l'uomo nella sua volontà si chiude alla misericordia, rifiuta i doni di Dio. È antropomorfico quello che dice il Vangelo: «Andate maledetti al fuoco eterno». Dio non interviene positivamente nella condanna; nella condanna è l'uomo che si chiude, che si trincera difendendosi da Dio, Dio rimane l'amore.