INTERVISTA

Parla lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld:
«Essere ebrei oggi significa sapere che si può uccidere anche con la parola».

RITAGLI   Dialogo, l'imperativo   TERRA SANTA

«La guerra è sempre uno sprofondare nell’abisso.
Ma questa è una guerra "esistenziale",
nasce da odi e risentimenti che vanno oltre la questione dei territori e dei confini».

Laura Silvia Battaglia
("Avvenire", 26/7/’06)

«Sono solo uno scrittore, non sono un politico. Se molti scrittori israeliani fanno politica, è una scelta alla quale non mi associo volentieri». Aharon Appelfeld, classe 1932, già «Israel Prize» per la letteratura, non ama intervenire in qualità di opinionista su questioni di risonanza internazionale. La sua esperienza di deportato nei campi di concentramento a soli otto anni, la morte di entrambi i genitori, la straordinaria capacità di sopravvivenza che gli consentì di salvarsi in Ucraina vivendo al servizio di avventurieri senza scrupoli prima di unirsi all'armata russa, l'emigrazione nel 1946 in Israele, prima che divenisse uno Stato, tutto questo ha originato in lui una riflessione sulla parola al punto da sconfinare nel silenzio. Tranne quando dà voce nei suoi libri al popolo ebraico. Oggi Aharon Appelfeld insegna letteratura ebraica all'università «Ben Gurion» di Negev: tradotte in 28 lingue, le sue opere sono pubblicate in Italia da Giuntina. Tra le più note, "Storia di una vita", testimonianza della sua deportazione, "Tutto ciò che ho amato", romanzo sulla doppia anima del popolo ebraico, "Notte dopo notte", racconto del mondo degli ebrei assimilati, visti in un interno. Ma questa volta decide di fare un'eccezione: «Ho deciso di parlare di questa guerra solo perché noi ebrei la sentiamo necessaria e solo perché, nello stesso tempo, dissentiamo da essa. Come è possibile tutto questo? È possibile solo in quanto questa è una guerra "esistenziale"».

In che senso, professor Appelfeld, è possibile parlare di guerra "esistenziale"?
«Questa non è una guerra contro uno Stato o contro un altro popolo. È una guerra contro un terrore che non ha territori, ormai. Hamas o Al Qaeda sono degli Stati? No, e questo è molto pericoloso, soprattutto per l'Europa».

Dunque per quale causa è importante per gli israeliani ingaggiare una guerra? Per la vostra vita, per la vostra terra, per un senso di giustizia?
«Questa guerra nasce da incomprensioni, odi, rivendicazioni, tutto quello che è l'opposto del dialogo. In realtà, le origini della guerra sono dentro, nel profondo di noi israeliani. E l'oggetto del contendere non è il territorio. In Medio Oriente ci sono molti spazi per i popoli: montagne e pietre che non sono territorio di nessuno. Purtroppo fin dalle origini più remote gli ebrei non sono mai stati accettati dai popoli confinanti. Ma non sono i palestinesi in quanto popolo il nostro nemico; nemico è il terrorismo e questa guerra è solo una necessità esistenziale perché siamo attaccati dal terrore. Con ciò non dico che la guerra è giusta: la guerra è sempre uno sprofondare dell'uomo nell'abisso».

Quanto l'educazione al senso di colpa ha influito nei comportamenti degli ebrei verso i palestinesi e nelle decisioni della classe politico-militare nel condurre una guerra?
«Abbastanza, credo. Gli ebrei sono molto bravi ad interiorizzare le critiche e applicano a se stessi una morale e un comportamento molto rigidi, formali, riconoscibili. Per noi una guerra è una guerra, dichiarata. Il terrore, invece, non ha regole, disorienta. E ci costringe a determinate reazioni».

Cosa significa essere ebreo, in genere, e cosa significa essere ebreo per Aharon Appelfeld, oggi?
«I miei genitori erano ebrei assimilati e volevano diventare europei. Io, invece, ho trovato nell'ebraico la mia lingua, la mia casa, e in Israele la mia terra. Guardando alla nostra storia, direi che interrogarsi sull'essere o non essere ebrei, sul volerlo essere o no, è proprio una preoccupazione da ebrei. Ma oggi essere ebrei ha un senso preciso: significa essere coscienti di rappresentare uno "standard" morale molto alto. Significa sapere che anche la parola può uccidere, come è accaduto con noi. Il retaggio che ci portiamo dietro non può impedirci di coltivare un alto senso morale. Certo, non sempre siamo stati all'altezza. E questo è il motivo per cui non sempre siamo stati credibili».

Appelfeld, per chi vive a Gerusalemme oggi, qual è il senso della parola «dialogo»?
«È un atto in cui si cerca di capire, di ascoltare, di venirsi incontro, di trovare le parole più appropriate. Ma quello che qualifica un dialogo dovrebbe essere il procedere insieme verso la verità».

Ma è possibile una conciliazione futura tra ebrei, cristiani e musulmani sulla base delle Sacre Scritture?
«Spero di sì. Abbiamo un'origine comune assai più specifica di generiche dichiarazioni di diritti umani, ed è quella religiosa e monoteista. Gerusalemme dovrebbe essere il centro di questo dialogo, un centro di pace».

Cos'è la pace oggi per un ebreo, cos'è la pace per Aharon Appelfeld?
«Da ebreo vorrei rivolgermi agli arabi in quanto fratelli e concittadini, vorrei dialogare con loro e sentirli dialogare con me. E se ci sono differenze, che ben vengano, ma che diventino strumento per la costruzione di qualcosa. Ci si scontri pure su quel che si vuole ma non utilizzando l'arma del terrore. La scienza del terrore è contro il dialogo. E noi israeliani, dopo quello che abbiamo subito, dopo essere arrivati qui nel 1946 coltivando una speranza di sopravvivenza, vogliamo guardare avanti».