INTERVISTA

Parla lo scrittore congolese Emmanuel Dongala:
«Oggi voci nuove narrano il Continente nero senza i paraocchi occidentali».

RITAGLI   L'Africa cerca se stessa   MISSIONE AMICIZIA

«Qui "global" significa anche importazione di modelli distorti.
I bambini-soldato che narro vivono la guerriglia più efferata
come una sorta di videogioco».

Laura Silvia Battaglia
("Avvenire", 18/1/’07)

«Il mondo visto dall'Africa è diverso. Ma non troppo». Lo dice Emmanuel Dongala, scrittore congolese francofono, vero e proprio caso letterario nel 2005 con "Johnny Mad Dog", pubblicato in Italia per le edizioni Epoché. Un libro sui bambini-soldato senza sentimentalismi e senza mezzi termini, che segue a "L'uomo di vento", metafora di un Continente violato in cerca di indipendenza. È questo uno dei tanti sguardi su un'Africa da conoscere, da oggi al 20 gennaio a Torino per il convegno sulla letteratura africana «Il deserto e dopo», organizzato dal Premio Grinzane Cavour e che prevede l'intervento, tra gli altri, di Niyi Osundare, Henri Lopes e Nadine Gordimer.

L'Occidente sta mostrando un interesse molto vivace nei confronti della letteratura africana. Perché? Che cosa di nuovo gli scrittori africani sanno raccontare al mondo?

«Per molto tempo la letteratura africana è stata misconosciuta in Occidente, un po' per difficoltà oggettive di traduzione, un po' perché è da poco tempo che gli africani hanno imparato a parlare di se stessi, senza che di loro ne parlassero gli altri. Ecco, gli scrittori africani hanno da raccontare al mondo di sé, e in questo c'è tutto: c'è la storia dei popoli africani, la natura in cui vivono, e la vita, non sempre facile, che vivono. Un mondo molto diverso da quello occidentale ma nello stesso tempo non lontano: in Africa ci sono le capanne e quel che resta delle foreste, ma anche grattacieli, armi tecnologiche e "Internet point"».

Lei è nato in Africa, si è formato culturalmente in Francia e negli Stati Uniti, dove adesso vive. Cos'è la globalizzazione per lei?

«A prescindere dalle mie esperienze di vita. (Dongala è stato costretto a fuggire dal Congo negli anni Novanta, allo scoppio della guerra civile, ndr), oggi non c'è altra scelta alla globalizzazione. La tecnologia, Internet, la tv satellitare non si possono ignorare. La globalizzazione è la nostra vita; è nelle nostre vite, ormai».

Esiste ancora un potere occidentale in Africa?

«È quello che io chiamo "soft power" («potere leggero», ndr) e si manifesta nella cultura e nell'economia dei Paesi africani. Soprattutto le generazioni più giovani conoscono a memoria i nomi delle "star" del cinema e della musica "pop", scaricano video e canzoni, li scambiano in copie pirata, emulano Rambo e Schwarzenegger. Questo non è un potere, una suggestione che diventa realtà?»

Dunque violenza, magia, modelli occidentali: è questa la formula esplosiva che tiene intrappolati nella loro esperienza di morte i bambini-soldato africani?

«Non solo: alle spalle c'è la particolare storia dei nazionalismi africani, la corruzione imperante, la conseguente emigrazione. Se poi un ragazzo ha come modello il raggiungimento di una condizione di ricchezza - belle macchine, belle donne - , condizione che vede riprodotta nei video, combatterà essenzialmente per possedere tutto questo. L'Africa ha petrolio e diamanti: questo non lo dimentica nessuno e tutti desiderano il controllo di questi beni. In tutto ciò il ruolo della magia è in realtà secondario. È solo uno strumento per convincersi, da parte dei bambini-soldato, ma anche degli adulti, di essere invisibili o invincibili agli occhi dei nemici».

Ha mai incontrato un John Mad Dog in carne e ossa, un ragazzo armato fino ai denti che compie orrori in forme così automatiche?

«Ne ho incontrati parecchi durante la guerra civile degli anni Novanta in Congo. Erano ragazzini completamente abbandonati a loro stessi e vivevano le azioni più efferate di guerriglia come in una sorta di videogioco distruttivo, terribile. Nel mio libro racconto la verità di quella guerra vista con i loro occhi».

Quali promesse, quali speranze può mettere in campo l'Africa, oggi, per disegnare il suo futuro?

«Le speranze e i problemi dell'Africa risiedono nella politica. Finché i Paesi africani avranno dei governi irresponsabili, corrotti, che dipendono da altre forze internazionali nella gestione dei capitali economici, non ci sarà speranza di cambiamento per l'Africa. Non a caso i veri "leader" africani, i più sinceri come Patrice Lumumba, sono stati uccisi e a loro ne sono stati preferiti altri, come Joseph-Désiré Mobutu».

Donne come Laokolé - la ragazza che nel suo romanzo desidera un futuro radioso e tenta di portare in salvo la madre, resa disabile da una razzia dei ribelli - possono essere la speranza dell'Africa?

«Le donne sanno gestire il potere in modo sano, migliore degli uomini. Amano i bambini, hanno maggiore scrupolo nel maneggiare il denaro, sono più responsabili. In Africa si dovrebbe prendere in seria considerazione una partecipazione maggiore delle donne alla società e alla politica: d'altronde la cultura africana nasce matriarcale e le piccole imprese agricole e commerciali di gestione familiare sono guidate dalle donne. Questo è il motivo per cui ho utilizzato Laokolé come l'altro specchio di Johnny Mad Dog, nel mio romanzo: lei ha l'umanità che il mio personaggio maschile ha perso».

In quanto scrittore africano, lei crede di avere dei doveri particolari nei confronti del suo Paese? È sufficiente scrivere per contribuire alla causa dei popoli africani?

«Uno scrittore non fa nulla di più importante rispetto a un medico o a un ingegnere. Anzi. Il medico guarisce, l'ingegnere costruisce. Entrambi fanno cose che si possono vedere e che hanno delle conseguenze. Il compito dello scrittore è solo quello di mostrare ciò che fanno gli altri, medici e ingegneri compresi. È raccontarlo e comprenderlo. Nient'altro».