Parla la
scrittrice Sahar Khalifah:
«Israele deve rispettarci.
Ma noi dobbiamo dimostrare di essere capaci di vera democrazia».
Laura
Silvia Battaglia
("Avvenire",
25/1/’08)
Potrebbe essere davvero una
"Primavera di fuoco", quella che si preannuncia di qui a poco in Medio
Oriente. Il confine abbattuto nella "Striscia di Gaza" e le migliaia
di palestinesi che si riversano in Egitto in cerca di cibo e farmaci, dopo l’"embargo"
israeliano, fanno temere nuove ostilità tra Israele
e Palestina
e fanno emergere ancora più forte la "spaccatura" tra il governo
palestinese di Abu Mazen e il movimento di "Hamas". Sahar
Khalifah vive ad Amman ed
è una delle voci più autorevoli della letteratura palestinese. Impegnata nella
denuncia della condizione della donna nella società araba contemporanea, e
fondatrice del "Centro per le donne" a Nablus,
Amman e Gaza, il suo "Una primavera di fuoco", che esce in questi
giorni in libreria ("Giunti", pagine 336, euro 14,50), è la storia di
una modesta famiglia palestinese che vive nel "campo profughi" di ’Ein
al Murgian, vicino a
Nablus. Il tempo è quello della primavera 2002, seconda "Intifada",
costruzione del "Muro".
Protagoniste, tre generazioni di palestinesi: un padre e due figli, divisi tra
la fede nella resistenza e il desiderio di comprensione del mondo ebraico. Sahar
Khalifah crede nella pace ma, diversamente dall’israeliano Avraham Yehoshua,
non prevede la "Hudna", cioè il "cessate il fuoco", da
subito. «Non credo in una soluzione pacifica nell’immediato futuro. Se gli
israeliani non sono ancora pronti, gli arabi non accettano Israele. E anche se i
governi dei Paesi arabi accettano Israele e la sua politica, le popolazioni
no».
Si riferisce al fatto che "Hamas" ha grande presa sulla popolazione palestinese?
«Israele deve imparare a
trattarci alla pari. E gli arabi devono dimostrare al resto del mondo che sono
capaci di una via concreta e moderna alla democrazia.
Entrambi devono imparare troppe cose per dimostrare agli altri e a se stessi di
riuscire a sostenersi da soli. È un circolo "vizioso". Chi cambierà
atteggiamento per primo? Gli israeliani o gli arabi?
Non ci sono risposte a questo proposito. Lo dirà solo il tempo».
In questo nuovo libro lei si occupa di generazioni, della differenza tra le vecchie e le nuove. Come sono le nuove generazioni di palestinesi? Con quali ideali sono cresciute? In cosa sperano? Riescono a trovare nei coetanei ebrei un buon motivo per non odiarli?
«Le vecchie generazioni hanno
scelto il "fondamentalismo" come strumento di difesa della loro
identità dall’occupazione israeliana. Da qui la reazione e la lotta. Ma dalla
violenza nasce solo violenza. Per questo le nuove generazioni sono ancora più
arrabbiate. Vivere in Palestina è come vivere in una immensa prigione, dove non
c’è modo per risalire da un’economia in "picchiata": nella
"Striscia di Gaza" abbiamo il tasso di povertà più alto, l’80%. Ma
non credo che le nuove generazioni di israeliani siano meno esasperate: la
differenza tra i nostri ragazzi e i loro sta nel fatto che i nostri usano le
pietre, e loro le armi tecnologiche. C’è una cosa da sottolineare, però: la
fede islamica per molti di questi giovani è più forma che sostanza. È più un’"apparenza",
che non una fede.
Gli uomini e le donne nei paesi arabi spesso amano dimostrare, anche nell’abbigliamento,
la loro aderenza religiosa: e in questo sono alla ricerca dell’identità.
Voglio dire che l’Islam è diventato una "merce". E centinaia di sceicchi,
facendo presa su questo, hanno usato la scarsa educazione di alcuni e i "pregiudizi" nei confronti dell’Occidente di molti per emergere, arricchirsi,
acquisire potere».
Le donne palestinesi. È da loro che può venire una "scossa" per il futuro? Oppure sono le donne le depositarie più "strenue" della tradizione?
«Le donne palestinesi, come quelle di ogni parte del mondo, potranno cambiare il destino della Palestina se verranno dati loro gli strumenti e le opportunità per farlo. Ma, con la nuova "ondata" di "fondamentalismo", ci sono poche possibilità. Le attiviste dei "movimenti femminili" spesso si sentono indifese. E non tanto nei confronti della tradizione, quanto dalla politica "israelo-americana" che ci toglie margini di manovra sulle donne».
Lei ha fatto protagonisti di questo libro un giornalista (il padre) e un ragazzino (Ahmad, il figlio) che ama la fotografia e ne comprende il valore di testimonianza. "Vedere" equivale sempre a conoscere, a sapere?
«Sì, "vedere" equivale a conoscere. È la ragione per cui, come scrittrice, cerco di descrivere e di fare vedere al lettore ciò che vedo io. Ho cercato di mostrare com’è la Palestina dall’interno, non di definirla in quanto entità politica.
Come sono, chi sono i palestinesi?
A dispetto delle nostre vite, noi
amiamo la vita. Siamo sensibili.
Non siamo così terribili come ci dipingono i "media" occidentali.
Siamo anche belli, divertenti, allegri. Se non potete venire a vedere come
siamo, potete leggere di noi. E leggere è vedere. Questo può cambiare il
mondo. Io ci ho creduto, tanto da scommetterci tutta la mia vita».
Vivere sotto "assedio". Ci dica com’è. Come si può sopravvivere all’idea di essere un "bersaglio" casuale, di vedere distrutta la casa del vicino e, invece, graziata la propria?
«Ma, mi dica, abbiamo un’alternativa?
Se ne avessimo avuto la possibilità, ci sarebbe piaciuto vivere in un giardino
"lussureggiante" con alberi e fiori.
Ma ce ne staremo sotto le bombe finché non avremo alternative».
Yasser Arafat è protagonista di un episodio del libro, l’assedio alla "Muqata", sede dell’"Autorità palestinese" a Ramallah. Chi è stato per il mondo, chi era chi è Arafat per i palestinesi?
«Arafat è stato unico, nel
senso che la dedizione, la determinazione e l’abilità di riuscire a parlare
con chiunque alla pari e, nello stesso tempo, comprendendo le sue ragioni, lo
hanno fatto amare e odiare insieme, come nessun altro "leader". Per i
palestinesi è stato un "padre". Molti credono che, se fosse stato
ancora in vita, la spaccatura tra l’"Olp" e "Hamas" non
sarebbe mai avvenuta. Sono sempre stata colpita dalla sua "multiforme"
personalità. Non ho mai amato i suoi provvedimenti "paternalistici",
e ho sperato che diventasse più democratico. Ma quando lo confronto con i
nostri "leader" attuali, non riesco a trovare una sua sola qualità
che sia peggiore dei difetti degli altri».