Parla Ron
Leshem, "promessa" della letteratura israeliana, ospite a Torino:
«Errato "boicottare", l’arte non va "strumentalizzata"».
Israele, il pericolo
è la rassegnazione
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«Tra i
giovani israeliani è diffusa la mancanza di fiducia nella pace.
Noi e i palestinesi viviamo di rabbia: siamo tutti vittime».
«Non vado alla "Fiera" come rappresentante del mio governo,
ma come ambasciatore del "libero pensiero"».
Laura
Silvia Battaglia
("Avvenire",
8/5/’08)
«Non vado a Torino
come rappresentante del governo israeliano: sono uno scrittore, un
"ambasciatore" della letteratura e dell’umanità, un
"difensore" del libero pensiero». Ron
Leshem mette in chiaro
che la letteratura non può e non deve essere "strumentalizzata" da
nessuno e per nessun motivo, né da una parte né dall’altra: «Scrivere per
me è suscitare emozioni e riflessioni, ed è l’unico strumento che possa
aiutare israeliani e palestinesi a superare tutti i "pregiudizi" che
il mondo ha su di loro, e loro gli uni verso gli altri». Lui ha trent’anni,
è una delle vere promesse della letteratura israeliana. Ospite della
"Fiera del Libro" dedicata a Israele,
non approva il "boicottaggio" dei suoi colleghi palestinesi: «L’"embargo
nazionalistico" è quanto di più "anti-letterario" si possa
pensare; di più, è un’occasione di cambiamento e di dialogo mancata. Posso
comprendere il loro punto di vista, ma li inviterei a venire, a parlare con noi,
ad ascoltare, allo stesso modo in cui io andrei ad ascoltare loro e i miei
colleghi iraniani. Io stesso sono molto felice di incontrare studenti arabi e
iraniani nelle mie lezioni all’Università». Il suo "Tredici
soldati" ("Rizzoli") è stato salutato da David
Grossmann come «una
"prosa" che ha creato un mondo intero»; non a caso, in Italia, Ron
Leshem è stato definito il "Saviano d’Israele". Il suo libro è
diventato un "film" di Joseph Cedar, "Orso d’argento" al
"57esimo Festival di Berlino". Stile "asciutto",
"crudo", "slang" giovanile che si riversa a pioggia su ogni
pagina, Leshem, in "Tredici soldati", racconta la vita di
"trincea" di un gruppo scelto di giovani militari vicino al Castello
di Beaufort, sulle alture del Libano
meridionale, fino al 2000 ultimo "avamposto" dell’esercito israeliano in terra
di "Hezbollah". Più che un libro di guerra o sulla guerra, questo è
un romanzo di "formazione" moderno, insolito.
E, nel suo cuore, scopre personaggi che si muovono su "montagne russe"
"emotive", che "traballano" tra lo "spettro"
permanente dell’attacco improvviso e una solidarietà "animalesca",
complice la foresta intorno a loro e il desiderio di amare. «"Tredici
soldati" non è una storia di guerra, ma non è nemmeno un romanzo contro
la guerra. È la storia di chi ha diciotto anni in Israele, e cerca di venir
fuori dalla guerra. Per questo la guerra è solo uno "sfondo" nel mio
racconto, un insieme di suoni, odori, emozioni, colori, che fanno da
"teatro" alla pressione psicologica cui sono sottoposti questi
ragazzi, che vivono a "nervi scoperti" e non sanno rispondere alla
domanda più logica, nella loro situazione: per chi, per cosa siamo stati
inviati a morire qui?».
La guerra di "trincea": per questi personaggi è una condizione reale, fisica. Ma israeliani e palestinesi non vivono ogni momento della loro vita in "trincea", anche senza bisogno di trovarvisi fisicamente?
«Nei nostri Paesi ormai si vive
in un sostanziale "disequilibrio" mentale: tutti sospettano di tutti,
l’ansia ci prende senza distinzioni. Vivere qui è difficile; ma, per gli
scrittori, è una storia senza fine da cui trarre altre storie. La cosa più
drammatica è che, dopo gli "accordi" di Oslo e la seconda "Intifada",
le generazioni più giovani non pensano più a soluzioni alternative, e credono
che finiranno i loro giorni combattendo e morendo ancora.
Sono depressi, "apatici"».
Cos’è allora la guerra per le giovani generazioni di israeliani? È un male necessario, un’ingiustizia inevitabile? Oppure è un modo per affermare la propria identità e difendere i propri confini? O, ancora, è l’unica via per arrivare alla pace?
«È la mancanza di fiducia nella pace che ci distingue da chi ci ha preceduto. E il fatto che troppi sono i "pregiudizi" stratificati per generazioni. Se intenzione di dialogo e di pace c’è, spesso nasce da iniziative individuali, dalle "chiacchiere" della notte, in "chat", su "Internet": qui scopri che esiste un’altra "faccia" dell’essere israeliani, dell’essere palestinesi. Ma allo stesso modo, e con pari forza, esistono i "fanatici", i "fondamentalisti", quelli che non concedono nessuna occasione al dialogo e che lavorano per la distruzione dello "Stato d’Israele". Non vorrei sembrare "semplicistico" nei miei ragionamenti, ma, a questo punto, l’unica soluzione è lottare contro l’"oscurantismo" e il "fanatismo" di chi spera di ridurre la libertà e i "diritti umani" delle popolazioni. Da scrittore, credo che questo sia possibile scrivendo, parlando».
Si può vivere allora, da giovani israeliani, senza provare rabbia per qualcosa o per qualcuno?
«Non credo, e non si può
aggiungere granché a tutto questo.
Ma – lo sottolineo – siamo vittime tutti, da entrambe le parti, israeliani e
palestinesi, e tutti soffriamo per le "cicatrici" che ci portiamo
addosso, per le orribili "mostruosità" e gli "incubi" della
nostra storia. Ciascuno di noi dimentica tutto quanto ha amato mentre combatte:
perché non è facile svegliarsi al mattino e mettere da parte la paura e la
rabbia, e iniziare a credere che qualcosa cambierà. Ma dobbiamo farlo,
dobbiamo. E spero che ne avremo la forza, tutti: israeliani e palestinesi».