INTERVISTA

I nuovi scontri "fratricidi" in Sudafrica e Zimbabwe, le ragioni della speranza:
parla la scrittrice Calixthe Beyala.

RITAGLI    Africa, l’ora della fratellanza    MISSIONE AMICIZIA

Ha scritto un romanzo sulle violenze razziali nel Paese di Mugabe,
crede nella "negritudine" e pensa che l’epoca del "neocolonialismo" sia finita.
«I giovani che fuggono dall’ex Rhodesia verso il Sud lo fanno per motivi di povertà,
per cercare fortuna, come è successo in Europa».

Laura Silvia Battaglia
("Avvenire", 23/5/’08)

«Le maniere forti non sono il metodo migliore per risolvere i problemi del Sud». Calixthe Beyala, scrittrice del Camerun, ma parigina d’adozione da molti anni, non si meraviglia di quanto sta succedendo in questi giorni in Sudafrica, dove le forze governative danno la caccia agli immigrati clandestini dai Paesi confinanti. Lei, che l’Africa la conosce bene e bene l’ha fatta conoscere al mondo occidentale (nel 1996 ha ricevuto il "Grand Prix du Roman de L’Académie Française" per il romanzo "Onori perduti"), ha provato a raccontare - da nera - il "continente nero". Ma con gli occhi dei bianchi perché lei crede nella "negritudine", nell’essere africani per cultura e per nascita e non per il colore della pelle. Risultato: un nuovo romanzo, "La piantagione" (traduzione italiana di Gaia Amaducci, Edizioni "Epoché", pagine 360, euro 17,00), definito il "Via col vento" africano. Protagonista, la figlia (bianca e coraggiosa) di un "latifondista" (bianco e meno coraggioso) nello Zimbabwe del 2000, quando Robert Mugabe - il Capo dello Stato africano - confiscò e "redistribuì" alla popolazione locale più di 100mila chilometri quadrati di terreni appartenenti ai "white farmers". Un’operazione disastrosa per l’economia del Paese e di cui, oggi, lo Zimbabwe paga le conseguenze. A partire dalle elezioni, per le quali si è parlato di "brogli", in un clima acceso.
«Le elezioni in Zimbabwe si sono svolte, come è tipico dell’
Africa, in modo "caotico" - racconta la Beyala - . Ma il desiderio dell’Occidente che Mugabe se ne vada non risolve assolutamente il problema. Mugabe non andrà via perché lo vuole l’Occidente: Mugabe andrà via quando lo vorrà il popolo. Le due cose non vanno assolutamente confuse. L’Occidente non riesce a capire che ormai non è più tempo di controllare un altro continente. Il "neocolonialismo" è finito, i giovani africani non lo accettano più. Le cose sono cambiate, ci sono nuovi interlocutori. La Cina e l’India, per esempio, che diventano sempre più importanti. Sarà la popolazione a decidere il proprio destino, non spetta a nessun altro».

L’isolamento cui è stato sottoposto lo Zimbabwe da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, dunque, era un male necessario o è servito solo a peggiorare le condizioni della popolazione locale?

«Non è servito a niente. "Ue" e "Usa" si sono comportati allo stesso modo anche con altri Paesi, che però non sono crollati. Lo Zimbabwe deve risollevarsi da solo perché, se ha dei problemi, questi derivano dalla cattiva "redistribuzione" delle terre, che ha causato l’esodo di chi le lavorava. Una situazione ancora più grave, se si pensa che le terre non sono state date in mano ai contadini, ma alla classe militare, agli amici degli amici. È questo che ha fatto crollare il sistema. C’è un problema di democrazia che sta a monte di qualsiasi "embargo"».

I giovani neri fuggono dall’ex Rhodesia verso il Sudafrica. Sono "viaggi della speranza" senza speranza: i profughi vengono fermati, muoiono, oppure vengono rimpatriati dalle autorità sudafricane. Le stime parlano di decine di migliaia di persone in fuga. È un esodo così drammatico che fa pensare quasi a un "genocidio" indiretto.

«"Genocidio" è una parola troppo forte. Significherebbe l’esistenza di un piano organizzato di distruzione. Il termine va impiegato per la tragedia del Ruanda, per l’"Olocausto", per gli armeni. Ma in Mugabe non c’è e non c’è mai stato questo desiderio. È la povertà a spingere i giovani a cercare fortuna altrove, come è successo in Europa, come è successo in Irlanda con l’esodo in America. C’è una situazione di emergenza economica che non è estranea anche al resto del mondo. I prezzi aumentano ovunque ma non aumentano gli stipendi: non vede che la miseria si sta insediando anche in Occidente?».

Con le vicende dei suoi personaggi lei ha voluto esprimere una posizione politica, un giudizio preciso nei confronti delle scelte di Mugabe?

«In quanto scrittrice di romanzi, non è il mio ruolo dare un giudizio politico. Quello che faccio è esprimere ciò che mi turba. Sono convinta che ci può essere un modo per vivere insieme, con una "redistribuzione" equa delle terre. Non ha senso che il 2% della popolazione abbia tutto, mentre tutti gli altri niente. E questo non vale soltanto per lo Zimbabwe perché il problema dell’ingiustizia sociale è diffuso ovunque in Africa, e non va risolto con un’altra ingiustizia, cioè cacciando i bianchi. Ci vorrebbe un rispetto maggiore per le "Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo", un "pluriuniversalismo" che garantisca l’insieme di tutte le particolarità etniche e culturali».

Nel suo romanzo lei descrive le dinamiche dell’odio "interrazziale".
Ci vorrà ancora del tempo per "estirpare" le radici dell’odio in Africa? E quanto?

«Finché continuerà la mancanza della fratellanza universale, il non rispetto dell’integrità dell’altro, il razzismo ci sarà sempre. Nello Zimbabwe possiamo parlare di "contrapposizione" tra ricchi e poveri, una situazione dovuta alla disuguaglianza, al disprezzo, alle memorie ferite. Usciremo da questa situazione soltanto mettendo in pratica i valori essenziali che garantiscono il rispetto della natura umana. In questo senso auspico l’avvento delle donne nelle classi dirigenziali africane: sono dotate di maggiore integrità morale e generosità in confronto agli uomini, e per questo sarebbero molto più in grado di "ridistribuire" le ricchezze equamente. Sì, credo che le donne nere saranno essenziali per far uscire l’Africa dall’"impasse" in cui si trova».