INTERVISTA

«Per liberarsi dal "giogo" delle dittature,
il "Continente Nero" deve entrare nella modernità».
Parla la scrittrice camerunese, Léonora Miano.

RITAGLI     L’Africa che non c’è     MISSIONE AMICIZIA

«La povertà fa il gioco dei "regimi" africani.
Un fenomeno simile ad altri Paesi nel mondo».
«Quelli di noi che vivono in Occidente collaborino alla ricostruzione».

Laura Silvia Battaglia
("Avvenire", 3/7/’08)

Dice che «l’essere africana non la rende una specialista di tutte le questioni relative a questo continente». Eppure, Léonora Miano, classe 1973, parigina d’adozione, ha rivelato al pubblico europeo cosa voglia dire essere e sentirsi africani oggi, e vivere nel cuore delle contraddizioni del "Continente Nero". Per questo è già considerata una delle scrittrici più interessanti della sua generazione.
Il suo romanzo d’esordio, "Notte dentro" ("Epoché", pagine 190, euro 13,50) è stato giudicato dalla rivista francese "Lire" la migliore opera prima del 2005 e ha vinto numerosi premi letterari. L’ultimo riconoscimento in ordine di tempo è tutto italiano: il "Grinzane Cavour 2008" al miglior giovane autore esordiente, consegnato alla Miano il 16 giugno scorso. Léonora Miano è nata a Duala, in
Camerun. Un Paese che soffre, come molti altri Stati africani, per non avere governi democratici. «Il "regime" del Camerun è molto autoritario. Il minimo "moto popolare" viene represso con la violenza. Il Paese, in realtà, non è governato: non c’è un progetto, né la minima capacità di pensare al futuro, al vertice dello Stato. Per tutti i camerunesi di buona volontà – e sono molti – la situazione è difficile».

L’Africa è un continente oppresso da parecchie dittature, dal Ciad al Sudan, dal Gabon all’Eritrea, fino al caso più noto dello Zimbabwe. Come "traghettare" questi Paesi verso forme di governo democratiche?

«Nessuna dittatura africana raggiunge i livelli della Corea del Nord o dell’Uzbekistan, Paesi nei quali si ignora quello che stanno vivendo le popolazioni. Gli africani non hanno l’esclusiva della dittatura. Perfino la Cina, di cui si parla molto, è ben lungi dall’essere una democrazia.
C’è anche da dire che i Paesi africani, nella loro forma attuale, sono nazioni molto giovani.
Hanno appena 40 anni. Non ci si può aspettare che dopo 40 anni abbiano già compiuto il cammino che ha richiesto secoli all’Occidente. Ci vuole tempo perché emerga una società civile istruita, e una classe media sufficientemente presente per dare un esito positivo alle battaglie democratiche in Africa».

È in corso il vertice dell’"Unione Africana" a Sharm el-Sheik. Quale futuro per l’Africa dall’incontro di questi Capi di Stato?

«Nessuno. L’"Unione Africana" è essenzialmente un "sindacato" di dittatori che si fanno piccoli favori reciproci, per garantirsi la conservazione del potere. Queste persone non lavorano per il continente, ma per il proprio benessere. I capi di Stato dei Paesi "francofoni", in particolare, sono persone che hanno vissuto la colonizzazione e che non erano favorevoli all’indipendenza del loro Paese. Non ci si può aspettare niente da loro. Ma dobbiamo sbarazzarcene».

La violenza in Africa. A farne le spese sono soprattutto le donne, giovani e meno giovani. E i bambini imparano spesso fin da piccoli a esercitarla sui loro simili e continuano a farlo da adulti...

«In tutte le società violente i primi bersagli sono i più deboli. E in tutte le società, che si tratti, per esempio, del Brasile o della Colombia, dove si trovano dei "sicari" di 12 anni, è soprattutto la povertà che fa prosperare la violenza. È facile spingere al crimine chi si trova in condizioni di estrema miseria. L’umanità è la stessa ovunque e gli africani non sono culturalmente più violenti degli americani, che tengono molto al diritto di possedere delle armi e che insegnano a usarle ai propri figli.
Credo che nessuno abbia delle lezioni di virtù da darci. Quello che manca al nostro Paese sono i "baluardi" che le società europee hanno eretto lungo i secoli».

C’è un’Africa di cui si parla poco ed è quella delle persone di buona volontà, che vogliono dare l’Africa agli africani affinché cresca davvero e non perché venga "barattata" in cambio di armi e di potere. Da quali persone è fatta questa Africa?

«Sfortunatamente quest’Africa è composta da persone comuni che lottano nel quotidiano. Una delle crisi maggiori nel continente africano è quella che riguarda la "leadership", che non porta avanti gli sforzi delle popolazioni».

Nel suo romanzo d’esordio, «Notte dentro», lei parla della forza e della debolezza di essere e di sentirsi africani. Come un africano può rendere giustizia alla propria terra anche se vive lontano da lì?

«Nei miei romanzi non si scappa dall’Africa. La si lascia, come fa il personaggio di Ayané che va a studiare in Europa, ma si torna a lei.
Essere africani, sul continente, significa ragionare in funzione di un "paradigma" africano conciliabile con la modernità. Il dovere della "diaspora", invece, è partecipare, con tutti i mezzi a disposizione, alla ricostruzione di una stima di sé che negli africani è deteriorata.
Finché non verrà ripristinata l’essenza più profonda degli africani, tutto quello che potranno fare in ambito politico o economico resterà senza effetto».