IL CASO

Candido Cannavò narra i suoi sacerdoti «da marciapiede»:
«Cercavo delle persone, ho scoperto un "esercito" in missione perenne».

RITAGLI    Preti di strada    MISSIONE AMICIZIA

Da monsignor Bregantini a don Ciotti, da padre Bossi a don Benzi:
ritratto di «una Chiesa capace di conquistare l’uomo».

Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 6/3/’08)

Non preti, "pretacci". Un falso "dispregiativo" fa da titolo al nuovo libro di Candido Cannavò, edito da "Rizzoli" e da oggi in libreria (pagine 250, euro 18,00):  "pretacci", scritto in minuscolo. La copertina simula la pelle lisa di un vecchio "breviario", consumato sulle strade della vita in compagnia degli "scarti" umani, sottotitolo "storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapiede". Sono le interviste a ventun "preti da combattimento", come li chiama Gian Antonio Stella nella prefazione, "uomini dalle scarpe sporche", ruvidi, estremi, spesso intrattabili, che il noto giornalista sportivo – alla soglia dei 78 anni ci si può "reinventare" una seconda vita – gambe in spalla, è andato a cercare per tutta Italia. «Ho avvertito lungo il cammino il fascino del "marciapiede" – scrive – e ho pensato che là, fuori dal "Tempio", avrei incontrato una Chiesa ancora capace di conquistare l’uomo. Cercavo delle persone, e ho scoperto un "esercito" in missione perenne tra i dolori e le ingiustizie del mondo, ma pieno di gioia, sorridente, entusiasta... Ecco i miei amati "pretacci": semplici "don" o umili "graduati", con un crocifisso attaccato alla maglietta dal quale non si separano mai». Venti preti e un vescovo, tutti accomunati dalla stessa fatale attrazione per la povertà, tutti per vie diverse scaturiti dall’esempio di don Milani, tutti ugualmente convinti – per dirla con don Melesi, cappellano del carcere di "San Vittore" – che «sul Calvario di Cristo c’erano anche delinquenti, bestemmiatori, ubriachi» e che «l’amore cristiano non è "platonico"». Non chiedono documenti né "attestati" di fede: quando qualcuno bussa semplicemente accolgono.
«Decisi di celebrare la Messa nel corridoio vuoto, a celle chiuse – dice don Melesi, ricordando gli anni delle "Brigate Rosse" a "San Vittore", "refrattarie" a lui e a Dio – . Non accadde nulla, silenzio totale». La domenica successiva stesso esperimento: «A un tratto si aprì uno "spioncino". Uno soltanto. E io vi infilai una mano. Un "brigatista" sconosciuto me la strinse». Il viaggio di Cannavò lo porta poi da don Rigoldi, da decenni al "Beccaria", il carcere milanese dei ragazzini, che ha un suo "decalogo": «L’impossibile non esiste, le porte non devono mai essere chiuse in faccia a nessuno, i problemi fanno parte della vita, l’accoglienza è un dovere, la solidarietà un piacere». E una convinzione: «In ogni uomo c’è una parte buona: cercala». Il comandamento che fa di questi preti vere "macchine da guerra". Guerra "santa" per davvero.
La lunga esperienza del Cannavò giornalista è "mitigata" dalla sua intatta capacità di stupirsi, così nulla è dato per scontato e l’entusiasmo del "neofita" (ha calcato tutti gli stadi del mondo ma poche sacrestie) contagia il lettore: «Qui comincia una delle più grandi storie italiane del nostro tempo», annuncia dalla stanza di
don Oreste Benzi, incontrato poco prima che morisse. Lo ha seguito nelle notti riminesi tra "schiave" prostitute e "transessuali", mentre armato di Vangelo sfida disprezzo e derisione chiedendo di pregare con loro. Intasca il rifiuto e offre il suo numero di telefono, non si sa mai, magari un ripensamento... «Ha salvato più di cinquemila donne della strada dando loro accoglienza, documenti, speranza e soprattutto dignità».
È la punta dell’"iceberg", quella che Cannavò scopre nel suo viaggio tra i "pretacci" d’Italia, un "esercito" effettivo di oltre cinquantamila sacerdoti che tutti i giorni, senza far parlare di sé, fanno dell’accoglienza il proprio mestiere. In tonaca o jeans, storie di concretezza, "refrattarie" a prediche e buoni consigli: «Se non avessi in tasca il biglietto ferroviario "Milano-Rimini" mi chiederei in quale zona del mondo sono mai sbarcato. O forse in quale pianeta», appunta dopo aver salutato don Benzi, «prete "antico" che ha lasciato odore di "santità" sulle strade della notte».
È la Chiesa di cui non si parla, quella che non "luccica" e non fa notizia, occupata com’è a lavorare sodo. Quella di
padre Giancarlo Bossi, sconosciuto al mondo fino a quando un "manipolo" di guerriglieri non l’ha rapito nelle Filippine, la scorsa estate. Quella di don Dante, «avvolto in una barba bianchissima, un bastone in mano e un crocifisso di legno sul petto», trentino, il prete dei "barboni", "barbone" lui stesso, alla cui mensa «c’è un pasto sicuro e abbondante per centocinquanta persone ogni giorno». Quella di padre Golesano, al "Brancaccio" di Palermo, successore di don Puglisi, nemico della mafia e ammazzato «da un "sicario" cui regalò il suo ultimo sorriso». Un trenino a nafta porta l’autore nella Locride di Bregantini, «"vescovo-soldato" che affronta il male e si sporca le vesti».
Per sottrarre i giovani alla mafia non usa parole, crea posti di lavoro e aziende agricole: «Il "mostro" ha dovuto "ripiegare", sconfitto da lamponi, mirtilli, more e ribes, dallo sdegno del vescovo e dal "no" della gente, primi segni di una coscienza civile». Nelle «miniere della vita» affonda le mani un don Ciotti, e la sua "Libera" è diventata «un’accademia nazionale della legalità».
Don Di Noto, nella sicula Avola, combatte la "pedofilia" con l’informatica: «Ho portato il Vangelo su un fronte incontrollabile della vita.
L’ho infilato in questo "strumento" prodigioso e infernale che si chiama "computer". Ecco il mio "marciapiede"». "Pretacci" di frontiera, estremi, a volte anche "estremisti", discussi e discutibili. Certo non pochi: «Non facciamo nulla di nuovo – dice padre Zanotelli dal "Rione Sanità", Napoli – . La storia è piena di preti».