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«Vocazioni diverse, una sola missione»

Vita consacrata: la sfida della "formazione",
il ruolo della famiglia e della cultura di oggi, le identità sessuali
Intervista a madre Viviana Ballarin, nuova Presidente dell’"Usmi".

Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 14/4/’08)

Il "piglio" del "manager" più la spiritualità della vita consacrata: ha da poco assunto la carica di Presidente dell’"Usmi", madre Viviana Ballarin, che per i prossimi cinque anni rappresenterà le "madri superiore" delle varie Congregazioni d’Italia. Un compito le cui responsabilità certo non le sfuggono: «Essendo già "superiora generale" della mia Congregazione, le "Domenicane" di Santa Caterina da Siena, prima di accettare ho riflettuto se ne avevo le forze e le capacità. Poi ho accolto con gioia l’impegno di dare il meglio di me, ed eccomi qua». La incontriamo al suo rientro dal Convegno delle "juniores", 210 giovanissime suore, le "forze fresche" dell’esercito di Dio, la migliore risposta se le si chiede qual è oggi lo stato di salute delle vocazioni femminili: «Di 210 ragazze, ben una quarantina sono italiane, e sono giovani felici, desiderose di essere una presenza significativa di unità e incontro in un mondo che è diviso».

Oggi la società va in direzione opposta alla scelta di queste giovani. Occorre essere più "coraggiose" che in passato?

Come ogni vocazione, anche quella alla vita consacrata è un "dono" di Dio, e in quanto tale un "dono" può raggiungere chiunque, in qualunque situazione. Il fatto è riuscire a sentire questa "voce". La vita oggi certo non favorisce questo ascolto perché offre tante "sollecitazioni", proposte di piacere, successo, avventura, anche a basso costo. D’altra parte però la nostra società è piena di "contraddizioni", perché non propone sicurezze, nell’affettività come nel lavoro si è tutti "precari"... Insomma, oggi il mondo non spinge in direzione di una "consacrazione", ma essendo la vocazione un "mistero", vedo che chiama ancora e che molte giovani hanno il coraggio di guardarsi dentro e dire "sì".

In ogni ambito della vita c’è una "peculiarità" che differenzia l’apporto femminile da quello maschile. Nella vocazione religiosa qual è?

La nostra "peculiarità" di suore è proprio la "femminilità". Sintetizzo così: la donna consacrata esprime nel nostro tempo la parte "femminile" di Dio, rende visibile l’amore di Dio con volto e con mani di madre. Perché la donna ha una caratteristica importante che è l’operosità: ama, ma ama in maniera "operosa". In un mondo in cui non si capisce più l’identità di uomo e di donna, la suora deve avere il coraggio di essere ancora se stessa, con la sua chiara identità.

Quest’anno la preghiera del Papa per la "Giornata delle vocazioni" sarà rivolta in particolare alla scelta "missionaria". Che cosa la differenzia dalle altre?

Ogni vocazione cristiana è essenzialmente "missionaria", non esiste una vita religiosa che non lo sia. Altra cosa, poi, è distinguere tra "missionarietà" e "attività missionaria", che è solo una delle modalità: la suora di clausura, la mamma che sta in famiglia, l’autista che guida il bus e la suora che parte per l’India vivono la stessa vocazione "missionaria" con modalità diverse, ciascuno secondo quella cui è chiamato. Essere "missionario" in realtà è rendere presente Gesù là dove tu sei: in Africa come in una scuola qui in Italia o accanto a un letto di malattia.

In un lontano passato, oltre alla fede anche la "povertà" della famiglia giocava un ruolo nell’entrata in monastero. Oggi le giovani sono molto diverse...

Culturalmente hanno raggiunto un certo livello, di solito sono laureate, ma c’è una "fragilità" nell’esperienza di fede che va colmata. Per questo in Italia la vita religiosa si è attivata da tempo sulla "formazione", anche grazie all’"Usmi", proprio per qualificare le vocazioni a livello umano, cristiano e di "carisma". Ormai la "formazione" delle giovani è la vera priorità nelle Congregazioni.

Più cultura eppure più "fragilità" di fede? Una forte "contraddizione"...

Il fatto è che oggi l’ambiente familiare è uno spazio "formativo" debole. Accade che la giovane incontri il suo cammino di "conversione" fuori dalla famiglia, e arrivi alla vocazione "nonostante" la famiglia. Ma tante volte questo cammino non è sufficiente per una "solidità", perché le "radici", il "nutrimento" si trovano nei genitori: sono loro i veri "trasmettitori" della fede.

Si parla da tempo di "crisi" delle vocazioni, con l’eccezione forse della clausura, come se oggi le giovani fossero in cerca delle scelte più "radicali". Le risulta?

Quando si parla di "statistiche" confesso che ho un rifiuto, perché si fa un’analisi vocazionale partendo da una prospettiva di "efficienza" e di "potere"... È vero, se facciamo calcoli "numerici" vedremo che nei vari periodi le quantità ora calano, ora crescono, ma questo è normale. Quello che invece ci deve "preoccupare", ed occupare, è coltivare l’autenticità della vita religiosa, la "verità" delle nostre vocazioni. Ora, per risponderle, il "fenomeno" clausura è difficilmente calcolabile: alcuni monasteri, come le "Trappiste" di Vitorchiano, sono molto cresciuti, altri sono "morti". La verità è che le giovani vanno là dove avvertono che possono vivere un’autentica vocazione. In generale, poi, in Italia il numero delle religiose è diminuito rispetto al "dopoguerra", si sta verificando il fenomeno del "piccolo gregge": quando Gesù chiamò i discepoli erano dodici, ma hanno raggiunto gli estremi confini della terra. La vera questione è la "qualità", come dice Caterina da Siena, «se sarete quello che dovete essere metterete "fuoco" in tutta Italia».