Trentacinque anni fa, la prima struttura di accoglienza

RITAGLI    La "profezia" di don Oreste:    DON ORESTE BENZI
un amore formato famiglia

DON ORESTE BENZI.

Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 6/7/’08)

Con la faccia e la tonaca da buon prete di campagna, don Benzi è stato forse il più moderno e rivoluzionario operatore di quello che oggi chiamiamo "welfare". Lui lo chiamava "buon senso". E lo attingeva dall’unica fonte che ha dato energia a ogni sua azione: il "Vangelo". Qui trovava quel grande comando – "ama il prossimo tuo" – per il quale spalancava braccia e sorriso a chiunque si rivolgesse a lui, chiamandolo sempre con quei due termini ormai tanto suoi: "fratellino", "sorellina". Così si rivolgeva a prostitute, drogati, "malfattori", ma anche a malati, "barboni", anziani, persone sole. O invece a chi bussava alla sua porta per seguirlo e dedicarsi agli ultimi: «Benvenuto, fratellino».
Indistintamente, a tutti. Perché, diceva, se il Signore è "Padre nostro", noi siamo tutti una "famiglia".
Ed eccola, allora, la più grande intuizione di don Oreste, questa «macchina da guerra» messa in campo dalla "Provvidenza" per raggiungere le frange più desolate di un’umanità che non trova speranza: la famiglia. Per chi non l’aveva, se la inventava. Era il 3 luglio del 1973, la bellezza di 35 anni fa, quando don Benzi aprì la prima "casa-famiglia", fondando nel contempo un modello innovativo e un "neologismo": il suo "buon senso" evangelico gli suggeriva che solo in una famiglia tradizionale, o in un’accoglienza che sapesse riprodurne le caratteristiche, i fratelli più sventurati avrebbero trovato riscatto, rifugio, possibilità reale di crescita, affetti, equilibrio. Oggi, 35 anni dopo, sociologi e psicologi lo "teorizzano", mentre il legislatore ha stabilito la chiusura dei grandi istituti e la loro "riconversione" in piccole strutture sul modello familiare. Don Benzi non "teorizzava", non ne aveva bisogno e neppure il tempo. Quel 3 luglio del ’73, ricevuta in dono una cascina in Val Conca, nell’entroterra della sua
Rimini, ci portò tre disabili e una «mamma».
Lo stesso farà poi centinaia di altre volte, prima in Italia poi in tutto il mondo: nelle famiglie che già avevano due o tre figli trovava il posto per un quarto e magari un quinto.
Dove mancava un nonno, chiedeva ricovero per un anziano solo. A una ragazza strappata dalla strada, regalava l’affetto di una madre e di un padre da cui ricominciare. E nel vuoto di ideali e di affetti che induce a iniettarsi "dosi" illusorie di vita versava "overdosi" di amore, cioè l’esperienza di un genitore, di nuovi fratelli, di una casa dove ricevere aiuto, non giudizi.
Amava, don Benzi, amava tutti inguaribilmente, non sapeva vivere che in questa maniera, ma aveva un debole per quelli che nessuno vuole, i «peggiori», i «gravi», gli «scarti», i «senza speranza». C’erano tutti al suo funerale lo scorso novembre a Rimini, al "Palazzo dello Sport" perché il Duomo non bastava a contenerli: sui volti le cicatrici di antiche sconfitte, negli occhi l’emozione di recenti vittorie.
Ex prostitute, ex ladri, ex "tossici", ex "sbandati". Presenti a migliaia con le loro «famiglie». Non è stato un funerale ma una lunga festa, mentre fratelli e sorelle a turno salivano sull’altare per raccontare, senza vergogna, le loro risalite dall’inferno. E lì capivi che «buoni e cattivi» non esistono, basta passare da un fronte all’altro: una per tutti, Anna, oggi «mamma» di quattro ex prostitute, a sua volta raccolta da don Benzi sulla strada e strappata alla droga.
Dare una famiglia a chi non ce l’ha: è stata la sua lucida "follia" nei tempi in cui a qualcuno sembrava più che altro un prete "bizzarro". Oggi è il modello vincente che istituzioni ed enti si "arrabattano" a imitare, magari pensando sia una bella "novità" che vale la pena sperimentare.