MISSIONE SPERANZA

TESTIMONI DI OGGI

Dalla sorpresa dei genitori di fronte alla sua vocazione,
alla «paura» di non potere più tornare nella sua Africa:
il percorso umano e cristiano della suora martire della Consolata.

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In un libro, la storia della religiosa uccisa in Somalia l'anno scorso.

SR. LEONELLA SGORBATI (1940-2006), Missionaria in Somalia.

Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 15/8/’07)

Il sangue di suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata uccisa a Mogadiscio a colpi di arma da fuoco il 17 settembre dell'anno scorso, ha bagnato la stessa terra di Somalia su cui era già stato versato quello di monsignor Salvatore Colombo, eliminato con un colpo al cuore nel cortile della cattedrale, di Graziella Fumagalli, medico al servizio della "Caritas Italiana", di Annalena Tonelli, missionaria laica che guariva folle di tubercolotici. Tutti assassinati come martiri, nel senso più vero di un termine che significa innanzitutto "testimoni": anche suor Leonella, al secolo Rosa Maria, nata nel 1940 a Rezzanello, nel Piacentino, aveva fatto della sua vita una storia di testimonianza, spesa per oltre un trentennio in quell'Africa che ormai sentiva la sua terra e in cui ha voluto essere sepolta. Aveva 16 anni quando comunicò a sua madre l'intenzione di servire Dio e gli uomini come missionaria, «ne riparleremo quando ne avrai 20» si sentì rispondere, e imperturbabile, quattro anni dopo, si presentò all'appuntamento: «Ho 20 anni e non ho cambiato idea», le disse.
Seguirono intensi studi in Inghilterra e in Africa per diventare infermiera e specializzarsi nell'arte medica. Per farlo, scelse di entrare tra le "Missionarie della Consolata", fondate dal beato Giuseppe Allamano, che non a caso aveva lasciato scritte queste parole: «Noi missionari siamo votati a dare la vita per l'umanità. Dovremmo servire la missione anche a costo della vita, contenti di morire sulla breccia». Parole che suor Leonella prese alla lettera, senza eroismi, con serena consapevolezza.
Impariamo a conoscerla così, di giorno in giorno, attraverso i fatti concreti e i suoi scritti, ma anche i tanti racconti di chi lavorò al suo fianco, tutti riportati in un libro di Eugenio Fornasari, il cui titolo riassume le due coordinate dell'universo missionario della religiosa: «Sacrificio e Perdono» (edizioni "Agami"). In quelle pagine incontriamo un'infanzia segnata dalla morte prematura dell'amato padre, i ricordi di amici e parenti, i primi passi di una vocazione sempre sicura: «L'unica sua paura era quella che la congregazione la richiamasse in Italia», dice il cugino Giuseppe. E l'anziano parroco di Rezzanello, don Francesco Bonzanini, spiega: «Preferiva rinunciare alle vacanze in Italia per il timore che non la lasciassero più ripartire».
Eppure, donna concreta e pragmatica, conoscitrice del mondo e dei suoi abissi, era del tutto conscia dei pericoli cui andava quotidianamente incontro, come si desume dalle righe più intime, quelle scritte alle amiche o consorelle in Italia, mentre faceva «la pendolare» tra Kenya e Somalia: «Noi suore andiamo all'ospedale "S.O.S." di fronte al villaggio scortate da ben due guardie - racconta all'amica Maria esattamente il 16 settembre del 2005, un anno prima del suo assassinio - . Questo ti dice qualcosa circa la situazione... Qualche anno fa una nostra suora è stata rapita ma poi rilasciata dopo alcuni giorni perché le donne, saputo il luogo dove la tenevano, hanno circondato la casa e mantenuto l'assedio per giorni e notti...». Lo avrebbero fatto di certo anche per lei, e non solo le donne: le suore della Consolata erano venerate dalla popolazione somala, come dimostrano i documenti riportati con dovizia di particolari dall'autore del libro, "classe 1915", conterraneo della religiosa, sacerdote paolino, giornalista, scrittore con 41 titoli al suo attivo, biografo convinto che nei santi esista quella sinergia unica e irripetibile tra la volontà e la grazia. Lo avrebbero fatto anche per lei - dicevamo - ma non ne hanno avuto il tempo: suor Leonella non è stata rapita, le hanno sparato sette colpi di pistola, uno dei quali le ha lacerato il cuore. È morta dissanguata insieme a quello che padre Fornasari chiama il suo "angelo custode", il musulmano Mohamed Mahamud, guardia del corpo, che si gettò tra lei e gli spari perdendo la vita e lasciando quattro orfani.
Difficile ammettere che quella di suor Leonella Sgorbati alla fine è una storia "bella", eppure è così: sarà la serenità, persino l'umorismo con cui andava incontro alla vita, sarà il bene profondo in cui tutto ciò che la toccava si convertiva... fatto sta che ciò che resta, alla fine della lettura, non è il sapore amaro di un dramma ma quello consolante di una speranza che è sempre in agguato e ci attende dove meno ci si aspetta. «Suor Leonella e Mohamed lasciano un messaggio - ricorda l'autore - : cristiani e musulmani che cercano di condividere la vita devono mettere in conto la possibilità di unire il proprio sangue nel martirio».
Alla sua morte Papa Benedetto XVI usò la parola «sacrificio». I somali che la amavano parlarono di «un cielo senza più stelle». Chiamava «sogni» le sue due creature, l'unico ospedale pediatrico di tutta la Somalia e la scuola per infermieri professionali riconosciuta dall'"Oms", che ha già creato il primo gruppo di giovani diplomati. Ma il suo obiettivo più grande era spendersi per gli altri: «Non abbiamo che una vita da donare - ripeteva - , doniamola senza esitare: chi dà la sua vita la ritroverà. Dopo la nostra morte solo l'amore sopravviverà». Nel suo ospedale i bambini di Somalia continuano a nascere.