TESTIMONIANZE

RITAGLI    Dal Mato Grosso al Congo:    DOCUMENTI
le tragedie senza voce

Dal nostro inviato ad Assisi, Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 9/10/’07)

Non c’è pace senza giustizia. E allora come si fa a marciare compatti sotto la "bandiera arcobaleno" se si rinuncia a parlare di Clorinda Ferreira, bambina "guaranì" morta suicida appesa a un albero per porre fine al suo calvario? Di che pace si chiacchiera se si fa finta di non sapere delle dittature che "imbrattano" il mondo? Non è una guerra quella che nega ai popoli poveri della Terra l’accesso alle cure e condanna a morte milioni di persone l’anno?
«Non c’è pace senza giustizia »: con le parole di
Papa Wojtyla si è aperto sabato pomeriggio ad Assisi l’incontro pubblico voluto dall’"Aifo" ("Associazione italiana Amici di Follereau") nel segno della "XVII Marcia", dedicata quest’anno non solo alla pace ma a «tutti i diritti umani, per tutti». Un convegno di riflessione «perché la pace non sia una parola vuota e un impegno astratto, ma la capacità di ribaltare un mondo troppo ingiusto», ha detto Francesco Colizzi, presidente dell’"Aifo", l’associazione che in 44 anni di attività ha contribuito alla cura di un milione di malati di lebbra. «Finché ci sarà sulla terra una carestia rimediabile, o una prigione ingiusta, né tu né io avremo il diritto di tacere e di riposarci », ha detto con le parole di Raoul Follereau, rivolto a un pubblico di molti giovani che il giorno dopo avrebbero marciato da Perugia ad Assisi.
Ecco allora che la storia di Clorinda, piccola guaranì del
Mato Grosso, diventa l’emblema di tutte le ingiustizie: «I guaranì stanno morendo - denuncia la sociologa Alba Monti, presentando la campagna dell’"Aifo" per il 2008 - . Relegati nelle riserve dai latifondisti della soia, hanno perso la loro identità e il diritto di fare ciò che la loro fede prescrive. Ma quando un popolo perde se stesso non gli resta che morire». Migliaia di "indios" vivono segregati in 3mila ettari, contro i 50mila di Olacy de Moraes, il "re della soia". I guaranì, popolo nomade, credono che camminando per tutta la vita si diventa sempre più leggeri, fino a levitare e raggiungere infine la "Terra senza mali", il paradiso: vivere rinchiusi significa perdere l’aldilà. «Ridotti a schiavi - racconta - si suicidano in massa: gli adulti bevono gli "anticrittogamici", i bambini si impiccano a centinaia». La foto di Clorinda ammutolisce tutti: ha indosso il vestito della festa e la borsa a tracolla. «Si appendono ai rami bassi per non perdere il contatto con la terra, quella che gli hanno tolto. La borsa è per il grande viaggio: la morte per loro non è dramma, è la porta che conduce alla "Terra senza male"». Nel 1980, a Manaus, Marcal Tupa pianse per tutti, abbracciato a Giovanni Paolo II.
Chiara Castellani, medico, dal 1991 opera in Congo. Ai giovani in sala "travasa" il suo sogno «che non è utopia, è realizzazione», come le hanno insegnato i suoi poveri. «Ci ho messo 16 anni ma ce l’ho fatta a illuminare la notte di Kimbau», racconta. E non è una metafora: Kimbau nelle carte geografiche dell’Africa non è segnata, come non esistono i 130mila abitanti della zona, troppo poveri per avere un volto, «ma dopo tanti anni abbiamo avuto l’energia elettrica e l’acqua dai rubinetti», annuncia, parlando di un «diritto nostro, scavato con le nostre mani, non è acqua piovuta dal cielo». Sa di miracolo quella lampadina che giorni fa, girando un interruttore, si è accesa. Sanno di miracolo anche le centinaia di giovani e vecchi che si iscrivono alla sua scuola per infermieri di Kimbau. Tra loro c’è anche papà Maunda, i capelli bianchi, paralizzato da una malattia guaribilissima se hai i pochi centesimi necessari per curarla in tempo... Siede su una sedia a rotelle fatta da una bici smontata, così da poter pedalare con le mani. E ce l’ha fatta a diventare infermiere.
Nel 1998 in uno dei tanti massacri che insanguinano il Congo «mi hanno ammazzato il dottor Richard Munianganzo - racconta la Castellani - , eppure lui oggi è il mio braccio destro...». Quel braccio che lei ha perso nel 1992, disintegrato. L’immagine che proietta la ritrae mentre opera, un taglio cesareo: «Come potrei farlo - dice mostrando la rigida protesi - se non avessi lui accanto?». Prima di ogni operazione la preghiera, «più importante e precisa del bisturi».
E poi le donne. «L’equazione dimostrata è che quanto più una società tutela le sue donne tanto più l’intera popolazione sta bene», dice Francesco Giorgino, presidente dell’"Associazione ginecologi extraospedalieri". Ma i dati sono sconcertanti: «Le donne costituiscono il 70% dei poveri al mondo, i due terzi del lavoro svolto ma un decimo dei salari percepiti, il 65% degli analfabeti e l’1% dei proprietari di terre. Dov’è allora la pace?».
Andrew Dube viene da Cape Town per provare a spiegare cosa significhi essere disabile in Africa: discriminato tra i discriminati. «Ma oggi lavoro alla sensibilizzazione dei governi a nome dell’Onu... Il mondo cambierà». Nessuno spazio alla rinuncia. L’indomani ci sarà anche lui alla lunga marcia di Assisi, sulla sedia a rotelle.