I FUNERALI DI DON BENZI
Il grazie di chi ha aiutato: «Ci ha fatto riscoprire la nostra umanità».
I suoi ultimi schierati in prima filaDisabili,
zingari, senza fissa dimora, prostitute e volontari:
nessuno ha voluto mancare all’ultimo saluto al fondatore della «Giovanni
XXIII».
Una ragazza: «Portava la fede ovunque, nessun luogo era inadatto a lui».
Molti i bimbi salvati dall’aborto, e i figli di coppie rimaste affascinate
dal carisma di questo sacerdote dal sorriso contagioso.
L’ultimo canto della celebrazione, una melodia in lingua "gitana".
Dal nostro
inviato a Rimini, Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 6/11/’07)
Sono tutte schierate nelle prime
file le autorità, e occupano i posti importanti, quelli d’onore. Sono
disabili, zingari, barboni, prostitute, volontari. Santi e peccatori. Hanno i
volti segnati dalla vita nonostante spesso siano giovani, hanno provato la
droga, la solitudine, la malattia, il reato, hanno conosciuto la strada e i suoi
abissi. Don
Benzi li ha strappati
a un destino che sembrava segnato e oggi sono loro le autorità. Dietro, molto
dietro, siedono politici e militari, le fasce tricolori di traverso. Davanti a
tutti, per terra, la bara in legno chiaro del «sacerdote Oreste», il Vangelo
aperto sopra...
Era difficile «contenere» don Oreste in vita. Impossibile contenerlo in morte:
troppo piccolo il Duomo di Rimini per il suo popolo, funerali trasferiti al
"Palacongressi", il luogo di concerti, fiere, "meeting".
Ieri, per l’ultimo saluto, era affollato fin sulle gradinate. «Nessun luogo
è poco adatto a don Oreste, un prete che portava la fede nei posti più
impensabili – bisbiglia una ragazza – . Sabato scorso era andato in
discoteca per incontrare 350 giovani. Ricordo ancora la sua ultima battuta:
"Signore, quando verrò su da te dovrai farmi uno sconto, perché se non c’ero
io quando mai te lo prendevi un applauso alle 3 di notte in una
discoteca?"...». Già, impossibile contenerlo, «con quel mazzo di
cellulari che portava sempre appresso perché non si sa mai che qualcuno decida
improvvisamente di cambiare vita. Diceva sempre che il coraggio di farlo può
durare un istante e non si sarebbe mai perdonato se in quell’attimo fuggente
non si fosse trovato al posto giusto», racconta un uomo di colore, che in
questa giornata non vede l’ora di dire con orgoglio «sono anch’io della
"Comunità"». E non gli importa se questo significa che il suo è un passato
difficile.
Ecco, ciò che colpisce in questa maestosa assemblea di umanità così diverse
è il nessun imbarazzo con cui ognuno è apertamente se stesso. «Sono stata
sulla strada – dichiara dall’altare una giovane con accento sudamericano –
. Ti prego, sensibilizza i politici e la nostra società, tu che hai gridato il
tuo "no" alle vetrine del sesso di Amsterdam...».
Nessuna remora, nessun pudore, perché quello è il passato. «Il presente è la
gioia dirompente che tu ci hai insegnato a vedere anche negli inferni in cui
venivi a prenderci», continua un altro giovane «difficile». Sono tantissimi
i disabili, adulti e bambini. Il più piccolo, 3 anni appena, corre avanti e
indietro tra le panche nella platea spingendo con le gambette la sedia a rotelle
che gli regge il busto. È vispo e si diverte, su una carrozzella che pare
uscita da una giostra, le ruote verdi dipinte a fiori e farfalle. I giovani sono
una marea, molti anche i neonati nei cesti e nei passeggini. Dietro un paravento
due genitori cambiano il loro piccolo, mentre un papà seduto a terra addormenta
Mattia, di 7 mesi. «Molti sono quelli salvati dall’aborto. Don Oreste ne ha
fatti nascere qualche centinaio che altrimenti oggi non sarebbero al mondo»,
spiega Anna, una volontaria. Ma altri sono semplicemente gli ultimi arrivati
nella grande "Comunità" di don Benzi, quella che tutti familiarmente
chiamano «la Giovanni
XXIII» e che raccoglie
tante coppie di sposi rimaste impigliate nel carisma del sacerdote romagnolo e
del suo eterno sorriso. Una di queste regge tra le mani un libricino, «Il Pane
Quotidiano», la raccolta di commenti alle "Letture" scritti da don
Benzi, la stessa che per il 2 novembre, giorno dei "Morti", comprende
l’ormai ben nota «profezia» autobiografica: «Quando chiuderò gli occhi a
questa terra la gente che sarà vicino dirà: è morto...». Sul 5 novembre, il
suo ultimo giorno tra noi, trovano un’altra «profezia»: «Invita alle tue
feste non i ricchi e i potenti, ma i ciechi e gli storpi, coloro che non hanno
nulla da contraccambiare...». «La vede questa gente? Sono questi gli ospiti d’onore
alla sua festa, chi dal mondo è messo ai margini. Don Oreste sovvertiva, tutto
è capovolgimento…». Nicolai Francesco ha un mese di vita, è il più piccolo
qua dentro, e dorme per tutta la Messa in braccio al papà Mirko. La mamma,
Irina, è russa. Anche loro hanno i volti segnati, difficile capire da che. «Da
4 anni viviamo nella "Comunità"», spiegano volentieri. «Ora però va meglio e
torneremo in Russia. Mirko ha la leucemia, siamo venuti in Italia per le cure,
don Oreste ci ha salvati». Poco distante, sopra una pedana, una ragazza traduce
in gesti ogni parola della Messa, persino i canti: davanti a lei il gruppo dei
sordomuti. Tutti hanno un loro posto qui, nessuno è «minore». Alla fine il
coro si scioglie nella più struggente delle melodie, il testo è
incomprensibile ai più: «Me selami cerav Tuce Maria...». «Questi siamo noi -
dice con fierezza una zingara di mezza età, gonna lunga e treccia nera - , è
una preghiera "tzigana", è la nostra lingua».
È un viaggio nell’umanità, questo funerale, tutta e senza eccezioni. Forse
è una delle sue feste più belle e incredibilmente ci si sente felici. Solo
alla fine, quando la bara è uscita tra uno scroscio di applausi, si resta un po’
lì, confusi, soli: il padrone di casa se n’è andato ma lasciando gli ospiti
nelle sue stanze, perché continuino loro a "mescere" il suo vino migliore.