Il "giuramento" di Ippocrate e le vicende di una professione

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perché rispettiamo la vita

Carlo Bellieni
("Avvenire", 27/2/’08)

È interessante parlare con Robert De Jong, neurochirurgo olandese, come mi è accaduto di fare ieri al termine della sua lezione all’assemblea della "Pontificia Accademia pro Vita" nella quale con "candore" ha smontato punto per punto il famigerato «Protocollo di Groningen» che teorizza e giustifica l’"eutanasia pediatrica".
De Jong aveva già pubblicato le sue critiche in un’importante rivista medica, spiegando – da esperto qual è – come non sia vero che i bambini con "spina bifida" avvertano dolori insopportabili, che siano destinati a un’esistenza senza prospettive, o che sperimentino una scarsa qualità della vita.
Tutto falso.
Eppure è a questi malati che il "Protocollo" primariamente si applica. De Jong non è cristiano: è semplicemente "realista". Dice: «Mi batto perché rispetto la vita. E la verità». E lui i bimbi con "spina bifida" li conosce bene, perché li cura. Ciò in cui crede lo specialista olandese è proprio quello che ognuno vorrebbe da noi medici. La gente si attende, ad esempio, che non ci facciamo prendere dall’idea "postmoderna" per la quale, se si profilano condizioni di salute non perfette, è lecito proporre un’"uscita d’emergenza" dalla vita; vuole che "profondiamo" uno sforzo continuo per essere accanto a ciascuno, per salvare vite, per trovare nuovi rimedi; non vuole l’accanimento: teme piuttosto l’abbandono.
Sembra invece che la "classe medica" si stia specializzando in discorsi vani su chi far vivere e chi lasciar morire, oppure sull’epoca in cui si può abortire. Come ricordava di recente il famoso pediatra
Avroy Fanaroff, si tratta di una visione "necrologica" delle problematiche "etiche". Lo diceva con riferimento alle riflessioni che di solito si fanno sull’etica in "neonatologia", nelle quali parlare di «decisione etica» equivale a intendere automaticamente «sospensione delle cure». Ma non è difficile cogliere il peso di una visione tanto ristretta dell’etica medica in tutti i dibattiti pubblici, dentro e fuori gli ambienti clinici.
Tutto questo alla gente non piace. Eppure sembra quasi essercisi "assuefatta", forse perché sui giornali viene fatto risuonare sempre lo "spauracchio" dell’"accanimento terapeutico" e si valorizzano poco gli sforzi di chi fa ricerca seriamente, delle famiglie che curano i malati "terminali", della professione infermieristica.
Ma un simile "riduzionismo" etico non piace neanche a noi medici, che vorremmo far bene il nostro dovere ed essere aiutati a curare. È un problema di portata tale che recentemente il «Journal of the American Medical Association» gli ha dedicato il proprio "editoriale" con un titolo eloquente: «Perché i medici sono infelici?». Di fronte a "deragliamenti" quali quelli cui abbiamo assistito nei giorni scorsi non si tratta di invocare obiettivi "utopistici" ma semplicemente di ricordarci dell’antico "giuramento" di Ippocrate, centrato sul dovere del medico di curare, sulla sua dignità e su quella del malato. Troppa "burocrazia" oggi ci impedisce di "riappropriarcene" dentro ospedali diventati più simili ad "aziende", con malati trasformati in "utenza" e medici divenuti "operatori sanitari". La professione rischia di soccombere nel confronto con "mansionari" e decreti, "budget" e orari. E finisce col parlare troppo di come morire, o come non far nascere.
Allora è forse giunto il momento perché noi medici reclamiamo che sui giornali si smetta di parlare solo di una medicina «restitutiva» (che vede cioè la mancata guarigione completa come un "fallimento") e che si riporti in evidenza quella «abilitativa», il cui scopo è dare al paziente – durante il percorso terapeutico e anche quando se ne vede l’incurabilità – la possibilità di essere se stesso, di non sentirsi ridotto da "persona" a "malattia". È una prospettiva "culturale" che ancora non si scorge. Ma è questo che vogliamo da chi guida le scelte dei medici in Italia.