Escono gli
"Atti" del "Convegno" dell’estate 2006 a Castel Gandolfo
su "Fede e Darwinismo":
pubblichiamo una riflessione inedita del Papa.
BENEDETTO
XVI
("Avvenire",
13/11/’07)
Nelle quattro relazioni che
abbiamo ascoltato, davanti a noi si apre un ampio spettro su cui potremmo
discutere molto a lungo, ma per cui purtroppo abbiamo poco tempo a disposizione.
Dopo la pausa possiamo ancora discutere alcune questioni. Penso che soprattutto
gli stessi relatori vogliano dirsi qualcosa l’uno con l’altro, l’uno per l’altro,
e l’uno contro l’altro, ma sempre in una contrapposizione produttiva che
mira a far sì che conosciamo la verità e ce ne assumiamo la responsabilità.
Dobbiamo pensare a quello che vogliamo fare con il tesoro delle quattro
relazioni. Anch’esse forse hanno un "telos". Ho l’impressione che
sia stata la provvidenza che ha indotto il cardinale
Schönborn a scrivere
una glossa sul "New York Times", a rendere di nuovo pubblico questo
tema e a indicare dove stiano le questioni: che non si tratta di decidersi né
per un "creazionismo", che si chiude sostanzialmente alla scienza, né
per una teoria dell’evoluzione che dissimula i propri vuoti o lacune e non
vuole vedere le questioni che travalicano le possibilità del metodo delle
scienze naturali. Si tratta piuttosto di questa "interazione" fra
diverse dimensioni della ragione, in cui si schiude anche la via alla fede.
Quando egli fra "ratio" e "fides" mette l’accento sulla
"scientia" o "philosophia", allora in fondo si tratta di
recuperare nuovamente una dimensione della ragione che avevamo perduta. Senza di
essa la fede verrebbe esiliata in un ghetto e così si perderebbe il suo
significato per la totalità della realtà e dell’essere umano.
Quello che ora dico, in effetti, è già in certo qual modo superato dalle nuove
relazioni, perché è derivato direttamente dall’ascolto della relazione del
professor Schuster, ma lo vorrei dire comunque. Il professor Schuster ha da un
lato indicato in modo sorprendente la logica della teoria dell’evoluzione che
si è andata sviluppando, arrivando a poco a poco a una grande coesione, e anche
le correzioni interne che nel contempo si sono trovate (soprattutto a Darwin);
dall’altro, ha anche molto chiaramente messo in risalto le questioni che
restano aperte.
Non è che adesso io voglia "stipare" il buon Dio in questi vuoti: egli è troppo
grande per trovare posto in quei vuoti. Ma a me pare importante sottolineare che
la teoria dell’evoluzione implica delle domande che devono essere assegnate
alla filosofia e che di per sé esulano dall’ambito proprio delle scienze
naturali.
A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione
in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché
non possiamo introdurre in laboratorio 10.000 generazioni. Ciò significa che ci
sono dei vuoti o lacune rilevanti di "verificabilità-falsificabilità"
sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce.
Come seconda cosa a me è parsa importante un’altra sua affermazione: la
probabilità non equivale a zero ma neppure a uno. Per cui si pone la domanda: a
quale altezza si situa la probabilità? Ciò è importante se vogliamo
interpretare correttamente la frase di Papa
Giovanni Paolo II:
«La teoria dell’evoluzione è più di un’ipotesi». Quando il Papa disse
questo, aveva i suoi buoni motivi. Ma nello stesso tempo è anche vero che la
teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa, scientificamente
verificabile.
Come terza cosa vorrei accennare ai salti di cui ha già parlato anche il
cardinale Schönborn. Non basta la somma di piccoli passi. Ci sono dei
«salti». La domanda sul loro significato va ulteriormente approfondita.
Come quarta cosa è interessante che i mutanti positivi siano solo pochi e che
il corridoio, in cui si poteva svolgere lo sviluppo, è stretto. Questo
corridoio è stato aperto e attraversato. Le scienze naturali stesse e la teoria
dell’evoluzione possono rispondere in modo sorprendente a molte cose, ma nei
quattro punti menzionati rimangono ancora aperte questioni rilevanti.
Prima che giunga alla mia conclusione, vorrei dire qualcosa, cui ha già
accennato anche il cardinale Schönborn: non solo alcuni testi
"scientifico-popolari", ma anche scientifici sull’evoluzione affermano di
frequente che la «natura» o l’«evoluzione» avrebbe fatto questo o quello.
Qui ci si domanda: chi è propriamente la «natura» o l’«evoluzione» come
soggetto? Infatti non esiste! Quando si dice che la natura fa questo o quello,
ciò può essere solo un tentativo di raggruppare una serie di eventi in un
soggetto che però non esiste come tale. A me pare evidente che questo
espediente verbale – forse inevitabile – racchiuda in sé domande di un
certo peso.
Riassumendo potrei dire: le scienze naturali hanno schiuso grandi dimensioni
della ragione che finora non erano state aperte, e ci hanno trasmesso così
delle nuove conoscenze. Ma nella gioia per la grandezza della loro scoperta esse
tendono a toglierci dimensioni della ragione di cui continuiamo ad avere
bisogno. I loro risultati sollevano delle domande che vanno oltre la competenza
del loro canone metodologico e alle quali in esso non è possibile dare una
risposta. Tuttavia, sono domande che la ragione deve porre e che non possono
essere lasciate solo al sentimento religioso. Bisogna considerarle come domande
ragionevoli e trovare anche dei modi ragionevoli di trattarle.
Sono le grandi domande fondamentali della filosofia che ci si presentano in
forma nuova: la domanda sull’origine e sul futuro dell’uomo e del mondo.
Inoltre, di recente, mi sono reso conto di due cose, che hanno illustrato anche
le tre relazioni che si sono succedute: c’è da un lato una razionalità della
stessa materia. Si può leggerla.
Essa ha una matematica in sé, è essa stessa ragionevole, anche se nel lungo
cammino dell’evoluzione c’è l’irrazionale, il caotico e il distruttivo;
ma la materia come tale è leggibile.
D’altro lato, a me pare che anche il processo come un tutto abbia una
razionalità. Nonostante il suo errare e percorrere strade sbagliate lungo lo
stretto corridoio, nella scelta delle poche mutazioni positive e nello
sfruttamento della poca probabilità, il processo stesso è qualcosa di
razionale. Questa doppia razionalità che si rende di nuovo accessibile
corrispondendo alla nostra ragione porta inevitabilmente a una domanda che
esorbita dalla scienza, ma che comunque è una domanda della ragione: da dove
viene questa razionalità? C’è una razionalità originaria che si rispecchia
in queste due zone e dimensioni della razionalità? Le scienze naturali non
possono e non devono rispondere direttamente, ma noi dobbiamo riconoscere la
domanda come ragionevole e osare credere alla ragione creatrice e affidarci a
essa.
Da una parte c’è la razionalità della materia, che apre una finestra sul
"Creator Spiritus". A questo non dobbiamo rinunciare. È la fede
biblica nella creazione che ci ha indicato la via a una civiltà della ragione,
nelle cui possibilità c’è anche naturalmente quella di annientarsi
nuovamente. Questa è una dimensione che deve rimanere e che io definisco anche
una dimensione di contatto fra il greco e il biblico, che dovettero ambedue
fondersi in una interna ragione e in una interna necessità.
D’altro lato, tuttavia, noi dobbiamo anche vedere i limiti.
Naturalmente, nella natura c’è la razionalità, ma essa non ci permette di
avere una visione totale del piano di Dio. Quindi nella natura permangono la
contingenza e l’enigma dell’orribile, un po’ come lo descrive Reinhold
Schneider dopo una visita al "Museo di scienze naturali" di Vienna.
(Anch’io una volta ho visitato con mio fratello questo museo, ed eravamo
sgomenti di fronte a tante cose orribili in natura.) Nonostante la razionalità,
che c’è, noi possiamo constatare una componente di orrore, che non è più
risolvibile filosoficamente. Qui la filosofia reclama qualcosa di ulteriore e la
fede ci mostra il "Logos", che è la ragione creatrice e che in modo
incredibile poté farsi carne, morire e risuscitare. In questo modo ci si rivela
un volto del "Logos" del tutto diverso da quello che noi possiamo
presagire e cercare a tentoni partendo da una ricostruzione dei fondamenti della
natura. Anche le due parti dell’anima greca vi alludono: da una parte la
grande filosofia e dall’altra la tragedia, che in ultima analisi rimane senza
risposta.