CULTURA E RELIGIONE

Tornano in libreria le lezioni di "escatologia",
in cui il "futuro" Papa reagisce a una lettura troppo «terrestre»
del "Regno di Dio" e rivaluta perfino l’idea di "inferno":
che aiuta ad affermare la grandezza dell’uomo.

RITAGLI     Ma il cristiano non spera solo     DOCUMENTI
in un «mondo migliore»

Il Professor Ratzinger spiega l’"aldilà"…
«Il "paradiso" cattolico non si riduce ad alcun tipo di teologia "politica",
la cui realizzazione sia affidata all’uomo».
«Anche la "vita eterna" e l’"immortalità dell’anima"
vanno interpretati secondo la "tradizione"».

Papa Benedetto XVI, un maestro di fede e di vita...

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
("Avvenire", 22/10/’08)

Dalla prima edizione del "volume" sono passati 30 anni e nel frattempo il cammino della teologia non si è fermato. Nel momento in cui il libro fu scritto, due profondi "capovolgimenti" stavano coinvolgendo gli sviluppi riflessivi riguardo al tema della "speranza cristiana". La speranza veniva compresa come virtù attiva – come azione che cambia il mondo, azione dalla quale sarebbe scaturita una nuova umanità, un «mondo migliore». La speranza divenne in tal modo "politica", la sua realizzazione sembrava essere affidata all’uomo stesso. Il "Regno di Dio", attorno al quale tutto il cristianesimo ruota, sarebbe diventato il "regno dell’uomo", il «mondo migliore» di domani: Dio non sta «in alto, ma davanti». Se qui il pensiero teologico è sfociato in una "corrente" di riflessioni filosofiche e teologiche divenuta man mano sempre più forte, un secondo sviluppo si colloca interamente nell’ambito più proprio della teologia, anche se il contesto "storico-culturale" vi ha giocato a suo modo un ruolo altrettanto importante. La crisi della tradizione, che nella Chiesa cattolica assunse toni "virulenti" in corrispondenza del "Vaticano II", portò all’esigenza di strutturare la fede partendo esclusivamente dalla "Bibbia", prescindendo dalla tradizione. Si concluse allora che nella "Bibbia" non si trovava il concetto dell’"immortalità dell’anima", ma solo la speranza nella "risurrezione".
L’«immortalità dell’anima» doveva essere congedata come "platonismo", si era sovrapposta alla fede "biblica" della "risurrezione". Grazie a una curiosa filosofia che stabiliva l’impossibilità della presenza del tempo al di là della morte, si spiegò che la "risurrezione" doveva avvenire nella morte stessa. Questa teoria ha conquistato velocemente anche il linguaggio della predicazione, tanto che in molti luoghi la celebrazione di preghiera per un defunto è stata chiamata «cerimonia della risurrezione». Non vorrei ancora una volta intercettare qui l’intera controversia, anche se desidero ribadire ancora una volta qual era e qual è tuttora per me la cosa più importante. Innanzitutto non è questione di "concettualità" o di «platonismo» ma di una concezione strettamente teologica della nostra vita oltre la morte – della nostra «vita eterna», nel senso dell’insegnamento di Gesù. Noi viviamo dunque poiché siamo associati alla "memoria" del Signore. Nella "memoria" del Signore noi non siamo un’ombra, un semplice «ricordo»; stare nella "memoria" del Signore significa invece: vivere, vivere in pienezza, essere del tutto noi stessi.
Ai "Sadducei", i quali con una storia "astrusa" miravano a convincere come fosse assurda la fede nella "risurrezione", Gesù dà risposta non con "disamine" antropologiche, di qualunque maniera esse siano, bensì con un rimando alla "memoria" di Dio: «A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore» ("Mc l2,26s"). Come tale questa concezione teologica è al contempo una concezione "dialogica" dell’uomo e della sua "immortalità". Nella mia «Escatologia» mi ero confrontato con entrambe le "correnti", senza dimenticare i temi importanti per un manuale, i temi di tutta la tradizione del credere, sperare e pregare, temi di cui la storia della Chiesa è ricca. Per quanto riguarda il primo tema, mi sembrava importante che l’"escatologia" non si lasciasse ridurre a nessun tipo di teologia "politica". Ho ritenuto di potermi limitare all’essenziale dando un’indicazione del problema e ho cercato di evidenziare il significato permanente della speranza nell’azione propria di Dio entro la storia: azione che sola concede all’agire umano la propria unità interna e trasforma dall’interno ciò che è "transitorio" in ciò che non passa. Ma un confronto più preciso con la questione della "risurrezione" nella morte era indispensabile.