Presentato ieri
«Gesù di Nazaret».
Nel capitolo dedicato al "Discorso della montagna"
una «provocazione» che continua a scuotere l’umanità.
E che troppe volte è stata erroneamente «letta»
come antitesi neotestamentaria al "Decalogo".
Nel primo libro del Papa lo scandalo dei «comandamenti nuovi» proposti da Gesù.
Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
Da lunedì sarà in libreria «Gesù di Nazaret», la prima opera «firmata» Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. In Italia viene pubblicato da Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana. Sono già 22 le edizioni in altri Paesi. Il volume è stato presentato ieri in Vaticano dal cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, dal pastore protestante Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di Teologia di Roma, e da Massimo Cacciari, ordinario di Estetica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Non è un atto del Magistero, spiega l’autore nella premessa, «ma unicamente l’espressione della mia ricerca personale del volto di Cristo». Ai lettori chiede «quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione». In questa pagina pubblichiamo alcuni estratti del capitolo dedicato alle Beatitudini.
Le Beatitudini
vengono non di rado presentate come l'antitesi neotestamentaria al Decalogo,
come, per così dire, l'etica più elevata dei cristiani nei confronti dei
comandamenti dell'Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende
completamente il senso delle parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata
la validità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della
montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li
abolisce (cfr. Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio
fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: "Non pensate che io
sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per
dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la
terra, non passerà dalla Legge neppure un "iota" o un segno, senza
che tutto sia compiuto" (Mt 5,17s). Intanto è sufficiente notare che Gesù
non pensa di abolire il Decalogo, al contrario: lo rafforza.
Ma allora che cosa sono le Beatitudini? Anzitutto, esse si inseriscono in una
lunga tradizione di messaggi veterotestamentari, quali troviamo, per esempio,
nel Salmo 1 e nel testo parallelo di Geremia 17,7s: "Benedetto l'uomo che
confida nel Signore...". Sono parole di promessa, che nello stesso tempo
contribuiscono al discernimento degli spiriti e diventano così parole guida.
La cornice data da Luca al Discorso della montagna chiarisce la destinazione
particolare delle Beatitudini di Gesù: "Alzati gli occhi verso i suoi
discepoli...". Le singole affermazioni delle Beatitudini nascono dallo
sguardo verso i discepoli; descrivono per così dire lo stato effettivo dei
discepoli di Gesù: sono poveri, affamati, piangenti, odiati e perseguitati (cfr.
Lc 6,20ss).
Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei
discepoli - di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia.
Tuttavia la situazione empirica di minaccia incombente in cui Gesù vede i suoi
si fa promessa, quando lo sguardo su di essa si illumina a partire dal Padre.
Riferite alla comunità dei discepoli di Gesù, le Beatitudini rappresentano dei
paradossi: i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata
nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di
Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo
criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i
benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro
sofferenze. Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine
del mondo e dell'uomo che Gesù inaugura, il "rovesciamento dei
valori". Sono promesse escatologiche; questa espressione tuttavia non deve
essere intesa nel senso che la gioia che annunciano sia spostata in un futuro
infinitamente lontano o esclusivamente nell'aldilà.
Se l'uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in
compagnia di Gesù, allora vive secondo nuovi criteri e allora un po' di "éschaton",
di ciò che deve venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia
nella tribolazione. (…) Ma ora si pone la questione fondamentale: è giusta la
direzione che ci indica il Signore nelle Beatitudini e nei moniti a esse
contrapposti? È davvero male essere ricchi, sazi, ridere, essere apprezzati?
Per la sua rabbiosa critica del cristianesimo Friedrich Nietzsche ha fatto leva
proprio su questo punto. Non sarebbe la dottrina cristiana che si dovrebbe
criticare: sarebbe la morale del cristianesimo che bisognerebbe attaccare come
"crimine capitale contro la vita". E con "morale del
cristianesimo" egli intende esattamente la direzione che ci indica il
Discorso della montagna.
"Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse
la parola di colui che disse: ‘Guai a coloro che ridono!’?". E contro
le promesse di Cristo dice: noi non vogliamo assolutamente il regno dei cieli.
"Siamo diventati uomini - vogliamo il regno della terra".
La visione del Discorso della montagna appare come una religione del
risentimento, come l'invidia dei codardi e degli incapaci, che non sono
all'altezza della vita e allora vogliono vendicarsi esaltando il loro fallimento
e oltraggiando i forti, coloro che hanno successo, che sono fortunati. All'ampia
prospettiva di Gesù viene contrapposta un'angusta concentrazione sulle realtà
di quaggiù: la volontà di sfruttare adesso il mondo e tutte le offerte della
vita, di cercare il cielo quaggiù e in tutto ciò non farsi inibire da nessun
tipo di scrupolo.
Molto di tutto questo è passato nella coscienza moderna e determina in gran
parte il modo in cui oggi si percepisce la vita. Così il Discorso della
montagna pone la questione dell'opzione fondamentale del cristianesimo e, da
figli del nostro tempo, avvertiamo la resistenza interiore contro quest'opzione
- anche se non siamo insensibili di fronte all'elogio dei miti, dei
misericordiosi, degli operatori di pace, degli uomini sinceri.
Dopo le esperienze dei regimi totalitari, dopo il modo brutale con cui essi
hanno calpestato gli uomini, schernito, asservito, picchiato i deboli,
comprendiamo pure di nuovo coloro che hanno fame e sete di giustizia;
riscopriamo l'anima degli afflitti e il loro diritto a essere consolati. Di
fronte all'abuso del potere economico, di fronte alla crudeltà del capitalismo
che degrada l'uomo a merce, abbiamo cominciato a vedere più chiaramente i
pericoli della ricchezza e comprendiamo in modo nuovo che cosa Gesù intendeva
nel metterci in guardia dalla ricchezza, dal dio Mammona che distrugge l'uomo
prendendo alla gola con la sua mano spietata gran parte del mondo. Sì, le
Beatitudini si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, alla nostra
fame e sete di vita. Esigono "conversione" - un'inversione di marcia
interiore rispetto alla direzione che prenderemmo spontaneamente. Ma questa
conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, la
nostra esistenza si dispone nel modo giusto.
Il mondo greco, la cui gioia di vivere si rivela in modo meraviglioso
nell'epopea omerica, era tuttavia profondamente consapevole del fatto che il
vero peccato dell'uomo, la sua minaccia più intima è la "hy´ bris":
l'autosufficienza presuntuosa, in cui l'uomo eleva se stesso a divinità, vuole
essere lui stesso il suo dio, per essere completamente padrone della propria
vita e sfruttare fino in fondo tutto ciò che essa ha da offrire.
Questa consapevolezza che la vera minaccia per l'uomo consiste
nell'autosufficienza ostentata, a prima vista così convincente, viene
sviluppata nel Discorso della montagna in tutta la sua profondità a partire
dalla figura di Cristo.
Abbiamo visto che il Discorso della montagna è una cristologia nascosta. Dietro
di essa c'è la figura di Cristo, di quell'uomo che è Dio, ma che proprio per
questo discende, si spoglia, fino alla morte sulla croce. I santi, da Paolo a
Francesco d'Assisi fino a madre Teresa, hanno vissuto questa opzione mostrandoci
così la giusta immagine dell'uomo e della sua felicità. In una parola: la vera
"morale" del cristianesimo è l'amore. E questo, ovviamente, si oppone
all'egoismo - è un esodo da se stessi, ma è proprio in questo modo che l'uomo
trova se stesso. Nei confronti dell'allettante splendore dell'uomo di Nietzsche,
questa via, a prima vista, sembra misera, addirittura improponibile. Ma è il
vero "sentiero di alta montagna" della vita; solo sulla via
dell'amore, i cui percorsi sono descritti nel Discorso della montagna, si
dischiude la ricchezza della vita, la grandezza della vocazione dell'uomo.