VIAGGIO APOSTOLICO A COLONIA
IN OCCASIONE DELLA XX
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Giovedì 18 Agosto Sabato 20 Agosto Domenica 21 Agosto
.
Gentili
signore, illustri signori,
cari fratelli e sorelle!
Schalom
lêchém!
Era
mio profondo desiderio, in occasione della mia prima visita in Germania dopo
l’elezione a successore dell'apostolo Pietro, di incontrare la comunità
ebraica di Colonia e i rappresentanti del giudaismo tedesco. Con questa visita
vorrei riallacciarmi all'evento del 17 novembre 1980, quando il mio
venerato predecessore Papa Giovanni Paolo II nel suo primo viaggio in Germania,
incontrò a Magonza il Comitato Centrale Ebraico in Germania e la Conferenza
Rabbinica. Voglio confermare anche in questa circostanza che intendo continuare
il cammino verso il miglioramento dei rapporti e dell'amicizia con il popolo
ebraico, in cui Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi (cfr Discorso
alla Delegazione dell’International Jewish Committee on Interreligious
Consultations del 9 giugno 2005: L’Oss. Rom. 10 giugno 2005, p. 5).
La
comunità ebraica di Colonia può sentirsi veramente “a casa” in questa città.
È questa, infatti, la sede più antica di una comunità ebraica sul territorio
tedesco: risale alla Colonia dell'epoca romana. La storia dei rapporti tra
comunità ebraica e comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa. Ci
sono stati periodi di buona convivenza, ma c'è stata anche la cacciata degli
ebrei da Colonia nell'anno 1424. Nel XX secolo, poi, nel tempo più buio della
storia tedesca ed europea, una folle ideologia razzista, di matrice neopagana,
fu all’origine del tentativo, progettato e sistematicamente messo in atto dal
regime, di sterminare l’ebraismo europeo: si ebbe allora quella che è passata
alla storia come la Shoà. Le vittime di questo crimine inaudito, e fino
a quel momento anche inimmaginabile, ammontano nella sola Colonia a 7.000
conosciute per nome; in realtà, sono state sicuramente molte di più. Non si
riconosceva più la santità di Dio, e per questo si calpestava anche la
sacralità della vita umana.
Quest'anno
si celebra il 60o anniversario della liberazione dei campi di
concentramento nazisti, nei quali milioni di ebrei – uomini, donne e bambini
– sono stati fatti morire nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori.
Faccio mie le parole scritte dal mio venerato Predecessore in occasione del 60o
anniversario della liberazione di Auschwitz e dico anch’io: “Chino il capo
davanti a tutti coloro che hanno sperimentato questa manifestazione del mysterium
iniquitatis”. Gli avvenimenti terribili di allora devono
“incessantemente destare le coscienze, eliminare conflitti, esortare alla
pace” (Messaggio per la liberazione di Auschwitz: 15 gennaio 2005).
Dobbiamo ricordarci insieme di Dio e del suo sapiente progetto sul mondo da Lui
creato: Egli, ammonisce il Libro della Sapienza, è “amante della vita”
(11,26).
Ricorre
quest’anno anche il 40° anniversario della promulgazione della Dichiarazione Nostra
aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha aperto nuove prospettive
nei rapporti ebreo-cristiani all’insegna del dialogo e della solidarietà.
Questa Dichiarazione, nel quarto capitolo, ricorda le nostre radici comuni e il
ricchissimo patrimonio spirituale che gli ebrei e i cristiani condividono. Sia
gli ebrei che i cristiani riconoscono in Abramo il loro padre nella fede (cfr Gal
3,7; Rm 4,11s), e fanno riferimento agli insegnamenti di Mosè e dei
profeti. La spiritualità degli ebrei come quella dei cristiani si nutre dei
Salmi. Con l'apostolo Paolo, i cristiani sono convinti che “i doni e la
chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29; cfr 9,6.11; 11,1s). In
considerazione della radice ebraica del cristianesimo (cfr Rm
11,16–24), il mio venerato Predecessore, confermando un giudizio dei Vescovi
tedeschi, affermò: “Chi incontra Gesù Cristo incontra l’ebraismo” (Insegnamenti,
vol. III/2, 1980, p. 1272).
La
Dichiarazione conciliare Nostra aetate, pertanto, “deplora gli odii, le
persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei
in ogni tempo e da chiunque” (n. 4). Dio ci ha creati tutti “a sua
immagine” (cfr Gn 1,27), onorandoci con questo di una dignità
trascendente. Davanti a Dio tutti gli uomini hanno la stessa dignità, a
qualunque popolo, cultura o religione appartengano. Per questa ragione la
Dichiarazione Nostra aetate parla con grande stima anche dei musulmani
(cfr n. 3) e degli appartenenti alle altre religioni (cfr n. 2). Sulla base
della dignità umana comune a tutti, la Chiesa cattolica “esecra come
contraria alla volontà di Cristo qualsiasi discriminazione tra gli uomini o
persecuzione perpetrata per motivi di razza o di colore, di condizione sociale o
di religione” (Ibid., n. 5). La Chiesa è consapevole del suo dovere di
trasmettere, nella catechesi come in ogni aspetto della sua vita, questa
dottrina alle nuove generazioni che non sono state testimoni degli avvenimenti
terribili accaduti prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un compito
di speciale importanza in quanto oggi purtroppo emergono nuovamente segni di
antisemitismo e si manifestano varie forme di ostilità generalizzata verso gli
stranieri. Come non vedere in ciò un motivo di preoccupazione e di vigilanza?
La Chiesa cattolica si impegna - lo riaffermo anche in questa circostanza - per
la tolleranza, il rispetto, l'amicizia e la pace tra tutti i popoli, le culture
e le religioni.
Nei
quarant’anni trascorsi dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate, in
Germania e a livello internazionale è stato fatto molto per il miglioramento e
l'approfondimento dei rapporti tra ebrei e cristiani. Accanto alle relazioni
ufficiali, grazie soprattutto alla collaborazione tra gli specialisti in scienze
bibliche, sono nate molte amicizie. Ricordo, a questo proposito, le varie
dichiarazioni della Conferenza Episcopale Tedesca e l'attività benefica della
“Società per la collaborazione cristiano-ebraica di Colonia”, che ha
contribuito a far sì che la comunità ebraica, a partire dall'anno 1945,
potesse di nuovo sentirsi “a casa” qui a Colonia e instaurasse una buona
convivenza con le comunità cristiane. Resta però ancora molto da fare.
Dobbiamo conoscerci a vicenda molto di più e molto meglio. Perciò incoraggio
un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile
giungere ad un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse
e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista
teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo. Questo dialogo, se vuole
essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti o
minimizzarle: anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di
fede, ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo
rispettarci a vicenda.
Infine,
il nostro sguardo non dovrebbe volgersi solo indietro, verso il passato, ma
dovrebbe spingersi anche in avanti, verso i compiti di oggi e di domani. Il
nostro ricco patrimonio comune e il nostro rapporto fraterno ispirato a
crescente fiducia ci obbligano a dare insieme una testimonianza ancora più
concorde, collaborando sul piano pratico per la difesa e la promozione dei
diritti dell'uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della
famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo. Il Decalogo (cfr Es
20; Dt 5) è per noi patrimonio e impegno comune. I dieci comandamenti
non sono un peso, ma l’indicazione del cammino verso una vita riuscita. Lo
sono, in particolare, per i giovani che incontro in questi giorni e che mi
stanno tanto a cuore. Il mio augurio è che essi sappiano riconoscere nel
Decalogo la lampada per i loro passi, la luce per il loro cammino (cfr Sal
119,105). Ai giovani gli adulti hanno la responsabilità di passare la fiaccola
della speranza che da Dio è stata data agli ebrei come ai cristiani, perché
“mai più” le forze del male arrivino al dominio e le generazioni future,
con l'aiuto di Dio, possano costruire un mondo più giusto e pacifico in cui
tutti gli uomini abbiano uguale diritto di cittadinanza.
Concludo
con le parole del Salmo 29, che sono un augurio ed anche una preghiera: “Il
Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo con la
pace”.
Voglia Egli
esaudirci!
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Cari
fratelli e sorelle in Cristo nostro comune Signore!
È
una gioia per me, in occasione della mia visita in Germania, poter incontrare
Voi, rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Vi saluto tutti
molto cordialmente! Provenendo io stesso da questo Paese, conosco bene la
situazione penosa che la rottura dell’unità nella professione della fede ha
comportato per tante persone e tante famiglie. Anche per questo motivo, subito
dopo la mia elezione a Vescovo di Roma, quale Successore dell’apostolo Pietro
ho manifestato il fermo proposito di assumere il ricupero della piena e visibile
unità dei cristiani come una priorità del mio Pontificato. Con ciò ho
consapevolmente voluto ricalcare le orme di due miei grandi Predecessori: di
Paolo VI che, ormai più di quarant’anni fa, firmò il Decreto conciliare
sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, e di Giovanni Paolo II, che fece poi
di questo documento il criterio ispiratore del suo agire. La Germania nel
dialogo ecumenico riveste un posto di particolare importanza. Essa infatti non
è solo il Paese d’origine della Riforma; è anche uno dei Paesi da cui è
partito il movimento ecumenico del XX secolo. A seguito dei flussi migratori del
secolo scorso, anche cristiani delle Chiese ortodosse e delle antiche Chiese
dell’Oriente hanno trovato in questo Paese una nuova patria. Ciò ha
indubbiamente favorito il confronto e lo scambio. Insieme ci rallegriamo nel
constatare che il dialogo, col passare del tempo, ha suscitato una riscoperta
della fratellanza e creato tra i cristiani delle varie Chiese e Comunità
ecclesiali un clima più aperto e fiducioso. Il mio venerato Predecessore nella
sua Enciclica Ut unum sint (1995) ha indicato proprio in questo un frutto
particolarmente significativo del dialogo (cfr nn. 41s.; 64).
La
fratellanza tra i cristiani non è semplicemente un vago sentimento e nemmeno
nasce da una forma di indifferenza verso la verità. Essa è fondata sulla realtà
soprannaturale dell’unico Battesimo, che ci inserisce nell’unico Corpo di
Cristo (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28; Col 2,12). Insieme confessiamo Gesù Cristo
come Dio e Signore; insieme lo riconosciamo come unico mediatore tra Dio e gli
uomini (cfr 1 Tm 2,5), sottolineando la nostra comune appartenenza a Lui (cfr
Unitatis redintegratio, 22; Ut unum sint, 42). Su questo fondamento il dialogo
ha portato i suoi frutti. Vorrei menzionare il riesame, auspicato da Giovanni
Paolo II durante la sua prima visita in Germania nell’anno 1980, delle
reciproche condanne e soprattutto la "Dichiarazione comune sulla dottrina
della giustificazione" (1999), che fu un risultato di tale riesame e portò
ad un accordo su questioni fondamentali che fin dal XVI secolo erano oggetto di
controversie. Bisogna inoltre riconoscere con gratitudine i risultati costituiti
dalle varie comuni prese di posizione su importanti argomenti quali le
fondamentali questioni sulla difesa della vita e sulla promozione della
giustizia e della pace. Sono ben consapevole che molti cristiani in questo
Paese, e non in questo soltanto, si aspettano ulteriori passi concreti di
avvicinamento. Me li aspetto anch’io. Infatti è il comandamento del Signore,
ma anche l’imperativo dell’ora presente, di continuare in modo convinto il
dialogo a tutti i livelli della vita della Chiesa. Ciò deve ovviamente avvenire
con sincerità e realismo, con pazienza e perseveranza nella fedeltà al dettato
della coscienza. Non può esserci un dialogo a prezzo della verità; il dialogo
deve svolgersi nella carità e nella verità.
Non
intendo sviluppare qui un programma per i temi immediati del dialogo - questo è
compito dei teologi in collaborazione con i Vescovi. Mi sia concessa soltanto
un’annotazione: le questioni ecclesiologiche, e specialmente quella del
ministero consacrato, ossia del sacerdozio, sono connesse inscindibilmente con
la questione sul rapporto tra Scrittura e Chiesa, sull’istanza cioè della
giusta interpretazione della Parola di Dio e dello sviluppo di essa nella vita
della Chiesa.
Una
priorità urgente nel dialogo ecumenico è costituita poi dalle grandi questioni
etiche poste dal nostro tempo; in questo campo gli uomini di oggi in ricerca si
aspettano con buona ragione una risposta comune da parte dei cristiani, che,
grazie a Dio, in molti casi si è trovata. Ma purtroppo non sempre. A causa di
contraddizioni in questo campo la testimonianza evangelica e l’orientamento
etico che dobbiamo ai fedeli e alla società perdono di forza, assumendo non di
rado caratteristiche vaghe, e così veniamo meno al nostro dovere di dare al
nostro tempo la testimonianza necessaria. Le nostre divisioni sono in contrasto
con la volontà di Gesù e ci rendono inattendibili davanti agli uomini.
Che
cosa significa ristabilire l’unità di tutti i cristiani? La Chiesa cattolica
ha di mira il raggiungimento della piena unità visibile dei discepoli di Cristo
secondo la definizione che ne ha dato il Concilio Ecumenico Vaticano II in vari
suoi documenti (cfr Lumen gentium, nn. 8;13; Unitatis redintegratio, nn. 2;4
ecc.). Tale unità sussiste, secondo la nostra convinzione, nella Chiesa
cattolica senza possibilità di essere perduta (cfr Unitatis redintegratio, n.
4). Essa non significa, tuttavia, uniformità in tutte le espressioni della
teologia e della spiritualità, nelle forme liturgiche e nella disciplina. Unità
nella molteplicità e molteplicità nell’unità: nell’Omelia per la solennità
dei santi Pietro e Paolo, lo scorso 29 giugno, ho rilevato che piena unità e
vera cattolicità vanno insieme. Condizione necessaria perché questa
coesistenza si realizzi è che l’impegno per l’unità si purifichi e si
rinnovi continuamente, cresca e maturi. A questo scopo può recare un suo
contributo il dialogo. Esso è più di uno scambio di pensieri: è uno scambio
di doni (cfr Ut unum sint, n. 28), nel quale le Chiese e le Comunità ecclesiali
possono mettere a disposizione i loro tesori (cfr Lumen gentium, nn. 8;15;
Unitatis redintegratio, nn. 3;14s; Ut unum sint, nn. 10-14). E’ proprio grazie
a questo impegno che il cammino può proseguire passo passo fino a giungere
all’unità piena, quando finalmente arriveremo "tutti all’unità della
fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella
misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). E’ ovvio
che un tale dialogo in fondo può svilupparsi solo in un contesto di sincera e
coerente spiritualità. Non possiamo "fare" l’unità con le sole
nostre forze. La possiamo soltanto ottenere come dono dello Spirito Santo. Perciò
l’ecumenismo spirituale, e cioè la preghiera, la conversione e la
santificazione della vita costituiscono il cuore del movimento ecumenico (cfr
Unitatis redintegratio, n. 8; Ut unum sint, nn. 15s; 21 ecc.). Si potrebbe anche
dire: la forma migliore di ecumenismo consiste nel vivere secondo il Vangelo.
Vedo un
confortante motivo di ottimismo nel fatto che oggi si sta sviluppando una sorta
di "rete" di collegamento spirituale tra cattolici e cristiani delle
varie Chiese e Comunità ecclesiali: ciascuno si impegna nella preghiera, nella
revisione della propria vita, nella purificazione della memoria, nell’apertura
della carità. Il padre dell’ecumenismo spirituale, Paul Couturier, ha parlato
a questo riguardo di un "chiostro invisibile", che raccoglie tra le
sue mura queste anime appassionate di Cristo e della sua Chiesa. Io sono
convinto che, se un numero crescente di persone si unirà alla preghiera del
Signore "perché tutti siano una sola cosa" (Gv 17,21), una tale
preghiera nel nome di Gesù non cadrà nel vuoto (cfr Gv 14,13; 15,7.16 ecc.).
Con l’aiuto che viene dall’Alto, troveremo, nelle varie questioni tuttora
aperte, soluzioni praticabili, e il desiderio di unità alla fine, quando e come
Egli vorrà, sarà appagato. Invito tutti voi a percorrere, insieme con me,
questa strada.
.
NELLA CHIESA DI S. PANTALEON DI COLONIA
Cari
seminaristi!
Vi
saluto tutti con grande affetto, ringraziandovi per la vostra festosa
accoglienza e soprattutto per essere venuti a questo appuntamento da numerosi
Paesi dei cinque continenti. Il mio pensiero va innanzitutto al Seminarista, al
Sacerdote e al Vescovo che ci hanno offerto la loro personale testimonianza.
Grazie di cuore. Sono lieto di questo incontro con voi. Ho voluto che, nel
programma di queste giornate di Colonia, ci fosse uno speciale incontro con i
giovani seminaristi, perché emergesse in modo esplicito e più forte la
dimensione vocazionale, che è sempre presente nelle Giornate Mondiali della
Gioventù. Sicuramente voi state vivendo questa esperienza con intensità tutta
particolare, proprio perché siete seminaristi, cioè giovani che si trovano in
un tempo forte di ricerca di Cristo e di incontro con Lui, in vista di
un’importante missione nella Chiesa. Questo è il seminario: non tanto un
luogo, ma, appunto, un significativo tempo della vita di un discepolo di Gesù.
Immagino l’eco che possono avere dentro di voi le parole del tema di questa
ventesima Giornata mondiale - "Siamo venuti per adorarlo" - e
l’intero racconto evangelico dei Magi, da cui il tema è tratto. Questa pagina
riveste per voi un valore singolare, proprio perché state compiendo il percorso
di discernimento e di verifica della chiamata al sacerdozio. Su questo vorrei
soffermarmi a riflettere con voi.
Perché
i Magi da paesi lontani andarono a Betlemme? La risposta è legata al mistero
della "stella" che essi videro "sorgere" e che
identificarono come la stella del "re dei Giudei", cioè come il segno
della nascita del Messia (cfr Mt 2,2). Quindi il loro viaggio fu mosso dalla
forza di una speranza, che nella stella ottenne poi la sua conferma e ricevette
la sua guida verso il "re dei Giudei", verso la regalità di Dio
stesso. I Magi partirono perché nutrivano un desiderio grande, che li spingeva
a lasciare tutto e a mettersi in cammino. Era come se aspettassero da sempre
quella stella. Come se quel viaggio fosse da sempre inscritto nel loro destino,
che ora finalmente si realizzava. Cari amici, è questo il mistero della
chiamata, della vocazione; mistero che coinvolge la vita di ogni cristiano, ma
che si manifesta con maggiore evidenza in coloro che Cristo invita a lasciare
tutto per seguirlo più da vicino. Il seminarista vive la bellezza della
chiamata nel momento che potremmo definire di "innamoramento". Il suo
animo è colmo di stupore, che gli fa dire nella preghiera: Signore, perché
proprio a me? Ma l’amore non ha "perché", è dono gratuito, a cui
si risponde con il dono di sé.
Il
seminario è tempo destinato alla formazione e al discernimento. La formazione,
come ben sapete, ha diverse dimensioni, che convergono nell’unità della
persona: essa comprende l’ambito umano, spirituale e culturale. Il suo scopo
più profondo è di far conoscere intimamente quel Dio che in Gesù Cristo ci ha
mostrato il suo volto. Per questo è necessario uno studio approfondito della
Sacra Scrittura come anche della fede e della vita della Chiesa, nella quale la
Scrittura permane come parola vivente. Tutto ciò deve collegarsi con le domande
della nostra ragione e quindi con il contesto della vita umana di oggi. Questo
studio, a volte, può sembrare faticoso, ma esso costituisce una parte
insostituibile del nostro incontro con Cristo e della nostra chiamata ad
annunciarlo. Tutto concorre a sviluppare una personalità coerente ed
equilibrata, in grado di assumere validamente, per poi compiere responsabilmente
la missione presbiterale. Decisivo è il ruolo dei formatori: la qualità del
presbiterio in una Chiesa particolare dipende in buona parte da quella del
seminario, e perciò dalla qualità dei responsabili della formazione. Cari
seminaristi, proprio per questo con viva riconoscenza oggi preghiamo per tutti i
vostri superiori, professori ed educatori, che sentiamo spiritualmente presenti
a questo incontro. Chiediamo al Signore che possano assolvere nel modo migliore
il compito così importante a loro affidato. Il seminario è tempo di cammino,
di ricerca, ma soprattutto di scoperta di Cristo. Infatti, solo nella misura in
cui fa una personale esperienza di Cristo, il giovane può comprendere in verità
la sua volontà e quindi la propria vocazione. Più conosci Gesù e più il suo
mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo. E’ un
movimento dello spirito che dura per tutta la vita, e che trova nel seminario
una stagione carica di promesse, la sua "primavera".
Giunti
a Betlemme, i Magi, "entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua
madre, e prostratisi lo adorarono" (Mt 2,11). Ecco finalmente il momento
tanto atteso: l’incontro con Gesù. "Entrati nella casa": questa
casa rappresenta in un certo modo la Chiesa. Per incontrare il Salvatore,
bisogna entrare nella casa che è la Chiesa. Durante il tempo del seminario
nella coscienza del giovane seminarista avviene una maturazione
particolarmente significativa: egli non vede più la Chiesa
"dall’esterno", ma la sente per così dire
"dall’interno" come la sua "casa", perché casa di Cristo,
dove abita "Maria sua madre". Ed è proprio la Madre a mostrargli Gesù,
suo Figlio, a presentarglielo, a farglielo in un certo modo vedere, toccare,
prendere tra le braccia. Maria gli insegna a contemplarlo con gli occhi del
cuore e a vivere di Lui. In ogni momento della vita di seminario si può
sperimentare questa amorevole presenza della Madonna, che introduce ciascuno
all’incontro con Cristo, nel silenzio della meditazione, nella preghiera e
nella fraternità. Maria aiuta ad incontrare il Signore soprattutto nella
Celebrazione eucaristica, quando nella Parola e nel Pane consacrato Egli si fa
nostro quotidiano nutrimento spirituale.
"E
prostratisi lo adorarono … e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra"
(Mt 2,11-12). E’ questo il culmine di tutto l’itinerario: l’incontro si fa
adorazione, sboccia in un atto di fede e d’amore che riconosce in Gesù, nato
da Maria, il Figlio di Dio fatto uomo. Come non vedere prefigurata nel gesto dei
Magi la fede di Simon Pietro e degli altri Apostoli, la fede di Paolo e di tutti
i santi, in particolare dei santi seminaristi e sacerdoti che hanno segnato i
duemila anni di storia della Chiesa? Il segreto della santità è l’amicizia
con Cristo e l’adesione fedele alla sua volontà. "Cristo è tutto per
noi", diceva Sant’Ambrogio; e San Benedetto esortava a nulla anteporre
all’amore di Cristo. Cristo sia tutto per voi. A Lui, soprattutto voi, cari
seminaristi, offrite ciò che avete di più prezioso, come suggeriva il venerato
Giovanni Paolo II nel suo Messaggio per questa Giornata Mondiale: l’oro della
vostra libertà, l’incenso della vostra preghiera ardente, la mirra del vostro
affetto più profondo (cfr n. 4).
Il seminario
è tempo di preparazione alla missione. I Magi "fecero ritorno" al
loro Paese e certamente resero testimonianza dell’incontro con il Re dei
Giudei. Anche voi, dopo il lungo e necessario itinerario formativo del
seminario, sarete inviati per essere i ministri del Cristo; ciascuno di voi
tornerà tra la gente come alter Christus. Nel viaggio di ritorno, i Magi
dovettero affrontare certamente pericoli, fatiche, smarrimenti, dubbi… Non
c’era più la stella a guidarli! Ormai la luce era dentro di loro. Ad essi
spettava ormai custodirla e alimentarla nella costante memoria di Cristo, del
suo Volto santo, del suo Amore ineffabile. Cari seminaristi! Se Dio vorrà, un
giorno anche voi, consacrati dallo Spirito Santo, inizierete la vostra missione.
Ricordatevi sempre le parole di Gesù: "Rimanete nel mio amore" (Gv
15,9). Se rimarrete in Cristo, porterete molto frutto. Non voi avete scelto lui,
ma lui ha scelto voi (cfr Gv 15,16). Ecco il segreto della vostra vocazione e
della vostra missione! Esso è conservato nel cuore immacolato di Maria, che
veglia con amore materno su ognuno di voi. A Lei ricorrete sovente e con
fiducia. Io vi assicuro il mio affetto e la mia preghiera quotidiana, mentre di
cuore vi benedico.
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