L’EREDITÀ DI WOJTYLA
«Con
Karol vicino sulla cattedra di Pietro»
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«Venire in
Polonia? L'intenzione c'è
e mi hanno detto che giugno sarebbe il mese più appropriato...».
«Lo sento accanto e mi aiuta a essere vicino al Signore.
Cerco di entrare nella sua atmosfera di preghiera.
Tra noi c’è un dialogo permanente, molto profondo».
("Avvenire", 18/10/’05)
Pubblichiamo il testo integrale dell'intervista rilasciata da Benedetto XVI alla televisione polacca e trasmessa domenica sera, nell'anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo II. L'intervista è stata realizzata in italiano da padre Andrzej Majewski, responsabile dei programmi cattolici dell'emittente.
Il 16 ottobre del
1978, il cardinale Karol Wojtyla diventò Papa e da quel giorno Giovanni Paolo
II, per oltre 26 anni, da successore di San Pietro, come è lei adesso, ha
guidato la Chiesa assieme ai vescovi e ai cardinali. Tra i cardinali vi era
anche vostra santità, persona singolarmente apprezzata e stimata dal suo
predecessore; persona di cui il Pontefice Giovanni Paolo II ebbe a scrivere nel
libro «Alzatevi, andiamo» - e qui cito - «Ringrazio Iddio per la presenza e
l'aiuto del cardinale Ratzinger. È un amico provato», ha scritto Giovanni
Paolo II. Padre Santo come è iniziata questa amicizia e quando vostra santità
ha conosciuto il cardinale Karol Wojtyla?
«Personalmente l'ho conosciuto soltanto nei due pre-Conclave e conclave del
'78. Avevo naturalmente sentito parlare del cardinale Wojtyla, inizialmente
soprattutto nel contesto della corrispondenza fra vescovi polacchi e tedeschi
nel '65. I cardinali tedeschi mi hanno raccontato come era grandissimo il merito
e il contributo dell'arcivescovo di Cracovia e che era proprio l'anima di questa
corrispondenza realmente storica. Da amici universitari avevo anche sentito
della sua filosofia e della grandezza della sua figura di pensatore. Ma come ho
detto l'incontro personale la prima volta si è realizzato per il conclave del
'78. Dall'inizio ho sentito una grande simpatia e, grazie a Dio,
immeritatamente, il cardinale di quel tempo mi ha donato fin dall'inizio la sua
amicizia. Sono grato per questa fiducia che mi ha donato, senza i miei meriti.
Soprattutto vedendolo pregare, ho visto e non solo capito, ho visto che era un
uomo di Dio. Questa era l'impressione fondamentale: un uomo che vive con Dio,
anzi in Dio. Mi ha poi impressionato la cordialità, senza pregiudizi, con la
quale si è incontrato con me. In questi incontri del pre-Conclave dei
cardinali, ha preso diverse volte la parola e qui ho avuto anche la possibilità
di sentire la statura del pensatore. Senza grandi parole, era così nata
un'amicizia che veniva proprio dal cuore e, subito dopo la sua elezione, il Papa
mi ha chiamato diverse volte a Roma per colloqui e alla fine mi ha nominato
prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede».
Dunque non è stata una sorpresa
questa nomina e questa convocazione a Roma?
«Per me era un po' difficile, perché dall'inizio del mio episcopato a
Monaco, con la solenne consacrazione a vescovo nella cattedrale di Monaco, vi
era per me un obbligo, quasi un matrimonio con questa diocesi e avevano anche
sottolineato che dopo decenni ero il primo vescovo originario della diocesi. Mi
sentivo quindi molto obbligato e legato a questa diocesi. C'erano poi dei
problemi difficili che non erano ancora risolti e non volevo lasciare la diocesi
con dei problemi non risolti. Di tutto questo ho discusso con il Santo Padre,
con grande apertura e con questa fiducia che aveva il Santo Padre, che era molto
paterno con me. Mi ha dato quindi tempo di riflettere, egli stesso voleva
riflettere. Alla fine mi ha convinto, perché questa era la volontà di Dio.
Potevo così accettare questa chiamata e questa responsabilità grande, non
facile, che di per sé superava le mie capacità. Ma nella fiducia alla paterna
benevolenza del Papa e con la guida dello Spirito Santo, potevo dire di sì».
Questa esperienza durò per più
di 20 anni…
«Sì, sono arrivato nel febbraio dell'82 ed è durata fino alla morte del
Papa nel 2005».
Quali sono, secondo lei, Santo
Padre, i punti più significativi del Pontificato di Giovanni Paolo II?
«Possiamo avere, direi, due punti di vista: uno ad extra - al mondo
- , ed uno ad intra - alla Chiesa - . Riguardo al mondo, mi sembra che il
Santo Padre, con i suoi discorsi, la sua persona, la sua presenza, la sua
capacità di convincere, ha creato una nuova sensibilità per i valori morali,
per l'importanza della religione nel mondo. Questo ha fatto sì che si creasse
una nuova apertura, una nuova sensibilità per i problemi della religione, per
la necessità della dimensione religiosa nell'uomo e soprattutto è cresciuta -
in modo inimmaginabile - l'importanza del vescovo di Roma. Tutti i cristiani
hanno riconosciuto - nonostante le differenze e nonostante il loro non
riconoscimento del Successore di Pietro - che è lui il portavoce della
cristianità. Nessun altro al mondo, a livello mondiale può parlare così nel
nome della cristianità e dar voce e forza nell'attualità del mondo alla
realtà cristiana. Ma anche per la non cristianità e per le altre religioni,
era lui il portavoce dei grandi valori dell'umanità. È anche da menzionare che
è riuscito a creare un clima di dialogo fra le grandi religioni e un senso di
comune responsabilità che tutti abbiamo per il mondo, ma anche che le violenze
e le religioni sono incompatibili e che insieme dobbiamo cercare la strada per
la pace, in una responsabilità comune per l'umanità. Spostiamo l'attenzione
ora verso la situazione della Chiesa. Io direi che, anzitutto, ha saputo
entusiasmare la gioventù per Cristo. Questa è una cosa nuova, se pensiamo alla
gioventù del '68 e degli anni Settanta. Che la gioventù si sia entusiasmata
per Cristo e per la Chiesa e anche per valori difficili, poteva ottenerlo
soltanto una personalità con quel carisma; soltanto lui poteva in tal modo
riuscire a mobilitare la gioventù del mondo per la causa di Dio e per l'amore
di Cristo. Nella Chiesa ha creato - penso - un nuovo amore per l'Eucaristia.
Siamo ancora nell'Anno dell'Eucaristia, voluto da lui, con tanto amore; ha
creato un nuovo senso per la grandezza della Misericordia Divina; e ha anche
approfondito molto l'amore per la Madonna e ci ha così guidato a una
interiorizzazione della fede e, allo stesso tempo, a una maggiore efficienza.
Naturalmente bisogna menzionare - come sappiamo tutti - anche quanto sia stato
essenziale il suo contributo per i grandi cambiamenti nel mondo nell'89, per il
crollo del cosiddetto socialismo reale».
Nel corso dei suoi incontri
personali e dei colloqui con Giovanni Paolo II, che cosa faceva maggior
impressione a vostra santità? Potrebbe raccontarci i suoi ultimi incontri,
forse di quest'anno, con Giovanni Paolo II?
«Sì. Gli ultimi due incontri li ho avuti, un primo, al Policlinico
"Gemelli", intorno al 5-6 febbraio; e, un secondo, il giorno prima
della sua morte, nella sua stanza. Nel primo incontro il Papa soffriva
visibilmente, ma era pienamente lucido e molto presente. Io era andato
semplicemente per un incontro di lavoro, perché avevo bisogno di alcune sue
decisioni. Il Santo Padre - benché soffrendo - seguiva con grande attenzione
quanto dicevo. Mi comunicò in poche parole le sue decisioni, mi diede la sua
benedizione, mi salutò in tedesco, accordandomi tutta la sua fiducia e la sua
amicizia. Per me è stato molto commovente vedere, da una parte, come la sua
sofferenza fosse in unione col Signore sofferente, come portasse la sua
sofferenza con il Signore e per il Signore; e, dall'altra, vedere come
risplendesse di una serenità interiore e di una lucidità completa. Il secondo
incontro è stato il giorno prima della morte: era ovviamente più sofferente,
visibilmente, circondato da medici ed amici. Era ancora molto lucido, mi ha dato
la sua benedizione. Non poteva più parlare molto. Per me questa sua pazienza
nel soffrire è stato un grande insegnamento, soprattutto riuscire a vedere e a
sentire come fosse nella mani di Dio e come si abbandonasse alla volontà di
Dio. Nonostante i dolori visibili, era sereno, perché era nelle mani dell'Amore
Divino».
Lei, Santo Padre, spesso nei suoi
discorsi evoca la figura di Giovanni Paolo II, e di Giovanni Paolo II dice che
era un Papa grande, un predecessore compianto e venerato. Ricordiamo sempre le
parole di vostra santità espresse alla Messa del 20 aprile scorso, parole
dedicate proprio a Giovanni Paolo II. È stato lei, Santo Padre, a dire - e qui
cito - «sembra che egli mi tenga forte per mano, vedo i suoi occhi ridenti e
sento le sue parole, che in quel momento rivolge a me in particolare: "non
aver paura!"». Santo Padre, una domanda alla fine molto personale: lei
continua ad avvertire la presenza di Giovanni Paolo II, e se è così, in che
modo?
«Certo. Comincio a rispondere alla prima parte della sua domanda. Avevo
inizialmente, parlando dell'eredità del Papa, dimenticato di parlare dei tanti
documenti che ci ha lasciato - 14 encicliche, tante lettere pastorali e tanti
altri - e tutto questo rappresenta un patrimonio ricchissimo che non è ancora
sufficientemente assimilato nella Chiesa. Io considero proprio una mia missione
essenziale e personale di non emanare tanti nuovi documenti, ma di fare in modo
che questi documenti siano assimilati, perché sono un tesoro ricchissimo, sono
l'autentica interpretazione del Vaticano II. Sappiamo che il Papa era l'uomo del
Concilio, che aveva assimilato interiormente lo spirito e la lettera del
Concilio e con questi testi ci fa capire veramente cosa voleva e cosa non voleva
il Concilio. Ci aiuta ad essere veramente Chiesa del nostro tempo e del tempo
futuro. Adesso vengo alla seconda parte della sua domanda. Il Papa mi è sempre
vicino attraverso i suoi testi: io lo sento e lo vedo parlare, e posso stare in
dialogo continuo col Santo Padre, perché con queste parole parla sempre con me,
conosco anche l'origine di molti testi, ricordo i dialoghi che abbiamo avuto su
uno o sull'altro testo. Posso continuare il dialogo con il Santo Padre.
Naturalmente questa vicinanza attraverso le parole è una vicinanza non solo con
i testi, ma con la persona, dietro i testi sento il Papa stesso. Un uomo che va
dal Signore, non si allontana: sempre più sento che un uomo che va dal Signore
si avvicina ancora di più e sento che dal Signore è vicino a me in quanto io
sono vicino al Signore, sono vicino al Papa e lui ora mi aiuta ad essere vicino
al Signore e cerco di entrare nella sua atmosfera di preghiera, di amore del
Signore, di amore della Madonna e mi affido alla sue preghiere. C'è così un
dialogo permanente ed anche un essere vicini, in un nuovo modo, ma in modo molto
profondo».
Padre Santo, la aspettiamo ora in
Polonia. Tanti domandano: quando il Papa verrà in Polonia?
«Sì, l'intenzione di venire in Polonia, se Dio vuole, se i tempi me lo
permetteranno, c'è. Ho parlato con monsignor Dziwisz riguardo alla data e mi
dicono che giugno sarebbe il periodo più adeguato. Tutto è ancora naturalmente
da organizzare con tutte le istanze competenti. In questo senso è una parola
provvisoria, ma sembra che forse il prossimo giugno, se il Signore lo concede,
potrei venire in Polonia».